Restate a casa

Il numero di morti aumentava di giorno in giorno. Ormai aveva superato il migliaio. E lui, da solo, doveva abbandonare la “zona rossa” evitando di farsi fermare dalle forze dell’ordine. Naturalmente la stazione centrale della città era da evitare, troppi controlli. C’era già buio e la zona era deserta, quindi gli fu semplice scavalcare la recinzione senza essere visto da nessuno. In altre circostanze abbigliato com’era, cioè col cappuccio della felpa tirato sul capo, guanti in lattice alle mani, mascherina sul volto e zaino in spalla che avrebbe potuto contenere delle bombolette spray, sarebbe potuto essere scambiato per un writer che andava in yard per dipingere un vagone ferroviario ma, nella situazione di quei giorni, con quell’andatura sospetta, poteva essere scambiato per uno sciacallo. E, mentre camminava lungo i binari che lo avrebbero portato verso il “treno della salvezza”, rimuginava su tutto quello che era accaduto in quegli ultimi giorni.

***

Salvatore, giovane studente universitario di primo anno alla Cattolica di Milano, non vedeva l’ora che arrivasse il periodo pasquale per raggiungere i suoi familiari in Sicilia, a Caltanissetta. E, a circa due mesi dalla partenza, si sentiva già frustrato perché non aveva soldi a sufficienza per pagarsi il biglietto aereo. 

“Qui non è come in Sicilia” diceva a sua madre, ogni volta che si sentivano al telefono e le chiedeva un sostegno economico, visto che non aveva il coraggio di domandarlo al padre. A differenza della moglie, il capo famiglia sapeva perfettamente quant’era cara la vita a Milano, visto che era lui a sborsare i soldi per l’affitto della camera in quell’appartamento di periferia. E le tredici ore di lavoro che svolgeva sei giorni su sette, non bastavano per soddisfare tutti i bisogni del figlio e della sua famiglia. Per questo Salvatore si era trovato pure un impiego come cameriere. Ma, a causa di quell’impegno, non aveva potuto dare il massimo e la borsa di studio era sfumata. Però il giovane prometteva bene e il povero Carmelo si sentiva rammaricato che non poteva fare di più per il figlio minore, anzi uno era riuscito a farlo sposare e Michele aveva ricambiato donandogli un nipote maschio di nome Carmelo. In più però, anche la figlia il prossimo anno sarebbe dovuta andare all’università e, almeno, avrebbe scelto la città di Catania. 

“Fortuna che il prossimo mese papà mi farà una ricarica sul conto PayPal, così potrò prenotarmi il biglietto” si disse dopo aver staccato la telefonata, quel pomeriggio del 21 febbraio 2020. Chiuse il libro di economia, si portò le mani alle tempie e, massaggiandole, si diresse poi in cucina per fare uno spuntino. La casa era immersa nel silenzio, vista l’assenza dei colleghi. Salvatore accese il televisore tanto per non sentirsi solo, aprì l’anta del frigo e prese uno yogurt. Al telegiornale stavano parlando di alcuni casi di Coronavirus accertati in Italia, al momento poco più di una dozzina, dopo che in Cina sembrava che i casi si stessero diffondendo a dismisura. Lì per lì non prestò molta attenzione a quella notizia, anche perché sembrava che il virus colpisse soprattutto gli anziani e perlopiù quelli con problemi respiratori; sembrava che i bambini ne fossero quasi immuni; ma, a quanto pareva, colpiva più gli uomini che le donne. “E ti pareva! Pure il virus, sapendo quanto sono rompicoglioni le donne, preferisce colpire gli uomini” ci scherzò su.

Passati un paio di giorni, la situazione cominciò a suscitare un certo interesse in molte persone, anche in Salvatore. I malati di Coronavirus aumentavano e in tutto il nord Italia erano quasi un centinaio e, i pochi casi di decesso, avevano colpito gli anziani o adulti con patologie.

«Salvatò, a mamma. Come stai?» gli chiese preoccupata sua madre, a più di un migliaio di chilometri di distanza dal figlio.

«Bene mammì, e come devo stare?» rispose per tranquillizzarla, anche se lui non lo era più di tanto.

«Che ne so! Al telegiornale si sente dire che lì la situazione comincia a essere critica… Ma perché non scendi, figlio mio? Qui si sta bene.»

«Mamma, ancora ci sono lezioni, e la situazione è sotto controllo. E poi, è solo una potente influenza, niente di ché!» disse con poca convinzione, al pensiero che nel pomeriggio non aveva trovato da nessuna parte né una mascherina e neanche un gel antibatterico per le mani. «Se la cosa dovesse precipitare» aggiunse poi, «sospenderanno le lezioni e a quel punto ti prometto che verrò giù.» Dopo aver chiuso la telefonata, Salvatore diede un’occhiata su WhatsApp: “Cercasi cinese che possa andare a starnutire in parlamento” lesse, sorridendo.

Pochi giorni dopo, Salvatore riuscì miracolosamente a procurarsi una mascherina monouso, che però aveva adoperato tutte le volte che aveva preso un mezzo pubblico.

«Tò!» esordì la sorella, quando il fratello rispose al telefono. «Avevi promesso alla mamma che non appena avrebbero sospeso le lezioni, saresti venuto. È preoccupata, anzi, siamo tutti preoccupati. Perché non torni prima che non ti facciano più partire.»

«Il fatto è che con l’aereo ormai è impossibile, dovrei vedere col pullman o col treno ma..»

«Ma, ché?» lo aveva interrotto. «Vedi che se non ti decidi, papà viene a prenderti! E non mi sembra il caso, no? Visto che deve mandare avanti il locale.»

«Dovrei stare in quarantena prima di scendere e…»

«Ma davvero la situazione è così grave? Vedi che io sento dire che la gente viaggia ancora con facilità.»

«Quelli sono degli incoscienti, per loro stessi e per gli altri!» ammise.

«Senti, ma tu hai sintomi? Stai male? Dimmi la verità.»

«Sto bene» disse, prima di emettere un colpo di tosse. «Dai, vedrò di scendere i primi di marzo.»

«Totò, non prendermi per il culo, mi raccomando.»

«Stai serena» disse, poi s’informò; «Ma lì, com’è la situazione? Usate la mascherina? State a casa?»

«Macché! Se si vede qualcuno in giro con la mascherina, tutti lo pigliano per coglione! Qui si campa regolarmente. Dai, vieni qui, Tò!» 

Chiusa la conversazione con la sorella, Salvatore diede una spulciata su Facebook. Tutti i suoi amici siciliani, ironizzavano sulle distanze di sicurezza da tenere gli uni con gli altri, c’era un post con su scritto: “Ma come si fa a trombare a un metro di distanza?” Un commento diceva: “Solo il negro di WhatsApp può farlo!” Salvatore sorrise, ma a denti stretti.

Nei giorni seguenti, per non far espandere l’epidemia, oltre alle partite di calcio a porte chiuse e vari eventi sospesi, tutti gli istituti d’Italia erano stati chiusi, gli avvocati potevano astenersi dalle udienze e Carmelo, che possedeva un bar poco distante da scuole e tribunale, cominciava a inveire contro il Governo perché il calo di lavoro era stato inevitabile: «Ma che ci scassano la minchia pure qua, se dalle nostre parti stiamo bene?» E naturalmente non era il solo a pensarla così, anche tutti gli altri esercenti la pensavano allo stesso modo, magari i clienti. A tutti sembrava un’esagerazione e, da buon siciliani, quando due o più amici si incontravano al bar, la stretta di mano era inevitabile come i baci sulle guance, se l’amicizia tra le parti era più stretta.

Il secondo giorno dopo la chiusura dalle scuole, Carmelo era seriamente incazzato e diceva a un suo cliente: «Ma perché a questo punto non ci fanno chiudere, a noi che non abbiamo un esercizio di prima necessità? Tanto, non ne vale la pena lavorare, quella poca gente che c’è in giro, non può farti recuperare le spese di gestione! Sai, mi sento costretto a lavorare contro la mia volontà.»

«E io, il caffè dove vado a prenderlo poi?»

«Vieni a casa mia, abiti a due passi. Così mentre me ne sto col mio nipotino a giocare, visto che gli asili sono chiusi, ti offro il caffè.»

«Carmé, ma se capisci che ci perdi, perché non chiudi?»

«Non posso chiudere di mia iniziativa senza un’ordinanza!» esclamò, rosso in volto. «Prima dovrei comunicarlo all’agenzia dell’entrate, visto che adesso ho il misuratore fiscale elettronico e gli mancherebbero le comunicazioni dei corrispettivi; stessa cosa con quelli dell’Aams per quanto riguarda le macchinette. Poi, il padrone di casa pretenderebbe l’affitto, e come faccio? Se invece il Signor Conte si decidesse» disse riferendosi al Presidente, «potremmo chiudere tutti bottega e la gente non avrebbe motivo di uscire! Ah, ovviamente a noi esercenti dovrebbero esonerarci da spese, per questo periodo», concluse Carmelo. 

L’amico fece un gesto con la mano come per dire: aspetta e spera; e poi strinse la mano all’amico, ovviamente priva di guanto, e andò via. 

A quel punto, ancora furioso per le condizioni lavorative di quei giorni, Carmelo telefonò al figlio.   

«Salvatò! Ora sto cominciando a ‘ncazzarmi, arricampati lestu*!» *vieni subito.

«Ma papà, non…»

«Niente ma! Nun mi nni futti ‘na minchia*! Piglia il treno o l’autobus, e vieni subito qua! Altrimenti chiudo il locale e vengo a prenderti fino a Milano!» *non me ne frega niente

«Va bene», disse poco convito, pensando invece che per evitare contagi, sarebbe stato meglio rimanere lì, e a casa.

***

Non appena Salvatore arrivò a casa si trincerò e si autodenunciò. Fortunatamente il suo tampone risultò poi negativo, ma per altri non fu così, alcuni al rientro in Sicilia non si autodenunciarono nemmeno e fu così che il Coronavirus arrivò pure nel sud Italia. Ormai, restare a casa era la migliore cura.

 

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Discussioni

    1. Questa fa ridere molto anche me. Ahahahah Grazie per essere passato, amico mio. Sei sempre il benvenuto… Anche se a pensarci bene, siamo a casa tua! Ahahahahaha

    1. Ciao Costantino, al di là del tuo bel commento, mi hai fatto una bellissima e graditissima sorpresa, iscrivendoti su questa splendida piattaforma. Benvenuto! Eh sì, potessimo tornare indietro…

  1. Ciao Ivan, un po’ in ritardo ma eccomi a commentare questo tuo racconto. Trovo che sia scritto veramente bene. Avrei preferito succedesse qualcosa, un sussulto (Covid19 a parte). La tua opera soffre un po’ dell’effetto “cronaca”. A parte quest’ultima riflessione, ti faccio i complimenti per la pulizia del testo.?

    1. Grazie Dario, mi fa piacere che tutto sommato hai apprezzato il mio lavoro e quindi, il ritardo passa in secondo piano. Ahahahaha P.S. Non potevo aggiungere altro perché sono arrivato al limite dei caratteri, mi spiace.

  2. Ciao Ivan, hai affrontato una questione che ci avvicina tutti, una situazione terribile che hai ritratto fedelmente. Apprezzabile come sempre la tua “sicilianità” impressa nei personaggi. Il tuo libriCK continua a dare spunti di riflessione, perché tanta gente continua ad ignorare il pericolo che avvolge le nostre vite in questo periodo che definirei epocale in negativo. Ben fatto Ivan, grazie del tuo contributo, stiamo uniti, ma lontani? alla prossima!

  3. Una pagina dolorosissima di storia, che stiamo vivendo e in cui ci riconosciamo parola per parola. Sono contenta che il tampone di Salvatore sia risultato negativo. Era un bravo ragazzo ? Ciao Ivan, alla prossima ?

    1. Ciao Cristina, eh già, una dolorosissima pagina di storia, ma d’altronde, raramente si passa alla storia con avvenimenti piacevoli. Speriamo che le generazioni future impareranno dai nostri errori.

  4. Ciao Ivan. Racconto attuale, ahimè, che rispecchia uno dei frangenti più tristi del nostro presente… per non dire della nostra storia! Purtroppo moltissimi non si autodenunciano o preferiscono non mettersi in quarantena: operazione atta non a debellare il virus, ovviamente, ma a rallentarlo, per dare il tempo a chi di competenza di trovare una cura.
    Capisco tuttavia anche la paura di molti genitori, e non solo, di stare lontano dai propri cari in un momento simile. insomma, situazione complicata.
    Ps. Ho visto che alla fine hai messo l’asterisco sul “parlato” siculo: hai fatto bene, altrimenti molti non avrebbero compreso appieno.
    Alla prossima lettura. 🙂

    1. Giuseppe, sai che per me i tuoi consigli sono oro colato. Anche sul finale ho aggiunto due righe e spero di aver migliorato il racconto… Grazie sempre di tutto, amico mio.

    1. Grazie Virginia. A parte l’esempio di responsabilità, ho voluto riportare un esempio di come per qualcuno possano essere andate le cose. Sono in molti quelli che hanno puntato il dito contro quelle persone che dal nord sono scese al sud, e moltissime non lo hanno fatto solo per paura ma per riabbracciare la famiglia, e ci sta. L’importante è che tutti si autodenuncino.

  5. Ciao Ivan, devo dire che questo è il librick che ho più apprezzato fra quelli che hai pubblicato qui. Hai reso bene il senso di sgomento del tuo protagonista. Tutti, siamo restii a pensare che qualcosa di “brutto” possa capitare anche a noi. Si dice lontano dagli occhi, lontano dal cuore: alcuni necessitano di uno bello scossone per aprire i loro.

    1. Micol, è sempre un piacere ricevere i tuoi commenti. Spero che questo sia il librick più bello perché passando il tempo sto diventando più abile, e no a causa della situazione, altrimenti dovrei sperare che continui e onestamente non mi va. Però ammetto che stare a casa mi piace. Grazie e alla prossima.

  6. Ivan!
    Trovo il tuo racconto perfetto per il momento che stiamo vivendo.
    Complimenti per la precisione, stilistica e temporale, della tua storia…ma soprattutto complimenti per aver raccontato una realtà…perché scrivere significa anche saper dire come stanno realmente le cose…

    1. Ciao Claudio, grazie. Mentre scrivevo questa storia, ho pensato di lasciare qualcosa anche per i posteri. Un giorno, quando tutto sarà finito perché finirà, qualcosa dovrà rimanere per ricordare alle generazioni future come dovranno comportarsi in casi di emergenza, sperando che i nostri sbagli non si ripetano.

  7. È difficile avere altro in testa in questo periodo (infatti per sfogo ne ho scritto uno anche io), immagino poi se causa una morte nel tuo paese (mi spiace)… son contenta il tuo Salvatore si sia autodenunciato, speriamo altri lo prendano da esempio, ciao Ivan, stammi bene, congrats tt molto reale…purtroppo

    1. Grazie Maria Anna, sai, avrei voluto scrivere come funziona dopo l’autodenuncia perché lo ha fatto un cugino di mia moglie, ma ero al limite di 1500. Comunque sì, spero che tutti seguano l’esempio.

  8. Sì, sei il primo “commentatore”! Ahaha Comunque, ieri non è stata una bella giornata per me. Sentire parlare di Coronavirus da settimane mi aveva quasi “stufato”, ma quando ieri è stato accertato il primo caso e purtroppo il decesso della persona nella mia città, in testa non avevo nient’altro che quello… così, diciamo per distrarmi, ho scritto il LAB. Ovviamente il mio è un invito a rimanere a casa, e mi fa imbestialire la gente che ne ha l’opportunità e si lamenta! Bisognerebbe pensare a chi è obbligato ad andare a lavorare senza che lo vuole, perché vorrebbe evitare rischi e trascorrere questi giorni con la famiglia. Grazie sempre della tua presenza, Alessandro.