Rispettare l’etichetta.

C’era una volta un ragazzone con gli occhi color dell’acqua. Gran lavoratore, quarto di sei fratelli, con le mani piene di calli ben prima dei vent’anni. Lavorava la terra e costruiva case. Veniva da una famiglia conosciuta da tutti, in paese. E per questo nessuno capiva per quale motivo fosse lui a lavorare come bracciante per gli altri, invece che pretendere che fossero gli altri a farlo per lui.

Il ragazzone dagli occhi color dell’acqua era innamorato. Lei era bellissima. Piccola, minuta, con i lunghi capelli neri sempre raccolti in una crocchia. Ordinata e per bene, come deve esserlo una brava figlia femmina. L’unica, in mezzo a sette fratelli maschi. Che la accompagnavano dovunque, anche per la grande quantità di corteggiatori, sempre pronti a inventarsene una per farsi notare.

La piccola ragazza con la crocchia era la figlia del proprietario delle terre dove il ragazzo con gli occhi color dell’acqua stava lavorando quell’anno, e lo vedeva molto di buon occhio. Non era facile trovare dei ragazzi così giovani, robusti e senza paura della fatica. Specialmente se venivano da una di quelle famiglie.

Una domenica mattina, dopo la messa, la piccola ragazza con la crocchia venne colta di sorpresa. Un ragazzo del paese che le faceva la corte da parecchi mesi, la baciò su una guancia all’improvviso, davanti a tutti. Che incosciente! Che disonore per lei! Svergognata a quel modo davanti alla chiesa, e ai suoi fratelli, umiliati per non aver potuto prevedere quell’attacco alla sua integrità. Tornarono di corsa a casa. I fratelli già pronti a espiare la loro colpa, rimasero stupiti dal coraggio della sorellina che, appena oltrepassata la soglia, si parò davanti al padre. «Padre mio, la vergogna è tanta, e il mio onore ormai intaccato. Fin d’ora, chiunque voi riteniate degno della mia mano, io l’accetterò». Un sorriso illuminò il rugoso volto del padre, orgoglioso dell’onestà della sua bambina. Con uno sguardo, fece cenno ai fratelli di andare. Obbedirono, visibilmente alleggeriti, e grati alla sorellina.

Quello che ancora nessuno sapeva, era che, proprio mentre quella mattina lo scandalo si consumava davanti alla chiesa, il ragazzone con gli occhi color dell’acqua aveva chiesto un colloquio con il padre della piccola ragazza con la crocchia. Con qualche difficoltà a nascondere l’emozione, aveva chiesto la mano della ragazza, e il padre gli aveva chiesto qualche giorno per poterci pensare. Ed ecco che la decisione era presa.

Il ragazzone con gli occhi color dell’acqua, rimasto molto turbato dalla notizia del bacio rubato davanti alla chiesa, ricevette la notizia la mattina successiva, al suo arrivo in cascina, direttamente dall’ormai futuro suocero. Avrebbe potuto solamente gioirne, o vantarsene con gli altri pretendenti del paese. Ma c’era una cosa, in quel momento, più importante.

Conosceva l’incosciente che aveva baciato la sua futura sposa. Finito il lavoro, poco prima del tramonto, prese una strada un po’ più lunga per tornare a casa. La luce accesa lo sorprese, ma non al punto da fargli cambiare idea. Bussò. «Signora, buonasera. Vostro figlio è in casa?»

«Non ancora, perché? Dovete parlargli?».

Il cuore del ragazzone con gli occhi color dell’acqua accelerò per un attimo. Non erano da lui certe cose, ma non aveva scelta, in quel momento.

«Ditegli, cortesemente, di presentarsi alla marina domani a quest’ora. Dobbiamo parlare, tra noi.» Gli occhi della donna si fecero severi in un secondo. Conosceva bene il significato di quel “parlare”.

«Non preoccupatevi. Glielo dirò appena torna.»

«Grazie mille, signora. Buona cena.»

«A voi, ragazzo.»

Tornando a casa, un grosso peso gli gravava sul petto. E non era la fatica della lunga giornata. Ma la sensazione che sempre aveva quando era in obbligo di aderire a quell’etichetta, che l’aveva spinto, fin da ragazzo, ad allontanarsene, lavorando duro e onestamente.

Il giorno dopo, il ragazzone con gli occhi color dell’acqua, restò ad aspettare alla marina fino all’arrivo del buio. Nessuno si presentò all’appuntamento. Sentì il peso sul petto sbriciolarsi in un attimo. Il destino gli stava dando ragione, per la prima volta in maniera lampante. Senza fare nulla di quello di cui provava infinito disprezzo, aveva mantenuto integro l’onore della sua futura sposa, uscendone pulito. E a posto con la coscienza.

Le nozze arrivarono in fretta. La guerra era alle porte, e con lei la chiamata alle armi. La piccola ragazza con la crocchia sarebbe rimasta a disposizione di qualunque altro dei pretendenti. Quelli che seguono l’etichetta. Non l’avrebbe mai permesso. La fretta per la guerra non bastava. Ci volle la complicità di una zia, che in poco tempo seminò in tutti il sospetto che “qualcosa” tra i due fosse già successo. A febbraio il matrimonio, a novembre la prima figlia. Anche stavolta, etichetta rispettata e coscienza a posto.

Di figli ne arrivarono undici. Tanti, perché nessuno si facesse tentare dalla comodità dell’etichetta. Come tanti anni prima, davanti ai seri occhi di una donna arrendevolmente consapevole del destino di suo figlio, era il momento di prendere una decisione che avrebbe potuto cambiare tutto. Per lui, per la piccola ragazza con la crocchia, e per l’intera tribù che insieme avevano creato, in vent’anni di vita in due. Il ragazzone, ormai diventato un uomo, strinse gli occhi color dell’acqua, guardando un punto appena oltre la spalla della piccola donna con la crocchia, che socchiuse i suoi e annuì.

La decisione era presa. Ed era già troppo tardi. Un po’ del peso sul petto non sarebbe più andato via. Mai più. Una figlia si sarebbe sposata a breve, innamorandosi di un uomo non solo fedele, ma molto leale all’etichetta, abbastanza furbo per usarla a proprio favore, ma non abbastanza da sopravviverne, purtroppo. La piccola donna con la crocchia lo aveva intuito subito. Perciò aveva alla fine accettato l’invito del fratello a raggiungerlo su, al nord.

L’uomo con gli occhi color dell’acqua salì su un treno. In tasca il biglietto e qualche cambiale. Il lungo viaggio non lo stancò. Il padrone di casa si dimostrò disponibile, anche ad aiutarlo col lavoro, come aveva fatto pochi anni prima con il cognato, di cui aveva apprezzato l’onestà e il rigore.

«Porterete su la famiglia?»

«Sì. Sono un po’ impauriti, ma contenti», un minuscolo sorriso gli illuminò lo sguardo e il cuore per un secondo, ripensando alla sua tribù.

«E quanti siete? Giù siete celebri per avere famiglie molto numerose, ma come vedete, qui lo spazio è quello che è…»

Il cuore salì in gola, si fermò un attimo, l’acqua dei suoi occhi si intorbidì appena. Un ultimo cedimento all’etichetta. La causa era più grande di lui. Era la sua tribù. Quel peso al petto voleva essere l’ultimo della famiglia a doverlo portare. «Non preoccupatevi. Non abbiamo onorato le tradizioni. Io e mia moglie abbiamo solo quattro figli.»

«Bene! Siete perfetti per questi locali. Spero vivamente sia un nuovo inizio.»

«Grazie. Lo spero anch’io.»

Un sorriso a metà gli rimase sulla bocca. Ma quello fu davvero l’inizio di una nuova vita per tutti. Per tutti loro dodici. E per tutti noi. Che senza il coraggio del nonno di non rispettare l’etichetta, non saremmo qui.

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Discussioni

    1. In parte lo è. È la storia dei miei nonni, ci ho ricamato un po’ su…