
Sciaboletta
«Forza, coraggio, non è nulla!». L’uomo batté il bastone sulle zampe di Sciaboletta.
Sciaboletta uggiolò per il dolore, ma l’uomo la spinse a correre.
Allora Sciaboletta si mise a correre con gli altri segugi.
Sotto il sole di Lombardia, Sciaboletta guardò dapprima gli uomini con le picche, le gorgiere, i giustacuori e poi le donne con gli abiti rigidi e le collane di perle.
Chiacchieravano fra loro, menzionando un massacro avvenuto in un luogo di nome Parigi: cattolici contro ugonotti o qualcosa del genere, ma Sciaboletta non ci badò più e con gli altri segugi andò a caccia di cinghiali.
Setacciarono il bosco, ma di cinghiali non c’era neppure l’ombra. Sciaboletta stava per arrendersi, però gli altri cani le dissero: «È meglio che obbediamo, hai visto cos’hanno fatto ieri al nostro amico che ha disobbedito, no?».
«Ho visto. L’hanno gettato in un forno».
«Vuoi fare quella fine?».
«No, certo che no».
«E allora…». Non conclusero che come gli stupidi cani che erano si rimisero alla ricerca dei cinghiali.
A un certo punto, uno dei segugi individuò una madre con i cuccioli e cercò di azzannarla mentre dietro di loro gli uomini inveivano e accorrevano.
Mamma-cinghiale perforò la gola al segugio con una zanna, poi scappò.
Era un pandemonio e i cani la tallonarono, tranne Sciaboletta, che era livida di rabbia: uno dei suoi amici era stato ucciso ma agli uomini non interessava.
Anzi, no, non era morto… però quell’uomo allungò il coltello e lo finì.
Era tutto così triste, crudele…
«Cosa fai, Sciaboletta? Mettiti a correre, insegui il cinghiale, o te la faccio vedere io!».
Sciaboletta esitava, allora l’uomo le diede un calcio.
Uomini e donne risero di quello spettacolo e ciò fece arrabbiare ancora di più Sciaboletta, che guardò con occhi ostili l’uomo.
Non si curò più degli altri segugi. Calcolò bene la distanza, dov’era la gorgiera, allora fece un balzo e lo morse alla gola.
Sentì il sangue, la carne lacerata e uomini e donne rimasero sconvolti.
Sciaboletta lasciò libero l’uomo, che stava morendo e non lo finì, allora scappò. Lei era una cagna libera, nessuno più si sarebbe permesso di picchiarla, minacciarla… Corse verso il bosco. «Addio a tutti!». Abbandonò tutto quel rumore.
Era meglio così.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
E brava Sciaboletta!
Tra l’altro il nome non mi è nuovo… Non era mica il soprannome di un Vittorio Emanuele? Per la sua scarsa statura
Ciao Sergio! Il racconto mi è venuto in mente perché mesi fa stavo leggendo e sono incappato nella parola “sciaboletta”. Mi piacque così tanto che decisi di dedicarle un racconto, e così eccolo qui. Forse sul soprannome al nostro passato sovrano hai ragione, non so… Grazie per i commenti!
Grande Sciaboletta, così si fa !
Già! Grazie del tuo commento
Non amo la caccia, sono assolutamente solidale con Sciaboletta
Bene! Grazie per il tuo commento, Micol