Quando tutto è cambiato 

Serie: La Guerra Invisibile


Nel posto dove vivo non ci sono pareti.

Letteralmente. Ci siamo dovuti costruire le stanze con quello che trovavamo: pezzi di armadi, di porte; molti pallet. È stata dura trovare qualcosa che potesse andare bene perché la pioggia fa marcire il legno. Abbiamo usato cartoni per isolarci dal freddo gelido che ti accortoccia appena metti un piede fuori dal nido che ti sei creato.

L’edificio è bello, però. È molto grande, siamo in ventiquattro, non sempre ci incontriamo tra di noi ma la musica alta ti ricorda che non sei mai solo.

Comunque c’è poco da fare, tra 10 giorni dobbiamo andare via, vogliono usare il posto per costruirci delle case, case vere. Così noi ci sposteremo da qualche altra parte, Louise Marco e Jacob hanno già i furgoni carichi, ci lasciamo dietro quello che non è essenziale.

-Hey, quanti vegani ci sono? –

Tusca mi guarda sorridendomi in attesa di una risposta, nella mano destra il mestolo tenuto sospeso lascia gocciolare brodo sul pavimento. I suoi capelli blu in controluce sembrano elettrici.

-credo sette o otto, forse qualche vegetariano in più– 

Torna a mescolare nella pentola, annuisce soddisfatta.

-ho fatto zuppa, faccio un po’ di riso, possono mangiare tutti-

Dalla stanza del Graffito arriva Delia scodinzolando, attraversa veloce il ponte di mobili rovesciati e si ficca sotto il tavolo in cerca di briciole, poi si avvicina a Tusca ancora intenta ai fornelli

-Cosa vuoi tu, eh? C’è zuppa anche per te- dice lei, lasciandosi leccare le dita. Delia è un cane buono, fa amicizia con tutti ma non si stacca mai dal suo padrone, che infatti appare dopo poco con gli occhi ancora stropicciati dal sonno. 

Jacob si passa una mano trai riccioli, credo stia sbadigliando ma non ne sono sicura, ha una sciarpa che gli copre metà del viso. 

-Ma piantala! Non ti serve a niente coprirti, e poi non è mica igienico con la sciarpa- esclama Julie, che fino ad allora se ne era rimasta con il capo chino a leggere le nuove notizie dalla pagina web del governo. 

-Comunque- continua -ho appen letto che dal prossimo venerdì le scuole e tutti gli esercizi commerciali resteranno chiusi, è consigliato l’isolamento a chiunque presenti sintomi di contagio-. 

Un momento di silenzio, Jacob scuote la testa, versa croccantini nella ciotola di Delia e poi il caffè in una tazza per lui. 

-C’era da aspettarselo- commenta Tusca con disappunto, -altrimenti finiremo come l’Italia, piena di infetti, è già tanche troppo tardi-

Ripenso alla chiamata di mia madre del giorno prima, alla sua preoccupazione, al monito continuo di lavarmi le mani e non uscire di casa. Ripenso a quanto assurdo mi era sembrato quando mi aveva confessato che aveva paura di andare a lavorare, che solo una volta a settimana inviava mia sorella a fare la spesa e lí lei poteva incontrarsi con il fidanzato. Penso ai feretri portati via dai camion militari senza nessuna cerimonia, che escono di scena in silenzio da uno scenario troppo rumoroso. 

Avverto di nuovo quella sensazione di pesantezza al centro del petto, socchiudo gli occhi e mi concentro sul respiro lento cercando di scacciare il ricordo della settimana passata. 

Sento vibrare il cellulare, è un messaggio dal gruppo whatsapp dei coinquilini, lo leggo in silenzio in simultanea con Julie e non faccio in tempo a finire che sento i passi rapidi e rumorosi di Valerio che dal piano di sopra si precipita in cucina.

-Avete letto? Questo vuol dire che la situazione è seria! Gli uffici sono chiusi da un pezzo, i ricchi si mettono in quarantena e a noi ci vogliono buttare per strada in mezzo a questa cazzo di Pandemia-

A quanto pare, Peter, il responsabile dell’evacuazione del nostro edifcio, con il quale avevamo aperto una corrispondenza in toni amichevoli per richiedere più tempo, si era messo in autoisolamento, lasciando il caso a qualcun altro. Questo qualcun altro, poi, come se non dovesse essere un pensiero naturale quello di non mettere a rischio 24 ragazzi in una situazione di emergenza globale, pareva non sapere niente di tutti gli accordi presi precedentemente con Peter, per cui ci voleva fuori entro lunedì.

Odio ai fascisti, al capitalismo, odio al governo e alle istituzioni. Odio a chi mangia sulla paura degli altri, a chi preferisce i soldi alla vita, il potere all’amore.

Quel messaggio non cambiava di fatto nulla, sapevamo di dover andare via prima o poi, eppure cambiava tutto, perché era lo spunto in faccia di qualcuno che sta più in alto e che invece di tenderti la mano ti tira un calcio.

Ci confrontiamo e confortiamo per un po’, arrivamo anche Oscar e Violet, la zuppa è pronta, si parla delle famiglie, della situazione in Polonia, in Bulgaria, in Spagna. Ci portiamo addosso le preoccupazioni di tutti i nostri cari che in ogni chiamata o messaggio sembrano sempre più allarmati. Che fare? Tornare a casa? Rimanere lì? Ma lì dove?

Fissammo una riunione di tutti i coinquilini per quella sera, insieme, avremmo deciso il da farsi.

 

Serie: La Guerra Invisibile


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Discussioni

  1. Ciao Gabriella. Amo il distopico, mi piace “scriverlo” da quando sono arrivata qui su Open. Tuttavia, leggere questo racconto oggi è un pugno allo stomaco. Purtroppo, di distopico non c’è nulla. Racconta di un incubo reale, che tutti noi stiamo vivendo. Fa male e un po’ paura. Tuttavia, mi “prende” perché scritto benissimo. Ti chiedo perdono se scelgo di accumulare gli episodi per leggere l’intera serie in una volta, in questo momento non riuscirei a gestirlo goccia a goccia. Non la dimenticherò in un angolo, la “sento” fortemente.

    1. Si me ne rendo conto, è stato proprio il surrealismo attuale che mi ha spinto a scivere.
      Tuttavia credo che il distopico, o magati utopico, emergerà più avanti. Grazie per tenere presente il mio racconto, un abbraccio.

  2. Si, capisco la sensazione di rimando, si somigliano la casa grande e le tante persone, la guerra che incombe.. Mi chiedo se l’autore abbia avuto la stessa situazione di partenza da cui inspirarsi! Complimenti a Tiziano comunque, e grazie a te per aver condiviso!