Raduno di Classe

«Cazzo!»

Se n’era proprio dimenticato!

Il messaggio di Michele riuscì a rovinargli la giornata: si era seduto ad un tavolo del caffè del centro commerciale dove lavorava, intenzionato a mangiare un panino e bere un bicchiere di cola. Quella mattina era arrivato alle cinque per scaricare il contenuto di tre camion e sistemare la merce in magazzino; per fortuna, il responsabile del reparto stoccaggio era una brava persona e alle dieci lo aveva invitato a uscire per fare una pausa.

Dopo essersi portato la mano alla bocca per soffocare un’altra imprecazione, scrollò il capo rassegnato. Anche se aveva aderito di malavoglia all’invito di partecipare al raduno di classe, non poteva tirarsi indietro. La cena era stata organizzata nel piccolo agriturismo di proprietà dei genitori di Michele, l’ultima cosa che intendeva fare era tradirlo inventando una scusa dell’ultimo minuto. In un’occasione simile, un paio d’anni prima, si era scatenato l’inferno.

Molti degli ex compagni di classe erano figli di imprenditori e politici della zona; guardavano tutti dall’alto al basso e nella loro strafottenza si prendevano delle libertà che per Andrea, ben educato, erano inconcepibili. Profittando del sentimento di “sudditanza” che le persone di paese ancora provavano per i presunti potenti, i giovani galletti della Brianza si comportavano da cafoni: bastava il minimo pretesto per scatenare la “guerra del cibo”. Carne allo spiedo lanciata addosso al primo malcapitato, vino a spruzzo, dolci in faccia. Per poi pagare la consumazione senza nemmeno chiedere perdono e lasciare ai padroni di casa il compito di ripulire da cima a fondo. Lui e Michele avevano dovuto ridipingere una delle pareti, macchiate da cucchiaiate di purè lanciate a ballista.

Finì il panino e la cola di malumore, sapendo che quella sera non sarebbe stato diverso.

Raggiunse l’agriturismo di buonora per aiutare a sistemare le ultime cose. Di norma il locale interno poteva accogliere una dozzina di persone ed era necessario calcolare al millimetro ogni spazio per ospitare i venti ex alunni della scuola primaria Enrico Fermi classe 1997.

Andrea era di casa in quel luogo: amico di Michele fin dall’asilo, legato a lui da un rapporto di tutt’altra natura dopo la fine della scuola secondaria. I genitori di entrambi erano consapevoli della loro relazione e non avevano nulla in contrario: certo, meglio comunque non farne parola ad altri.

Il Pozzi fu il primo ad arrivare, alzando un polverone nello sterrato adibito a parcheggio. Uscì dalla sua Lamborghini assieme alla Cazzaniga, Nomen Omen, nota negli annali scolastici come esperta ornitologa. Elisa finse di tossicchiare, infastidita dal pulviscolo.

Andrea e Michele erano usciti non appena sentito il frastuono.

«Uè, quand’è che asfaltate? Ho la macchina ridotta uno schifo.»

«La tua macchina non sarà mai uno schifo. È una Huracàn Evo, vero?» Michele rivolse all’ex compagno di classe un sorriso e il Pozzi parve placarsi.

«Una Huracàn Sto.»

Ne seguì un lungo monologo in cui il Pozzi decantava le lodi dell’auto. Andrea rimpallò lo sguardo da uno all’altro senza parlare, il Pozzi preso dalla logorrea e Michele intento ad intercalare con degli “uhm”, “oh”, “wow” infilati nelle pause per riprendere fiato. Era sicuro che il compagno avesse sbagliato di proposito il modello dell’auto.

Michele non era un appassionato di motori, ma la sua sconfinata curiosità lo portava ad interessarsi di tutto. Amava scrivere racconti e quando gli prendeva l’estro per una trama, trascorreva notti intere su google per raccogliere informazioni.

«Entriamo?»

Annoiata e assetata, la Cazzaniga prese a braccetto il suo cavaliere. Sfarfallò le ciglia, una mossa elusiva intesa a distogliere l’attenzione del Pozzi dallo sguardo che aveva rivolto agli addominali di Michele. Il lavoro nei campi aveva giovato al fisico del coetaneo ben più delle palestre esclusive frequentate dal fidanzato.

Andrea fece spazio, invitando Michele ad unirsi a loro.

«Rimango ad aspettare gli altri, tu sei più utile dentro.» Lo sguardo di gratitudine di Michele lo fece sorridere. «Senza il navigatore c’è il rischio che molti si perdano in mezzo ai boschi, l’altra volta sono dovuto andare a prendere il Fontana davanti all’ufficio postale.»

Michele si strinse nelle spalle, lasciandosi sfuggire un sospiro. «Nessuno si prende più la briga di guardare i cartelli. Dovrò dire ai miei di toglierli, inutile pagare il diritto d’affissione se non servono a nulla.»

Andrea annuì. L’agriturismo era situato sulla sommità del colle, ma seguendo le indicazioni non era difficile da trovare.

Una volta solo, Andrea ripensò ai tempi della scuola. I compagni non erano cambiati molto da allora, si dividevano equamente in schiavi e padroni. Forte di quello spirito critico, si apprestò ad attendere.

I successi ad arrivare furono i quattro leccapiedi che avevano trovato lavoro nell’azienda edile del padre del Pozzi. Li salutò con cordialità, scambiò qualche chiacchiera e li accompagnò in sala.

Seguirono Eleonora e Santino Rossi, giovane coppia che aveva concepito il primo frugoletto nei bagni della scuola media. La bella Scilla, mai Marsilia, che aveva fatto ritorno da Venezia appositamente per partecipare all’evento: era riuscita ad ottenere una cattedra come assistente di storia contemporanea alla Ca’Foscari e non mancava di vantarsene in ogni occasione. E così via.

Con somma sorpresa di Andrea nessun disperso. Nemmeno il famoso Fontana, noto omofobo selettivo. Quando pensava a lui era diviso fra il divertimento e la stizza: il Fontana era solito usare due pesi e due misure. Gay, quando parlava di attori, stilisti e di un paio di amici incontrati alla Bocconi; froci, quando il suo pensiero era rivolto alla plebaglia. Non era il solo a pensarla in quel modo e Andrea e Michele avevano deciso di prendersi del tempo prima di venire allo scoperto.

E poi, perché farlo? Era una questione loro, privata, non un argomento di conversazione. Vivendo in provincia ogni occasione era buona per malignare, tutti conoscevano tutto: la passione per gli uccelli della Cazzaniga; l’ambizione sfrenata della Scilla; l’attitudine da conigli in calore dei Rossi.

Una notizia simile avrebbe sconvolto parecchi equilibri. C’era da tenere in conto l’attività dei genitori di Michele, che beneficiavano della bella presenza del figlio minore per assicurarsi il tutto esaurito durante il fine settimane. Sempre gentile, educato, era divenuto per molte ragazze il fidanzatino immaginario. Studentesse, impiegate e operaie facevano a gara per prenotare un tavolo.

E poi, a differenza del Fontana, il proprietario del supermercato era un omofobo fatto e rifatto: poveri o ricchi, non faceva alcuna differenza. Andrea trovava il suo pensiero più onesto rispetto a quello del coetaneo. Fatto sta, che lo avrebbe licenziato di filato.

Prima di rientrare all’agriturismo, Andrea prese un bel respiro. Non tanto per farsi coraggio, quanto per fare scorta di aria buona. Al suo ingresso in sala constatò che i suoi sospetti erano fondati. Molti erano già ubriachi ancor prima di mettere qualcosa sotto i denti.

«Andrea, cantaci qualcosa!»

La voce fastidiosa della Scilla diede vita ad un coro.

«Sì, dai!»

«Canta, canta!»

Andrea si schiarì la gola, fingendo di essere raffreddato. «Magari più tardi…»

Sapeva di avere una bella voce, ma non gli andava di dare spettacolo per quegli idioti.

Michele e mamma Mirella correvano da un capo all’altro della tavolata per servire gli antipasti e Andrea si diresse verso la cucina per offrire aiuto ad Alberto. L’esperienza gli insegnava che né lui né Michele avrebbero partecipato alla cena come ospiti.

Trovò il padre di Michele e Roberto, il fratello culturista, impegnati a tagliare l’arrosto.

«Tutto bene Andrea, non ti preoccupare. Perché non ti siedi e ti godi la serata?» Nel dirlo Alberto ammiccò, consapevole che farlo sarebbe stata una tortura.

«Manco morto.»

In attesa di portare le pietanze, Andrea estrasse il cellulare per controllare le estrazioni del Superenalotto. Lui e Michele giocavano la stessa schedina, ogni sabato, da quattro anni. Il loro piccolo sogno nel cassetto.

«Cazzo!»

Ad Andrea sembrò di vivere un dejavu. Mano alla bocca, occhi spalancati, scrollata di capo.

Rosso per l’imbarazzo, sostenne lo sguardo basito di Alberto e Roberto. «Scusate è…» non riuscì a trovare nulla di coerente da dire «devo…»

Corse ad abbrancare Michele per portarlo in direzione dei bagni. Non diede peso alle conseguenze della sua azione per nulla discreta, né all’interesse che aveva generato negli astanti.

«Michele… ricordi quella roba di cui mi hai parlato? Il total look nero con jeans stringi chiappe e maglioni al ginocchio; l’attico a Milano e l’accademia di scrittura; i pendenti Tiffany di diamanti…»

Il compagno fu lesto a capire, Andrea non era il solo a conoscere la lista dei desideri dell’altro. «Il conservatorio e il trapianto di capelli?»

Roberto era uscito dalla cucina, presagendo qualcosa. Quel loro piccolo rito non gli era sconosciuto e quando intercettò lo sguardo del fratello minore scoppiò a ridere. Si tolse il grembiule e si avvicinò alla tavolata.

«D’accordo stronzetti, se fate cagate questa volta vi prendo a bastonate.»

Seguendo l’impulso, Andrea afferrò il viso di Michele per un bacio a stampo sulle labbra.

Nell’improvviso silenzio di tomba, si udì il vocione del Pozzi. 

«Uè, ma siete froci?»

«No.» Andrea sorrise, raddrizzando le spalle con fierezza. «Siamo Gay!»

In uno stato di grazia indotto dall’alcol, il Fontana subodorò un cambiamento ai vertici: sollevò il bicchiere per un brindisi.

«Alla salute!»

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

Letture correlate

Discussioni

    1. Ciao Mary 😀 Come dicevo a David non avevo molte idee per il lab e mi è venuta in mente una cena a cui ho partecipato davvero e mi ha messa parecchio a disagio. La speranza per il futuro, poi, ci voleva tutta!

    1. Ciao David. Sì, quando l’ho scritto mi sono divertita. Non avevo grandi idee per questo lab, ma ed ho voluto giocare sullo stereotipo del “cumenda”

    1. Ciao Martina, scusa se rispondo solo ora 😀 Grazie, hai visto che alla fine sono riuscita a scrivere una storia allegra? Di solito sono sempre dark

  1. un incubo la famigerata cena di classe dove passi il tempo tra bilanci e autocommiserazone 🙂 Mi piace molto questa situazione un po’ stereotipata delle tipologie di ex compagni, una brano mlto divertente e con il finale che tutti vorremmo

    1. Ciao Alessandro, hai ragione. Io Odio la Cena di Classe, in tutta la mia vita ho partecipato una sola volta, finite le superiori. Oltre tutto non abito più nel paese dove ho frequentato elementari e medie e per mio carattere non seguo il “gossip” locale: me ne starei lì ad ascoltare i fattacci degli altri che non mi interessano una cippa 😀

    1. Ciao Cristina, ho cercato di mettere un po’ di ironia in quello che è lo spauracchio di molti. La Cena di Classe!

  2. We, testina dammi un ana! Un che? Un analcolico, plebeo! (Il Dogui insegna Ahahah).
    Ti sei allontanata dalla zona confortevole e devo dire che il risultato non è male. Però la Micol “strega distopica” è su altri livelli.😉❤
    Comunque non deludi mai.

    1. Ciao Dario, l’idea era quella! 😀 😀 😀
      Non sono lombarda e spero di non aver combinato troppi pasticci nel rappresentare questo stereotipo. Sì, non è la mia zona confort ma mi sono divertita a scriverlo

  3. Il finale mi ha fatto ridere. L’atmosfera di altezzosità dei paesini, ahimè, mi sembra di riconoscerla fin troppo bene. Una bella storia con una conclusione più che meritata per i protagonisti!

    1. Ciao Jessica, sono contenta di essere riuscita nell’intento di far ridere. Ho voluto questo racconto ironico, ma c’è tanta amarezza

    1. Ciao Kenji, hai ragione. Ho tratto ispirazione da un fatto realmente accaduto. Quando ero ragazza ero ospite di un’amica a Milano e mi ha chiesto di accompagnarla ad una cena che alla fine è degenerata in questo modo. Sono uscita nel parcheggio appena la cosa ha iniziato a degenerare: non mi sono mai vergognata tanto in vita mia.