Ritratto a scatto fisso
“La macchina fotografica registra la realtà così com’è, mentre l’occhio umano, manipolato dal cervello e dal cuore, spesso ci inganna. Non ci mostra ciò che è, ma ciò che vorremmo vedere: un’illusione, un’utopia. È per questo che molte fotografie non coincidono con l’immagine che credevamo di aver catturato nel momento dello scatto”.
Ero giunto a questo ragionamento al calar della sera, dopo essere uscito dalla camera oscura con le foto che avevo sviluppato. Forse ero l’ultimo uomo in questa città a fare ancora uso di tempi di esposizione, nitrati e bagni, ma dovevo in qualche modo passare il tempo e giustificare il prezzo del mio operato al gallerista.
Le chiamano foto d’asse, io le chiamo foto e basta. Non amo perdermi in filippiche giustificative sul mio lavoro, né tantomeno demolire altri sfigati che, come me, tentano di non finire nelle grinfie di qualche agente pubblicitario o di moda.
Il tempo dei pionieri della fotografia era passato da un pezzo, e questa mostra che stavo preparando sarebbe stata l’ultima in presenza, con sviluppo classico. Anche io sarei rientrato nello standard digitale; anzi, avrei lasciato tutto per uno smartphone usato, fregandomene di qualità, pixel, zoom e segate varie.
Volevo solo essere io ed il mio soggetto/oggetto, e tra noi: aria, odori, sudore, particelle di polvere umana e chimica, e lo schermo: graffiato, opaco e sporco. Sarei diventato un cecchino silenzioso pronto a spedire la mia foto mal fatta, non tagliata, nell’etere digitale.
In casa non tenevo liquori, amavo troppo il mio alcolismo per cadere così facilmente nella tentazione. Allora, ripulito, montavo sulla mia bicicletta e scendevo al Pub, dove mi aspettavano discorsi sulle belle donne, sulle brutte mogli, sui pesci che hanno la capacità di aumentare di peso e forma ad ogni racconto, e Flo con la sua quarta di reggiseno pronta a immergerla nel frigo sotto il bancone ogni volta che prendeva una birra, facendo indispettire le donne e eccitare gli uomini, ogni volta che tirava fuori quei meloni con i capezzoli turgidi, anime perse di una città che puzza di pesce ed olio saturo.
L’angolo del pub riservatomi era in penombra, vicino ai bagni, formato da due sgabelli bassi e un tavolinetto su cui potevano starci due birre e una porzione gigante di fish and chips che dividevo con chi avesse il coraggio di rivolgermi la parola. Per fortuna, l’ultimo coraggioso lo avevamo seppellito tre giorni fa. Paul era l’ultimo di una specie, un marinaio che aveva girato il mondo, sapeva come si viveva fuori da quell’isola e odiava quel paese quanto me. Ma, come me, sapeva che qualsiasi cosa avesse fatto, quel posto lo avrebbe accolto, protetto, rassicurato, masticato e sputato lì, dentro a quel bar.
La donna che si sedette accanto a me non apparteneva a quel posto: carnagione olivastra, fondo schiena prosperoso, un vitino da vespa e un seno alla circasiana.
Sono un esteta e, come tale, mi comporto. Maria parlava poco, beveva a gran sorsate birra scura e amava ripulire le dita unte con la sua piccola bocca rosata. Guardavo il fondo della mia pinta attraverso la birra, sperando di trovare una giustificazione a tutto quello che sarebbe accaduto di lì a poco.
Quando mi svegliai, lo scrosciare della doccia mi fece capire che quel orgasmo non era stato una mia fantasia. Cercai di ricompormi, poi mi avvicinai al bagno per ammirare quella Venere. Non potei fare altro che unirmi a lei. Quella mattina, dopo una colazione degna di un re, saremmo andati al cimitero a ricordare Paul, mio caro amico, suo amato marito.
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Crudo, cinico ed esternamente realistico, esprime con chirurgica efficacia il costante tentativo dell’uomo moderno di costruirsi una nicchia di riferimento a proprio uso e consumo, corredandola di piccoli rituali che, per quanto insignificanti, costituiscono la difesa immunitaria contro il travolgente dilagare del caos.
“La macchina fotografica registra la realtà così com’è, mentre l’occhio umano, manipolato dal cervello e dal cuore, spesso ci inganna. Non ci mostra ciò che è, ma ciò che vorremmo vedere: un’illusione, un’utopia. È per questo che molte fotografie non coincidono con l’immagine che credevamo di aver catturato nel momento dello scatto”. Questo avvio ha la forma di una presentazione della storia. Un invito ad approcciarsi alla storia come una macchina fotografica senza farsi ingannare dall’illusione creata dalla prima parte della storia. Un lavoro interessante. Mi è piaciuto molto 👏
L’ultima frase ribalta tutto con un’eleganza crudele: arriva senza enfasi, ma lascia il segno. Qui non c’è posa né ricerca di scandalo, c’è controllo, mestiere, e una voce che sa esattamente dove portarti.
Bene, mi è piaciuto!