Quello che resta

Serie: Di ombre e luce


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Pietro e Anahí. Storia di un anarchico italiano in Argentina e di un’indigena, figlia della terra.

Pietro arrivò a Villa Carlos Paz nel tardo pomeriggio, con la camicia incollata alla schiena e la polvere sulle scarpe. Camminava da ore e si era fermato una sola volta lungo il sentiero, per bere a un ruscello e bagnarsi il viso.

Quando vide le prime case, rallentò. Il paese era diverso da Santa María: più vivo, attraversato da carri, uomini fermi a parlare e donne con abiti puliti e ben sistemati. Tutto sembrava avere una direzione precisa. Un’automobile gli passò accanto sollevando polvere; Pietro si spostò istintivamente e la seguì con lo sguardo finché non scomparve. Arrivato al ponte, si fermò, appoggiò le mani sul parapetto e guardò l’acqua, scura e ferma, senza increspature. Rimase lì per qualche secondo, poi si rimise in cammino. Non conosceva nessuno e non aveva un posto dove andare, ma non si sentiva smarrito. Era piuttosto attento, concentrato a capire dove stare e come muoversi.

Dopo qualche passo si fermò davanti a una locanda. Due uomini sedevano all’esterno con un bicchiere in mano, mentre all’interno un altro asciugava dei piatti.

Pietro si avvicinò senza parlare, posò il sacco a terra e si sedette su una panca. Si tolse la chitarra dalla spalla e la tenne tra le mani per qualche istante, poi iniziò a suonare. Le dita si mossero senza incertezza su una melodia semplice, qualcosa che conosceva da tempo. Suonava piano, senza guardare nessuno. Uno degli uomini al tavolo alzò lo sguardo. Dopo qualche minuto sentì un rumore leggero vicino al piede e si fermò. A terra, accanto alla panca, era caduta una moneta. Alzò lo sguardo.

L’uomo gli fece un cenno. «Vai avanti.»

Pietro riprese a suonare, pensando più al gesto che alla musica. Continuò senza alzare gli occhi e, poco dopo, sentì un altro tintinnio, poi un altro ancora. Quando smise di suonare, si chinò a raccogliere il denaro. C’erano diverse monete sparse vicino ai suoi piedi. Le raccolse una a una, con calma, le tenne nel palmo e infine si avvicinò al bancone.

«Avete una stanza?»

L’uomo lo osservò per un momento. «Per una notte sì. Domani si vede.»

La stanza era piccola: un letto stretto, una sedia e una finestra che dava su un cortile. Pietro posò la chitarra contro il muro, si sedette e tirò fuori i soldi per contarli lentamente.

Non erano molti, ma erano bastati. Si sdraiò senza togliersi i vestiti e si addormentò quasi subito.

La mattina seguente scese presto. L’uomo della locanda stava già sistemando il bancone.

«Se suoni ancora, ti arrangi anche stasera.»

Pietro fece un cenno con la testa, uscì e iniziò a camminare. Con la luce del giorno il paese sembrava più ordinato. Osservò le persone indaffarate nelle proprie faccende e affari. Passò davanti a una casa più grande delle altre, dove c’era un continuo movimento di uomini che parlavano e di una giovane che entrava e usciva con rapidità.

«Portalo dentro, che Don Carlos aspetta.»

Pietro si fermò un attimo a osservare, incuriosito, poi proseguì.

Continuando a camminare, si imbatté in un piccolo banco di libri. Erano pochi, consumati e disposti senza ordine. L’uomo che li vendeva era seduto su una sedia bassa, con un cappello calato sugli occhi.

Pietro si fermò. «Posso?»

L’uomo fece un cenno. Pietro prese un libro e lo sfogliò. Le pagine erano ingiallite, alcune piegate. Lesse qualche riga, poi lo richiuse. «Non capisco tutto.»

«Non serve. Qualcosa resta sempre.»

Pietro lo guardò, poi tornò ai libri. Ne prese un altro e il titolo lo colpì: ‘Mutuo appoggio’.

«Questo?»

«È di un russo. Parla di come gli uomini stanno insieme.»

Pietro fece scorrere il dito sulla copertina. «Quanto?»

L’uomo gli disse il prezzo. Pietro tirò fuori una moneta e gliela porse senza discutere.

«Se non ti piace, riportalo.»

Pietro annuì e infilò il libro nel sacco.

Nel pomeriggio tornò alla locanda e si sedette nello stesso punto del giorno prima. Riprese a suonare e le persone si fermarono con maggiore facilità. Qualcuno rimaneva per qualche minuto, altri lasciavano una moneta e proseguivano. A fine giornata aveva abbastanza per mangiare e quella sera poté tornare nella stessa stanza, senza che l’uomo della locanda facesse commenti.

Nei giorni successivi la sua vita trovò un ritmo semplice. La mattina camminava per il paese, osservando le botteghe, i carri carichi di frutta, le donne ferme davanti alle porte e i bambini che correvano scalzi vicino al ponte. A volte passava davanti alla casa di Don Carlos e vedeva entrare e uscire gente, fili tesi tra i pali e voci che sembravano attraversare apparecchi per lui ancora incomprensibili. Nel pomeriggio suonava davanti alla locanda o poco più avanti, dove la strada si allargava e le persone erano costrette a rallentare; la sera tornava nella sua stanza. Aveva imparato che non tutte le ore erano uguali. A metà giornata la gente aveva fretta, mentre verso sera si fermava più volentieri. Qualcuno gli chiedeva una canzone italiana, altri volevano soltanto ascoltare qualcosa mentre bevevano. Pietro cominciò così a capire che la musica, per chi passava, non era mai la stessa cosa. Era allegria, nostalgia, o soltanto un modo per lasciare scorrere il tempo.

La locanda divenne il suo punto fermo. Il proprietario, che si chiamava Ramiro, non era un uomo espansivo, ma aveva smesso di guardarlo come uno di passaggio e ogni sera gli lasciava la stessa stanza, purché riuscisse a pagare qualcosa e non disturbasse i clienti.

«Finché suoni, mangi» gli fece notare una mattina, spingendogli davanti un piatto di zuppa.

Pietro sorrise. «E se smetto?»

Ramiro sollevò appena le spalle. «Allora impari un altro mestiere.»

Le immagini sono di @juliankan

Continua...

Serie: Di ombre e luce


Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. È bello questo scoprire e ambientarsi di Pietro in un nuovo luogo, attraverso cui rivaluta e approfondisce anche le sue capacità e idee, come la musica e il libro di Kropotkin. Chissà che peso avrà nella sua vita la casa di Don Carlos con quei fili? Forse sarà un mezzo per sentire vicino chi è lontano? Un capitolo che, con la sua fluidità, riesce a farci camminare accanto al protagonista.

  2. L’arte di arrangiarsi. Si dice che sia una qualità tipicamente italiana. Pietro in queste fase del suo viaggio appare più riflessivo e attento. Villa Carlo Paz potrebbe essere la città che porta con sé una svolta nella sua vita. È sempre un piacere leggerti👏

  3. Mi piace molto questa novità di Pietro, un italiano, che si guadagna da vivere con la musica della sua chitarra. Avendo simpatia per lui preferisco immaginarlo e vederlo, attraverso le immagini suggestive che hai inserito, suonare davanti slla locanda e guadagnarsi le monetine, invece di spaccarsi la schiena facendo lavori massacranti come capitava e capita ancora molto spesso. Immagino, peró, che volendo mettere su casa e famiglia, quando Pietro incontrerâ la donna giusta per lui, non basterâ piú strimpellare una chitarra.
    Un altro episodio che si “guarda” con piacere, come un film d’ autore. Autore che non delude mai.

  4. È iniziato un nuovo capitolo per Pietro e lui mi sembra più consapevole e a suo agio in questa terra che non è sua, ma che lo sta accogliendo a ogni nuovo spostamento.
    Anche i personaggi di contorno lasciano sempre il segno.
    Continuo ad amare questa storia, sapere che è basata su fatti reali la rende ancora più emozionante. Non vedo l’ora di ritrovare Anahì.
    Complimenti come sempre!

    1. Grazie cara Melania, grazie per il tuo bellissimo commento.
      Pietro è davvero più consapevole e sembra allontanarsi dai suoi intenti.
      Mi chiedo anche io se questa pace d’animo durerà e quando incontrerà lei 💜

  5. Pietro che arriva in questo paese, lo osserva e prova a inserirsi a modo suo, senza sapere se domani riuscirà a pagarsi la stanza, mi sembra una bella metafora di te che scopri una storia poco alla volta e che non sai cosa succederà domani e se riuscirai a trovare la quadra narrativa con eventi che ancora ignori. È un bellissimo esperimento che finora stai portando avanti benissimo, anche se devo ammettere che le tante immagini, sebbene siano davvero calzanti, mettono un po’ di ombra alla magia della tua penna. Ma so che qui @tiziano_pitisci non sarebbe d’accordo con me, perché invece spinge tantissimo per la multimedialità delle opere e sicuramente apprezzerà questo episodio.

    1. Hai ragione, sai? Non avevo pensato a questo tipo di interpretazione. All’inizio, ammetto, l’ho preso un po’ come un gioco. Adesso. comincio a pensare che la cosa si stia facendo seria e, forse, mi aspetta un tomo da 1000 pagine? 😀
      Le immagini sono il modo giusto per trovare un equilibrio fra due passioni.
      Grazie di cuore Marco.

  6. Sembra uno spezzone di film, dai colori tenui, sbiaditi di polvere.. il ritmo è lento, senza accadimenti importanti.. ma quando arriva ‘sto benedetto incontro..!?!?!
    Cristiana, la scrittura è perfetta, come sempre.. i disegni sono modellati sulle tue parole..

    1. Ciao Furio. Quando arriva questo benedetto incontro, ancora non lo so 😀
      Posso però anticipare, che c’è ancora una fidanzata di mezzo che metterà i suoi bellissimi bastoni fra le ruore di Pietro♥
      Grazie per la tua lettura

  7. “Lesse qualche riga, poi lo richiuse.
    «Non capisco tutto.»
    «Non serve. Qualcosa resta sempre.»”
    È una frase che mi ha colpito. Tranquilla! Non mi ha fatto male, però mi ha lasciato il segno. Dentro.
    Piacevoli le illustrazioni che hai inserito all’interno del testo, rendono il viaggio ancora più realistico e immersivo.

    1. Grazie Fabius, conto di riprendere la serie più a passo spedito così da finire con l’annoiarvi tutti e dall’essere definitivamente abbandonata 😀
      Giro il complimento per le immagini al mio fedele compagno di viaggio @juliankan
      La storia, ma tanto oramai l’avete capito tutti, è la sua, una storia famigliare. A me non è dato sapere come andrà a finire. Con pazienza, ne scopro un pezzettino alla volta e cerco di metterla su carta meglio che posso.
      Grazie per le tue preziose letture ♥