Qualcuno come me

Sapevo che non sarebbe andata a finire bene da quando ho visto che non c’era segnale sul cellulare, lo sapevo perché io senza quello non so stare, mi piglia il panico, letterale, anche se non ho nessuno da chiamare o sentire a me quelle quattro tacche lì, con l’h davanti, sono necessarie per respirare, non posso stare isolata, mi manca l’aria e Saverio lo sa, lo sa bene, ma ha continuato a salire su per le strade della collina, non arrivavamo più e un curva più alta, un’altra montana, erano solo l’ostacolo fra me e il segnale del cellulare mentre i negozi più lontani erano punti indefiniti che ormai ad occhio nudo risultavano indistinguibili.

Io con il cellulare in mano accanto al finestrino della macchina ero come la Statua della Libertà in miniatura mentre lui saliva, saliva ancora, più in alto.

Erano le nostre vacanze, ti porto al mare mi aveva detto Saverio e poi all’ultimo quell’imbecille del proprietario aveva disdetto, così adesso la casa dove stavamo andando aveva il mare era a 30 chilometri e il costume bianco a pois chissà quando l’avrei indossato,l’avevo pagato caro, a prezzo pieno, su Facebook l’avevo detto a tutti che Saverio mi portava al mare e adesso di quel mare non avevo più nessuna fotografia da pubblicare.

“Quanto manca ancora?”

“Elena ma che ne so, sto seguendo le indicazioni, adesso arriveremo.”

In testa aveva un capello di paglia ridicolo, gli avevo regalato io e non mi ricordavo nemmeno il motivo, era così stupido e su di lui stava malissimo.

“Appena arriviamo devo attaccarmi alla wi-fi e vedere le foto della Cri nella casa nuova.”

“Te l’ho detto, non c’è.”

“Quando me l’hai detto? No Saverio, io non posso così.”

“Quando mi ha chiamato il tizio, ti ho detto della disponibilità nei giorni che ci servivano però non c’era connessione e hai detto va bene purché partiamo.”

“Non mi ricordo. Ora come faccio?”

“A vedere la foto di Cristina? Tanto la casa è la stessa, solo 100 metri più in là, la casa dei suoi, l’abbiamo già vista.”

“Sì ma ora ci ha fatto pure la piscina. Perché siamo venuti qua?”

“A metà luglio con tutto pieno è già tanto che abbiamo trovato questo.”

Intanto che lui parlava il cellulare taceva, aveva ragione Saverio, era impossibile trovare altro in luglio, ma quel posto lugubre, pieno di piante fruscianti nel vento e come pronte a cadere, mi gettava addosso il senso inquieto di non sapere che fare del proprio tempo oltre il silenzio e il vuoto fra lo spazio di un albero e una collina

Se Saverio fosse stato un altro, avrei pure pensato a una settima di sesso sfrenato, isolati, nudi e a urlare quanto volevamo che tanto nessuno ci avrebbe sentiti, ma poi mi sono girata, il capello di paglia a coprirgli metà faccia e sapevo che non sarebbe andata come nelle fantasie erotiche dei film, mi avrebbe proposto una partita a carte, una passeggiata tranquilla tra i boschi, una gita fino al mare e avrebbe sicuramente trovato qualche ristorante carino dove mangiare, ma finiva lì la sua invettiva, alle undici di sera avrebbe iniziato a sbadigliare dando la colpa all’aria buona, che lo aveva fatto stancare e si sarebbe messo a dormire, mi avrebbe abbracciato certo, ma nulla di più, sogni chiusi fra pigiami scuri e solo io sveglia con il rumore dei grilli.

La macchina si era fermata su una stradina in cui le gomme erano in bilico tra un pezzo sterrato minuscolo di terra e un precipizio profondo che invitava a caderci dentro, senza nemmeno chiedere permesso.

“È questa.”

Guardavo quella casa di mattoni cadenti che svettava su una salita ripida in cui probabilmente la frizione della macchina ci avrebbe lasciato definitivamente.

“Ma sei sicuro? Torniamo indietro dai.”

“Non mi sparo altri 400 km di notte per tornare al caldo di città, ora stiamo qua.”

Una coppia piccola e apparentemente vecchia, rinchiusa in consunti piumini beige ci venne incontro sorridente, ma era un sorriso inquietante, macabro, sinistro in quelle bocche appena alzate sulle guance.

“Vi stavamo aspettando.”

La frase mi suonò come una minaccia, inquietudine su inquietudine.

La macchina salì e slittò mentre Saverio imprecava come solo lui sa fare, in modo pacato.

Lasciammo l’auto su un pezzo di sterrato lungo il fianco sinistro della casa, un muretto umido che raramente incontrava il sole.

Dentro l’odore di muffa ci avvolse come indumenti pronti da mettere in naftalina nell’armadio, c’era sporco ovunque, grumi di terra e ragnatele, ombre opache di macchie lasciate in disparte da tempo eppure così evidenti.

La cucina era un cumulo di cose abbandonate e ammassate a cavallo fra gli anni’80 e ’90, macchie di unto tra i pomelli, il forno con strati incrostati di anni che sapevano di polli arrosto e lasagne mai lavati, le pentole una massa arrugginita come fossero macchina in fila per la demolizione.

Mi girai per cercare Saverio, strattonarlo via da quell’inferno e andarcene, ma lui con gli occhi fissi nella donna minuta e bionda che ci aveva accolto poco prima, stava già tirando fuori lo spesso strato di soldi per l’affitto di quell’intera settimana, era dunque evidente che ormai saremmo restati.

Un vecchio freezer basso e largo, ideale per nasconderci un cadavere, era ornato di gocce marroni, come sangue vecchio essiccato, rabbrividì e indietreggiai fuori, nella sala con il tavolo in plastica tutto smangiucchiato proprio mentre un vecchio gallo, dalla collina di sopra, emise il suo tipico verso costante, come una sveglia in ritardo da ore sulla giornata.

Dove ero finita?

Fuori le ombre degli alberi che non riuscivano mai a raggiungere il sole si agitavano come a volermi impigliare nei loro rami senza volermi lasciarmi andare.

“Ci vedremo tutti i giorni, veniamo qui per le galline e l’orto e a bagnare i fiori.”

“Ci pensiamo noi.”

Ribattei io, sapendo che avrei detto addio al mio sole in topless se loro avessero girato tutti i giorni dentro il giardino.

“Non disturbatevi, è compito nostro.”

Il disturbo erano loro e per cinquecento euro alla settimana non volevo nessuno intorno, almeno quello.

Saverio, molle come al solito e bonario, li lasciò andare senza controbattere.

“Carina vero?”

“Hai idea di quanto dovrò pulire per renderla vivibile?”

Lui non mi guardò neppure, gettò le valige su un divano logoro e si mise a giocare con un gatto randagio.

Negli armadietti trovai la pasta scaduta da cinque anni, vasetti di zucchero con gli insetti e quel maledetto freezer sporco sembrava continuare a fissarmi.

“Saverio, ma se fosse sangue quello? Intendo umano.”

“Ma non essere ridicola.”

Passai la serata a grattare le pentole con le unghie, lo smalto oro si sfaldava come creta morbida a contatto col sapone verde come muschio sintetico.

Alle undici passate eravamo già nel letto, due brandine unite e cigolanti, anguste e senza lenzuola ed io non dormivo, lo sguardo fisso in qualsiasi punto del buio, la necessità di sapere.

Frugai nello zaino di Saverio, cercai quei pochi attrezzi che aveva e scesi in cucina, le gambe nude contro l’umidità di una casa che sembrava essere chiusa da decenni.

Accessi la luce, un ronzio vecchio la fece accendere dopo qualche lungo secondo.

Cominciai a fare leva con il cacciavite, provai a scassinare la serratura, poi afferrai il piccolo martello, colpi su colpi, come impazzita, fino a che la serratura cedette ed io mi fermai, come rinsavita da quella pazzia.

Chissà Cristina cosa avrebbe detto nel vedermi così, quando avevo perso esattamente la testa?

Mi guardai intorno, la casa squallida forse era un bene non poterla postare in nessuna foto, ma io lì in quel posto, come ne sarei uscita, quale istantanea di me sarebbe successa dopo quel gesto folle?

Avevo paura ad alzare il portellone, vedere cosa ci sarebbe stato oltre il ghiaccio o il sentirmi ancora più pazza se ci fosse stato solo quello.

Poi due occhi varcarono la soglia della finestra, il camino pieno di spazzatura emise in una sola folata aria di montagna e residui di fogna, la serratura scattò liscia e senza intoppi mentre la porta si spalancò improvvisa.

La donna piccola e bionda di quel pomeriggio mi fissava sgomenta, raggiunse le mie mani in due soli passi e me le bloccò sulla maniglia del freezer.

“È meglio che non veda cosa c’è qui dentro.”

“Lei cosa ci fa qui, che sta succedendo?”

Le scansai i polsi fragili, sbattendola a terra e il sangue cominciò a colare dalla sua testa, aprì il freezer con decisioni, ossa e sangue in sacchetti di plastica gigante, ma ad occhi nudo non avrei saputo dire se fossero resti umani o di grandi animali.

La vidi prendere in mano un coltello dalla sua cucina e prima che la logica potesse impedirmelo, le sferrai il cacciavite nel cuore.

Era la prima volta che uccidevo eppure lo feci con un gesto leggero, unico e senza esitazione.

Estrassi il cacciavite con cura e lo rimisi nello zaino, presi la macchina e appena ci fu segnale chiamai un hotel qualsiasi.

“Avete il wi-fi?”

La risposta affermativa mi portava verso il mare, per una volta tanto sarebbe stato Saverio a mettersi a lavare, io volevo solo accedere ai miei account e vedere cosa succedeva nel mondo, magari qualcuno, come me, aveva appena ucciso qualcuno.  

Pubblicato in LibriCK

Commenti

  1. Tiziano Pitisci

    In questa storia c’è la tua firma, il tuo modo di interpretare i generi. L’orrore è in una coppia poco affiatata, nel dramma di dover ripiegare sulla montagna (cambio si programma che, oggettivamente, manderebbe fuori di testa chiunque), nell’isolamento da internet. Come al solito è un piacere leggerti e scoprire cose nuove di te, come questa tua vena umoristica.

    1. Marta Borroni Post author

      Ciao @tiziano_pitisci 😀
      Effettivamente sì, l’orrore parte dalla coppia non affiatata, da un malessere già vacante nella protagonista e che trova nell’isolamento e nella paranoia, oltre che nei personaggi sinistri raccontati dei proprietari, il punto di sblocco che porta alla follia, a volte nella realtà è davvero un attimo lasciarsi sopraffare, anche quando magari le paure sono fondante, le barricate cedono e si finisce nel lato sbagliato.
      Qualche anno fa una scrittrice e reader di Einaudi me lo disse, tu hai una vena umoristica, sfruttala. Non ci ho mai creduto che una così pesantemente profonda e prolissa come me lo possa essere, ma qui in molti mi avete fatto notare l’umorismo nel racconto, a cui avevo dato poco conto, chissà che davvero, un poco ironica io non lo sia davvero, anche nella scrittura 😀

  2. Dario Pezzotti

    Ciao Marta. Questo racconto cresce durante la lettura. Interessante la figura di Saverio, quest’uomo non uomo (non siamo tutti così, per fortuna 😉)e l’ossessione della protagonista per i social. Sei stata bravissima anche nella componente horror. Una storia classica che nelle tue mani diventa imperdibile.

    1. Marta Borroni Post author

      @dariopez grazie per avermi letta, anche i tuoi sono commenti a cui tengo molto.
      Va beh Saverio allo sfinimento, ma lo che altri soggetti risollevano il genere 😉
      Scherzi a parte, horror e fantascienza sono i generi per me più difficili, sono quelli a cui non sono avvezza naturalmente, uso questi racconti escamotage per privare a spingermi un pò più in là con essi e quindi sono contenta che al lettore arrivi questo, grazie!

  3. Isabella Bignozzi

    La follia la immaginiamo sempre drammatica e suscitata da eventi tragici ed enormi, come nei grandi miti dell’antica Grecia. Qui invece ci sono i pensieri sciocchi di una persona comune, che sfociano in un’ alienazione che assurge al livello del dramma. Stimolato soltanto da un ambiente squallido e da un compagno insulso nella sua odiosa e semplice serenità, dall’impossibilità di comunicare con l’esterno in modo virtuale dando la consueta patina magica alla propria vita banale, il dramma finale è ancora più agghiacciante. Bravissima 🙂

    1. Marta Borroni Post author

      @isabella grazie per avermi letta, trovo sempre i tuoi commenti intrinsechi di significati molto profondi.
      Volevo proprio che l’aspetto normale sfociasse nel paranoico e poi un pò nell’horror, a nostro modo possiamo tutti essere presi dall’angoscia dell’isolamento o da un rapporto con uno come Saverio e altrettanto vero, per quanto agghiacciante sia, nessuno di noi sa quando potrebbe uccidere, sono tante sfumature di umanità condensante nel folle momento di una vacanza, che a volte non riesce ad essere per nulla un momento di serenità .

    1. Marta Borroni Post author

      @marianna sì, diciamo che la protagonista, alla fine, tende ad essere borderline e quindi l’isolamento, aumentata dal rapporto ovviamente non solido con Saverio, sfociano nella pura follia, anche se onestamente, pure i proprietari di casa non la contano giusta.
      L’idea nasce dalla disavventure che spesso capitano in viaggio, quando davvero trovi situazione che ti possono angosciare così… grazie per avermi letta e commentata 😀

  4. Massimo Tivoli

    Bel racconto sulla dipendenza psicologica da social. Finale inatteso e sorprendente. Mi piace il fatto che la storia dosa bene tratti ironici con tratti addirittura drammatici/horror. Vabbè, che sei brava si sa 🙂

    1. Marta Borroni Post author

      @massimotivoli oh che bello trovare un tuo commento 😀
      Il finale volevo essere spiazzante ma anche seppur estremo, una conseguenza logica dell’instabilità della vicenda.
      Sono contenta che tu abbia intravisto tutti questi generi perchè effettivamente voleva essere un miscuglio di tutte queste caratteristiche, per vicende personali ho dovuto interrompere il racconto più volte, l’idea iniziale era leggermente diversa, alla fine è venuto così e non mi dispiace, anche se la lotta con le parole limitate mi ha messo a dura prova, credo che il finale sia vagamente frettoloso, ma rende anche l’attimo di tensione folle.
      E comunque detto da uno super bravo, è roba 😉 Grazie per avermi letta!

    1. Marta Borroni Post author

      @liliana89 grazie mille, sono contenta che ti sia piaciuto 😀
      Sì i social e il web in generale ormai fanno parte della vita, in questo caso sono la leva facile dell’isolamento già esistente della protagonista e mi piaceva, quando anche gli eventi drammatici diventano i veri protagonisti, che nel finale tornasse questa nota social, come una connessione fra queste dinamiche.
      Grazie per avermi letta!