Quando tornare a casa non è come te lo aspettavi

Serie: I viaggi di Elisa C. Ritorno a Piantorto


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Lisa è una viaggiatrice, ma questa non è una storia di viaggi. È invece la storia di quel che resta e che si ritrova quando si torna a casa dopo quasi un anno di assenza. È Piantorto a essere cambiata o è Lisa a essere rimasta sempre uguale?

È strano tornare a casa dopo un così lungo periodo di lontananza. L’ultima volta che percorsi via dei Salici lo feci in direzione opposta, seduta sul sedile di un autobus e seguita dallo sguardo dei miei genitori che, sulla soglia di casa, mi salutavano commossi. Mi sentivo un po’ come una delle sorelle Bennett che lascia la casa dei genitori per andare in sposa a un ricco e bel signor Darcy, con la differenza che il mio signor Darcy era un volo per Pechino. Lo stato d’animo dei miei genitori però doveva essere simile a quello dei signori Bennett che vedono una delle loro amate figlie abbandonare la casa paterna per far ingresso nella vita coniugale.

Soltanto un anno prima, quando ero in procinto di imbarcarmi per la mia avventura alla scoperta del mondo, via dei Salici mi era sembrata molto più rigogliosa e, per quanto l’emozione per l’ignoto che mi si apriva davanti fosse molto forte, dall’altra parte la malinconia mi attanagliava il cuore. Osservavo tutto ciò da cui avevo sempre cercato di distaccarmi e lo vedevo diverso, migliore. Ci sono cose difficili da spiegarsi, per esempio il rapporto di amore e odio che si ha con la propria madrepatria. Non fraintendetemi, io amo l’Italia. Molto spesso però, quando ancora vi abitavo stabilmente, desideravo di essere nata in un altro Paese. Sarà stata l’esterofilia che mi è stata tramandata dai miei genitori, anche se loro, del mondo, hanno visto ben poco. In casa mia aleggiava sempre questo amore idealizzato per Paesi lontani in cui, mi veniva detto, tutto funzionava meglio. Quale metodo migliore, allora, per verificare con mano se davvero all’estero si vive meglio, se non andarci di persona? È proprio quello che ho fatto: ho ricercato la felicità in giro per il mondo.

Esattamente come un anno prima i miei genitori mi salutavano agitando la mano e abbracciandosi stretti sul ciglio di casa, ora, al mio rientro sapevo che li avrei trovati ancora lì, pronti ad accogliermi con amore… E invece, non c’era nessuno, né in via dei Salici né dentro casa. La porta d’ingresso era chiusa a chiave e io non avevo una copia delle chiavi. Provai a suonare alla vicina che un tempo teneva un mazzo di scorta per noi, ma lei non sembrò neppure ricordarsi di me. La signora Felici è sempre stata un’eccezionale vicina di casa: si ricordava di tutti i possibili anniversari, compleanni e onomastici, ancor più di quanto ce ne ricordassimo noi diretti interessati. Quando telefonavo ai miei genitori durante il mio anno di assenza, loro mi raccontavano sempre di quanto la signora Felici si fosse premurata di chiedere di me e di mandarmi i suoi saluti ogni qualvolta la incontravano per strada, eppure ora si sforzava per ricordare il mio nome.

-Lisa. Mi scusi, sono Elisa- all’estero avevo preso l’abitudine di farmi chiamare Lisa, senza la “e”, che per qualche motivo veniva meglio recepito dai non parlanti italiano. -Sono la figlia dei vicini, i signori Colombo.-

-Oh certo certo! Bentornata Elisa. Scusa, ma sai, ci sono così tante persone che vanno e vengono da questo paese ultimamente.-

Ma chi? A Piantorto? Un paese della Bassa Padana di circa seimila abitanti di cui la metà sono pensionati che non hanno mai lasciato la regione e l’altra metà sono persone di mezza età che o ricalcano le orme dei propri genitori o per cui il paese è una specie di dormitorio in cui rientrare a godersi la quiete della campagna dopo una giornata di lavoro in città.

-Lei ha per caso delle chiavi di scorta? I miei devono essersi dimenticati del mio ritorno e non sono in casa.-

-Oh certo che no, cara! Non sono mai in casa a quest’ora. Hanno le riunioni al club.-

-Club? Quale club?-

-Beh, tua madre ha il gruppo di cammino e di solito il mercoledì pomeriggio si ritrovano per discutere le prossime mete per le loro gite. Mentre tuo padre ha le riunioni in biblioteca con il gruppo di sostegno per “nuovi vecchi imprenditori”. Non te ne hanno parlato? Hai scelto proprio un bel giorno impegnato per tornare a casa- ridacchiò baldanzosa, pensando alla vita frenetica che scorreva in paese, orgogliosa di farne parte.

-Dunque, ha le chiavi per aprire la porta, per favore?-

-No, tesoro, purtroppo non le ho.-

Sconsolata, trascinai la mia valigia giù per i gradini del portico della signora Felici che, a quanto pare, era troppo indaffarata persino per offrirmi una tazza di tè in attesa del ritorno dei miei genitori. Apparentemente anche lei frequentava un club: “Gli Orticoltori incolti”, un gruppo di pensionati possessori di un orto a cui però mancavano le conoscenze di base per coltivarlo. La promessa era di renderli degli orticoltori indipendenti nel giro di pochi mesi; il fatto è che alcuni di essi non ce li avrebbero avuti pochi mesi.

Mi parve che la vita a Piantorto fosse esplosa dalla mia partenza.

Non avevo molte alternative e visto che il tempo si stava facendo brutto, mi diressi verso l’unico bar della città vicino alla desolata piazza principale. Ma una volta giunta lì, scoprii con mia enorme sorpresa che il baretto era stato trasformato in una sala giochi. Rimasi a bocca aperta mentre uno stuolo di ragazzini mi urtò, sorpassandomi per entrare nel luogo di perdizione pomeridiano. Quando ancora abitavo a Piantorto, gli unici frequentatori del bar erano anziani fumatori di sigaro che di fronte a un’insegna penzolante parlavano dei tempi della guerra, della gloria del Duce e di quanto fossero bisbetiche le mogli, mentre ora ragazzini avvolti da tute sgargianti si addentravano in quell’antro che rigettava luci stroboscopiche e suoni stordenti dandosi pacche sulle spalle e chiamandosi tutti con un unico soprannome: “Bro”. La porta dell’antro venne richiusa e io mi sentii vittima di un gap generazionale incolmabile: se prima non capivo una parola in dialetto dei discorsi di guerra e fascismo, ora ero altrettanto persa di fronte allo slang appartenente al mondo dei videogame e delle scarpe alla moda. Credevo di essere maturata durante il mio viaggio per il mondo, di aver avuto contatti con così tante culture e persone differenti che tornare a casa sarebbe stato uno shock per la mancanza di stimoli. Invece, lo shock fu causato dai cambiamenti che non mi aspettavo di trovare. Non ero sicura che questo mi facesse piacere.

Fermai uno dei ragazzini che correvano verso l’ingresso del paradiso dei videogiochi per chiedere indicazione per un qualsiasi bar. In qualche modo trovammo il modo di comunicare, una via di mezzo tra il suo slang giovanile e il mio italiano impoverito dallo scarso utilizzo che ne avevo fatto negli ultimi dodici mesi. Alla fine, ci capimmo e mi diressi verso questo nuovo fantomatico bar che, a sentire il ragazzino, era “così in”. Sperai solo di non finire circondata da adolescenti che trincano frappè al cioccolato con l’aria di uomini e donne vissuti davanti a un bicchiere di whiskey mentre discutono di politica. Non ho mai avuto un buon rapporto con gli adolescenti, neppure quando ero io stessa un’adolescente. Ho sempre trovato in disaccordo con il mio essere quella necessità di fare parte di un gruppo e omologarsi ai suoi membri. La ricerca dell’approvazione dei propri simili a tutti i costi mi ha sempre spaventata, perché non sai mai cosa siano disposti a fare pur di ottenerla. Gli adolescenti sono così imprevedibili e io non so mai come comportarmi in loro presenza o cosa aspettarmi da loro.

Lo so, dalle mie parole sembra che non abbia avuto contatti umani da un decennio o che sia un’eremita votata all’isolamento, ma non è così. La mia avversione aveva riguardato per lungo tempo soltanto la vita monotona e le limitate prospettive offerte da Piantorto. Più recentemente, si era estesa agli adolescenti, ma per motivi sociali ovvi: nemmeno i genitori sopportano i loro figli in età puberale, perché avrei dovuto farlo io?

Il bar dall’altro lato della strada mi parve un miraggio finché, come previsto, un’orda di ragazzini (probabilmente gli amici di quelli già dentro alla sala giochi) si appropriò di tutti i tavolini all’aperto, facendo un gran chiasso e risvegliando le mie ansie sociali. Rassegnata, trascinai me stessa e miei bagagli verso casa dei miei genitori: avrei atteso il loro rientro.

Serie: I viaggi di Elisa C. Ritorno a Piantorto


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Discussioni

  1. “Lei era cambiata, ma gli altri no”. Anche io ho conosciuto questo straniamento, questa doppia visione nel vedere qualcosa che già conosci ma con occhi diversi, spesso disillusi. Per atmosfere e calore, questo brano mi ha ricordato la canzone “Ritorno a casa” degli Afterhours.

  2. Comprendo lo stato d’animo della tua protagonista avendolo vissuto in prima persona. Dopo aver vissuto per qualche tempo all’estero, rientrare nel luogo che si è chiamato casa da piccoli è un’esperienza strana: ti senti uno “straniero” per mesi. Nel tuo racconto ho avvertito una piega surreale, quasi Elisa fosse giunta sì al suo paesello ma in una dimensione parallela. La vita cambia velocemente, vero, il vuoto deve essere riempito da attività che permettano di tenersi occupati piacevolmente (in questo caso i Club). Mi sono già spoilerata dai commenti al racconto che non è prevista alcuna deriva paranormale e sono quindi molto curiosa.

  3. O finalmente! Rieccoci qua! Mi è piaciuta l’impronta che hai dato a questo primo episodio e non vedo l’ora di leggere il resto. Ho come l’impressione che sia successo un evento x scatenante un risveglio da parte del paesino, genitori di (E)Lisa e questo cambiamento genitoriale la stravolgerà non poco, rendendosi conto che, in fin dei conti, non è necessario andare all’estero per “maturare” e “crescere”
    Mi ha molto colpito questo racconto perché io ho abbandonato il mio piccolo paese di campagna 8 anni fa e purtroppo nel mio caso ogni volta che torno è sempre peggio, mi piacerebbe, forse, trovare qualcosa di simile a Piantorto.
    A presto !

    1. Ciao Eliseo, grazie del commento 🙂 Siamo in due allora! Io ogni volta che torno nel mio paesino di origine mi sento sempre più estranea perché, come hai detto tu, è sempre peggio

  4. Ciao Erica e bentornata con una Serie! Oltre alle riflessioni di una protagonista spaesata nel suo ritorno in patria, direi che nel contesto esterno aleggia un’atmosfera di novità quasi surreale. In molti vivono in una bolla temporale mentre le abitudini si rinnovano a dispetto di noi che tendiamo ad rimanere noi stessi. Aspetto altri episodi per vedere quale piega prenderà la storia. Mentre ti leggevo, però, una parte di me pensava ad una deriva soprannaturale, ad un villaggio in cui è successo qualcosa di irrazionale, ma forse è solo il fan di Dylan Dog che c’è in me a leggere le storie con questo filtro. Probabilmente la tua storia è più realistica, staremo a vedere. Ciao!

    1. Ciao Tiziano e grazie! Sono felice di aver ricominciato a pubblicare qui su Edizioni Open. Vorrei lasciarti il beneficio del dubbio, ma devo rivelarti subito che questa storia non ha nulla di “dylaniato”. Niente zombie o incubi, per quanto sarebbe un risvolto interessante. Spero apprezzerai comunque la storia 🙂

    2. Non tutto può essere materia per l’indagatore dell’incubo, è giusto lasciare spazio anche ai turbamenti di noi comuni mortali. Oggi provo a ritagliarmi un po’ di tempo per leggere il seguito, intanto ciao!