… quello che gli uomini fanno

Serie: Quello che gli uomini fanno


Era successo anni prima, quanto bastava per proseguire stoicamente, ma ancora troppo poco per dimenticare. A quel tempo non sapevo che avrei passato il resto della vita a chiedermi se avessi fatto o meno la scelta giusta. La scelta di lasciare Helena, intendo. Ero arrivato al punto di dover anteporre una via a un’altra, di ordinare le priorità alle quali dedicare le mie notti insonni. L’ambizione mi stava portando a sacrificare ogni giorno un’ora in più, un altro fine settimana al mese, la festa di compleanno dei miei genitori, rimasti soli nei quartieri di riciclaggio. Io non avrei messo al mondo un figlio del quale sapevo che non mi sarei potuto occupare. L’esistenza di una mia creatura, o il contributo per centinaia di altre. Mesi trascorsi a cercare una giustificazione, che non fosse puro egoismo, mi portarono a fare il test. Eravamo compatibili oltre il settanta percento. Ricordo ancora oggi, oggi che i miei occhi sono stanchi e le mie notti solitarie, il radioso futuro dipinto sul suo amabile viso. Era così felice. Avremmo potuto avere una famiglia. Nella mente, ora, il sogno di un paradiso che non fu si frantuma in schegge irregolari. Scelsi di aiutare molte vite, al prezzo di sacrificarne solo una. La nostra.

Il lavoro richiedeva la mia presenza costante in ospedale, nei laboratori e in reparto: non avevo il tempo di svolgere nemmeno le ricerche che mi stimolavano, men che meno avrei trovato spazio per creare qualcosa che rendesse Helena felice. Il pensiero mi tormentava, com’è normale: l’animo di un uomo tenta di far percepire le mancanze, forti come la morsa della fame, insaziabili come il fuoco col legno. Quando ero in reparto, però, sapevo di contribuire alla salvezza di qualcosa di più grande di me, qualcosa di giusto. Ci credevo: guidavo la dolce mano della natura verso terreni sicuri. Così, un giorno, non troppo lontano, i nipoti della nostra generazione si sarebbero guardati in volto e avrebbero visto un’umanità sana.

Ignoro di nuovo una chiamata da chirurgia generale, avendo ben altro per la testa. Controllo il palmare e passo l’incarico al terzo medi-bot, l’ultimo di una fortunata serie. Avevano una percentuale accettabile di errori e l’ospedale, da quando aveva cominciato con il rinnovo dei medici meccanici, aveva ridotto le perdite di pazienti, avvicinandosi ai numeri di quando operavano solo medici umani. Tempi andati, che con il mio lavoro speravo di portare a una nuova alba. Permesso dopo permesso, un bambino sano dopo l’altro, avrei contribuito in maniera essenziale alla salvezza dell’umanità. La vita – credevo fino a quella sera – non avrebbe mai, da sola, trovato il modo.

Quando torno al laboratorio di analisi, è passata ormai la mezzanotte. Non un solo collega si è trattenuto oltre l’orario di lavoro. Sono solo, io e una rossa spia lampeggiante sul macchinario per il SIR51. Ha finito le valutazioni, così posso andare a sedermi alla mia postazione, prendere un profondo respiro e pregare di avere un nuovo successo. Invece bastano pochi minuti, mentre passo in rassegna i valori sullo schermo, per rendermi conto che anche questa coppia non raggiungerà la soglia di idoneità.

Sto inserendo i dati, sto per respingere la richiesta, infrangendo i sogni e le speranze di un’altra donna e un altro uomo, quando per un istante mi soffermo sui nomi. Non lo faccio spesso, con la mole di campionature che mi passano fra le mani ogni giorno, ma non posso evitare di dare una seconda occhiata ai richiedenti quando leggo il primo dato.

“Helena” sussurro, portandomi una mano a coprire la bocca, quasi mi vergognassi di farmi sentire. “La mia, Helena?”

Si era sposata, alla fine. Fui preso dall’angoscia e, sarò onesto, mi rifiutai di leggere il nome del suo compagno. Stava chiedendo il permesso per un figlio, nostro figlio, quello che avrebbe dovuto cementare la nostra unione, una famiglia piena di speranze. Io e lei avevamo una compatibilità eccellente. In quel momento, invece, mi ritrovavo a dover mettere fine alle sue speranze. Quelle dell’unica donna che avrei scelto per la vita.

In lontananza, ricordo la voce di un’infermiera che cercava aiuto per un paziente al collasso. Urla nella notte, protese nella speranza di essere raccolte, come le mani di un bambino che cerca i genitori. Sarebbero state così diverse dalle mie, ancora forti, ancora agili, senza i solchi che porto ora fra le dita e sul volto, arso dalle lampade delle serre. Avevo scelto una via, avevo scelto di servire e creare, nel rispetto dell’efficienza, della sicurezza. La vita non avrebbe trovato un modo, da sola. È una cosa così fragile, così insicura: procede a tentoni come un cucciolo appena venuto al mondo. Senza una guida non sarebbe mai arrivata a essere ciò che è: una vita difficile, ma evoluta, civilizzata, che salva le persone… non è forse così? Eppure nei letti del solo AMRI stavano morendo quasi duecento preadolescenti, aggrediti da disfunzioni, deficit immunitari, malattie genetiche che, anche se non avessero vinto rapidamente la loro battaglia, avrebbero comunque regalato decenni di agonia. Erano circa un migliaio coloro che si trovavano in pericolo di vita, all’ospedale. Mentre l’infermiera chiamava, stava morendo un uomo, il quarantaduesimo di quel Dicembre. In quel mese, frutto delle mie concessioni passate, erano venute al mondo una dozzina di piccole creature.

Si trattò di imbrogliare, di non rispettare i miei doveri, né il mio giuramento. Se fossi stato con Helena, avrei avuto una famiglia e non mi sarei mai trovato a quel punto, a decidere per il destino degli altri, dei miei cari e degli sconosciuti aggrappati alle sbarre di un lettino in preda alle convulsioni. Non avrei potuto decidere. Invece, lo feci.

Sono ancora illuminato dai riflessi dello schermo, ancora alla scrivania, nell’ennesima notte, nell’ennesimo istante intento a divenire un ricordo profondo quando. Come altre volte nella mia vita, faccio una scelta. Approvo l’idoneità a Helena e al suo compagno, in modo che possano provare ad avere un figlio. Poi, mi alzo treamante dalla mia poltrona di pelle e acciaio. Allacciando il camice comprendo profondamente il senso di tutto ciò che ho fatto fino ad allora, il senso dei miei sforzi quanto dei miei sbagli. Mentre divento consapevole, nei miei occhi una fiamma brucia in un ultimo soffio, prima di lasciar per sempre alle ombre il suo rosso mantello.

Fui, per la prima volta, onesto con me stesso. In quella notte, prima di rassegnare le dimissioni, chiusi la porta dell’ufficio senza pensare a quanto potessi essere indispensabile. In pochi istanti percepii il mondo muoversi attorno a me, non per mia volontà, non per scienza umana, ma per propria intrinseca natura. Ho impiegato decenni a capire davvero il senso profondo della mia esistenza, a dare significato non al corpo che abito, quanto allo spirito che mi anima. Ora sono sereno, sapendo di collaborare con un’entità molto più grande di me, per salvare il mondo; senza più l’arroganza degli uomini, compiendo gesti semplici, una danza che asseconda i legami del nostro sangue rosso che nutre la terra: perché è stata la nostra potenza, il nostro ingegno, la nostra superbia a portare l’intera specie al collasso. Non sarà per paura, ma per amore, che sceglieremo di avere un figlio. Così avrebbe scelto Helena, e pensai, all’epoca e per un solo istante, se mai avesse avuto un maschio quale nome avrebbe desiderato dargli. Forse anche per questo approvai la sua domanda. Per la possibilità, pur minuscola quanto un lumicino, di lasciare ai posteri un piccolo Ernest. Perché è questo che ci fa sopravvivere: non la ricchezza, non il dovere, ma la speranza, pur contro ogni logica possibile. Perché è questo, quello che gli uomini fanno.

Serie: Quello che gli uomini fanno


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Discussioni

    1. Grazie! Ultimamente sono concentrato sulla conclusione del mio nuovo romanzo. Spero di tornare presto a contribuire con i LibriCK 😉

  1. Piú mi addentro in questo genere, piú mi accorgo che, nella fantascienza, l’elemento prevalente non è la tecnologia ma, al contrario, l’umanità; la stessa umanità che fa prendere decisioni irrazionali, sbagliate sotto il profilo numerico ma sensate sul piano umano ed etico. Questa storia è l’ennesima conferma che esisterà sempre una linea di demarcazione tra uomini e intelligenza artificiale. Bravo Fabio.

    1. L’umanità è sempre stata il centro. E continuerà a esserlo. Ci facciamo ingannare dal termine “fantascienza”, che evoca nei più strane assonanze. Ma non è quello il centro del genere: il fulcro siamo noi.