QUELLO CHE NON HO DETTO

La schiena. Da settimane.

Non un dolore che grida. Peggio. Un dolore che aspetta. Basso, sordo, come qualcuno seduto nell’angolo che non parla ma non se ne va. Mi alzo la mattina e resto fermo un secondo, a vedere se parte subito o mi lascia il tempo di illudermi. Poi arriva. Non uguale, non sempre forte. Ma arriva.

Ho aperto internet. Ho digitato i sintomi. E lì ho capito che avevo paura davvero. Non quando è cominciato, non quando non passava. Quando ho cercato. Perché cercare vuol dire che il pensiero era già lì, prima delle parole, a romperti i coglioni in silenzio. Aspettava solo un nome.

Ne ho trovati troppi. Tutti peggiori del precedente.

Non sono credente. Per anni l’ho detto con quella voce precisa che si usa per le cose che ti distinguono: uno che ragiona, uno senza stampelle.

Adesso mi sveglio alle tre. La schiena pulsa. Il soffitto sopra, il buio intorno. E penso: e se avessi bisogno? Non di Dio. Non saprei nemmeno come si chiede. Ma di un posto dove mollare per un’ora questa paura di merda. Anche solo per stanotte.

Fa quasi ridere. Quasi. Più che altro fa incazzare.

Perché alla fine è questo che pensavo degli altri: che avevano bisogno di una cosa a cui reggersi. Adesso guardo le mani vuote e penso che forse non erano più deboli. Solo più sinceri.

Ho due nipotini. Piccoli ancora. Quella età in cui si addormentano sul divano con le mani aperte e il peso che cede tutto insieme, di colpo. Li guardo e il pensiero che ho è uno solo: quello che non gli dirò. E mi fa rabbia che il tempo abbia deciso di stringersi adesso, come se fino a ieri mi avesse preso per il culo.

Come ci si rialza. Come si sbaglia e si resta interi lo stesso. Come funziona il mondo quando smette di essere gentile. Non gliel’ho detto perché sembrava presto. Perché c’era tempo. Il tempo lo davo per scontato come l’aria, come la luce al mattino.

Adesso non lo do più.

E questo mi spaventa più del dolore. Che se ne vadano senza sapere. Che quello che ho capito tardi, quello che ho tenuto per me, resti qui, chiuso, e non arrivi mai.

La mia famiglia la conosco a metà. E loro, probabilmente, conoscono a metà me. Ho voluto bene come mi veniva. Male, certe volte. Altre abbastanza da tenere in piedi cose che senza di me sarebbero cadute. Fare mi riusciva meglio che dire. Stare meglio che espormi. Avevo paura di pesare, sì. Ma anche di lasciare intravedere qualcosa che poi non avrei saputo più rimettere a posto.

Ho amato quasi sempre dove potevo perdere in partenza. Persone lontane, indisponibili, o abbastanza irraggiungibili da potermi raccontare che non era colpa mia. Per anni l’ho chiamato caso. Destino. Tempi sbagliati.

Ma non era solo questo.

A volte prendevo un amore e gli cambiavo nome. Lo chiamavo amicizia. Era il modo più sicuro per tenerlo vicino senza doverlo dire davvero. Potevo restare, ascoltare, esserci. Potevo perfino illudermi che bastasse. Finché non bastava più.

Per questo non ho molti amici. O non nel modo in cui si intende di solito. A forza di spostare, trattenere, rinominare, anche le amicizie diventano un posto sorvegliato. Tieni il cerchio piccolo. Meno gente vicina, meno domande. Meno possibilità che qualcuno guardi troppo a lungo e capisca che sotto certi silenzi non c’era prudenza. C’era un’altra cosa, e io non volevo nominarla.

E quando qualcuno si avvicinava davvero, trovavo quasi sempre il modo di spostarmi appena. Quel tanto che bastava per non essere visto davvero.

Non sono stato un uomo cattivo. Questo lo so. Ho fatto del bene, a modo mio. Sono stato utile, quando serviva.

Ma troppo spesso ho vissuto di lato. Ho dato presenza dove mi riusciva. Ho taciuto proprio dove avrebbe contato di più. Non per indifferenza. Per paura. Per abitudine alla paura. E a forza di farlo mi sono raccontato che andava bene così.

A furia di nascondere, a un certo punto non capisci più se stai proteggendo qualcosa o se la stai lasciando morire. E quando lo capisci ti viene anche da odiarti un po’.

Questo, adesso, lo so.

Stanotte la schiena faceva meno male. Mi sono svegliato alle tre e ho aspettato, come si aspetta qualcuno che sa dove abiti. È arrivata piano. Quasi educata. Peggio così.

Sono rimasto a guardare il soffitto e ho pensato a tutto quello che ho lasciato in sospeso: i libri, le persone, le conversazioni interrotte sul più bello e mai riprese. Ho provato a metterlo in ordine, come se servisse. Come se la morte avesse la cortesia di aspettare che tu sistemi il casino.

Non serviva.

L’ho fatto lo stesso.

E intanto pensavo ai miei nipotini, da qualche parte, con le mani aperte nel sonno. Ho pensato che forse non è troppo tardi per tutto. Le cose grandi le ho perse, e questo mi fa incazzare più del dolore. Ma forse sì, per dire una cosa vera. Almeno una.

Domani, forse, vado dal medico.

O forse aspetto ancora un giorno. Per vedere se passa. Come se una cosa così passasse perché la lasci stare.

Anche questo è paura.

Lo so.

Avete messo Mi Piace9 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Lino, davvero un grande racconto. Se fosse su carta sarebbe tutto da sottolineare. Credo che nessuno sia bravo a gestire il tempo, indipendentemente dall’età e che mostrarsi davvero ed essere rifiutati o non capiti sia una paura comune. Per questo le tue frasi suonano così vere e colpiscono al cuore e alla pancia.
    Complimenti!

    1. Hai ragione sulla paura di mostrarsi: è quella la radice di tutto. Non scrivo personaggi, scrivo paure con un nome e una faccia. E quando arrivano al cuore e alla pancia, vuol dire che la radice era vera.
      Grazie Melania.

  2. Questo racconto mi ha ricordato che essere fragili è la cosa in assoluto più difficile. Almeno, per me. Mi sono riconosciuta in questo protagonista che sta sempre un passo indietro, o di lato, mai completamente “dentro”. Perchè aprirsi completamente, essere vulnerabili, vuol dire aprirsi alla possibilità di essere amati ma anche essere feriti. E questo fa paura più della paura stessa. Io non credo, forse sbaglio, che non chiami il medico perchè ha paura di morire. Almeno, non solo. Se chiama il medico, e davvero la diagnosi saranno pochi mesi, allora non resterà che iniziare a vivere davvero. E questa è un’altra grande paura.
    Bellissimo l’amore per i nipotini. A differenza del resto, è l’unico momento in cui cadono le difese e quest’uomo si lascia completamente andare,

    1. “Questa è un’altra grande paura” e hai ragione, è quella più grande di tutte. Non la morte: il dover cominciare a vivere davvero.
      Hai letto il protagonista meglio di quanto lui legga se stesso. Quel passo indietro, quel sempre di lato, non è viltà. È una forma di sopravvivenza imparata così presto da sembrare carattere.
      E i nipotini, sì. Lì cade tutto. È l’unico posto in cui non sa difendersi, e per una volta non gli dispiace.

  3. Molto toccante il racconto, l’apice è il rimpianto per le cose non dette solo che….a volte dobbiamo per forza nascondere una parte di noi per voler bene nel modo giusto ed esere voluti bene nel modo giusto. Non è un nascondere di cattiveria, è solo che gli altri non sono pronti per vedere quella piccola parte di noi…. o peggio ancora non l’accetterebbero mai. Sì ok rimpiangerlo quando si è in punto di morte ma davvero far conoscee ogni singolo petalo dela nostra anima a chi ci sta vicino migliora i rapporti? fermo restando che il protagonista comunque sbaglia! Nascondere metà di ciò che abbiamo dentro e scappare quando un rapporto si fa troppo serio è esagerayamente troppo!

    1. Grazie per questo commento: è una domanda vera, non una posa. Sì, a volte “nascondere” non è cattiveria: è protezione, misura, persino cura, perché non tutti sono pronti, e non tutto va detto subito o a chiunque.

  4. Ciao Lino, questa riflessione mi ha trascinata dentro un vortice di pensieri. Ho citato un passaggio, ma sono tanti quelli che ho sentito vicini.
    Hai un modo molto sincero di mettere in parole paure, rimpianti e consapevolezze che spesso restano nascoste. E credo sia proprio questo che arriva così forte. Bravo.

    1. Pensò anch’io, come Tiziana, che la tua capacità di essere autentico nel raccontare gli stati d’ animo dei tuoi personaggi, riuscendo a immedesimarti in loro, trasmettono sensazioni forti e coinvolgenti che suscitano empatia.

  5. “E quando qualcuno si avvicinava davvero, trovavo quasi sempre il modo di spostarmi appena. Quel tanto che bastava per non essere visto davvero.”
    Spesso nasce come difesa e poi si trasforma in barriera.

  6. “Non gliel’ho detto perché sembrava presto. Perché c’era tempo. Il tempo lo davo per scontato come l’aria, come la luce al mattino.”
    Niente di più vero. Quando gli anni si accumulano sulle spalle e il finale si intravede all’orizzonte è normale tirare le somme, e spesso i conti non tornano. “Quello che non hai detto” lo hai scritto magnificamente in queste righe dove ti sei messo a nudo. “Quello che gli uomini non dicono” tu lo hai detto.

  7. Un bilancio della propria vita fatto quando si pensa di non aver più tempo per rimettere tutto a posto; anche se, chissà, se ne avessimo, saremmo davvero capaci di fare ordine? Nessuno di noi è immune dagli errori, ed è per questo che a volte si cerca Dio: quel padre o madre che ci ripulisce e ci rialza quando cadiamo. Bravissimo, Lino.

  8. Caro Lino, mi sono emozionato a leggere questo tuo bel racconto quasi diaristico (ma si scrive sempre di noi, sembra che non ci sia via di fuga). E più di una volta ho avuto dei brividi (positivi, di autocoscienza), perché quanto hai scritto fa riflettere tantissimo, soprattutto se hai un po’ di tempo sulle spalle (e un dolore alla schiena, come ho io da qualche settimana, imbottendomi di antibiotici). E’ un racconto di bilanci, rabbia e paure umanissime sublimate in letteratura, disincanto.
    Hai messo l’anima in ogni parola, in ogni pensiero. Ci vuole coraggio e onestà a scrivere così. Complimenti!

  9. Ciao Lino, ho vissuto, leggendo il tuo brano, ogni riga, ogni singola parola. Quando ti prende il timore vedi tutto il non detto, tutto quello lasciato a metà, sentimenti male espressi o non espressi. Credo sia così per tutti quelli che, prima del guasto che li divora, pensano al tempo, che diventa spaventosamente finito e ti prende l’ansia di non chiudere tutte le porte lasciate aperte. Molto profondo, preciso eppure dolcissimo (i bambini che cedono al sonno sul divano con le mani aperte). Grazie Lino!

  10. Davvero molto bello Lino. Un racconto amaro, costruito sulla paura del tempo che passa e avvicina alla morte. Su quel momento in cui la vita non lascia più molto tempo per mettere a posto quello che si è sempre rimandato. Bellissimo il contrasto con l’immagine dei bambini che dormono con le mani aperte e tutto il tempo davanti a loro. Bravo, veramente bello e toccante, soprattutto per chi come me si avvicina inesorabilmente a quel momento. Grazie!

  11. “pensavo ai miei nipotini, da qualche parte, con le mani aperte nel sonno”
    Questa frase lavora come contrasto netto dentro il racconto.
    Da un lato c’è il narratore, chiuso, controllato, sempre “di lato”, incapace di esporsi davvero. Dall’altro i nipotini, completamente indifesi e fiduciosi.
    Questo dettaglio rompe l’isolamento mentale del protagonista perché gli ricorda, a mio parere, due cose insieme. Il tempo che sta finendo e tutto ciò che non ha, forse, saputo dire.
    Non è solo un’immagine tenera, ma è il punto in cui la paura personale diventa paura di lasciare qualcosa di incompiuto agli altri. Davvero bellissimo.

  12. “La mia famiglia la conosco a metà. E loro, probabilmente, conoscono a metà me. Ho voluto bene come mi veniva. Male, certe volte…. Avevo paura di pesare, sì. Ma anche di lasciare intravedere qualcosa che poi non avrei saputo più rimettere a posto.” Passaggi davvero magistrali, ho apprezzato moltissimo!