Segnatempo
Domenica, l’aria fresca di aprile solleticava la pelle di Tancredi sotto la camicia.
Voleva farsi una passeggiata in centro, camminare sulle lastre di travertino, consumarci sopra il tacco delle sue Tricker’s, ma soprattutto godersi l’ampio vuoto della piazza mattutina. Pavoneggiarsi al centro di quel maestoso rettangolo intriso di storia e nobiltà
Invece no, c’era il mercatino dell’antiquariato. La piazza invasa da decine di bancarelle, bambini, urla e cartacce. Appiccicume per terra, appiccicume nell’aria, sudore o acqua di colonia da quattro soldi.
Ormai suole, naso e occhi erano stati inquinati, si convinse di dare una pigra occhiata alle antichità in esposizione.
Si soffermò a guardare una riproduzione a grandezza naturale di un Dalmata in ceramica smaltata e la trovò particolarmente brutta. Tuttavia continuava a guardarla e toccarne la superficie. Le dita scivolavano tra lo smalto della ceramica e la patina di polvere unta che la ricopriva. Si gustava questo piacere, se lo sentiva in bocca. Si divertiva a pensare che qualcuno avesse speso tempo ed energie per realizzare un prodotto mediocre come quello. A crederlo un’opera d’arte. Che l’avesse addirittura venduto. E che l’antiquario, col suo cardigan bucherellato, si stesse avvicinando a lui, ora, convinto di poterglielo affibbiare. Aspettò che il venditore si avvicinasse, lentamente, finché il tanfo di chiuso che emanavano i suoi vestiti non gli fece arricciare il naso. A quel punto Tancredi si girò di scatto e se ne andò a passo svelto, fingendo di aver visto qualcosa di valore nella bancarella successiva.
Prese un oggetto a caso tra quelli in esposizione, continuando a spiare di sottecchi il venditore che lo fissava deluso dal suo Dalmata impolverato.
Tancredi si sentiva come uno spillo che passa sottopelle nella vita delle persone, e godeva nel vederle arrovellarsi per dieci, quindici secondi senza capire cosa avessero sbagliato. Il piacere era lo stesso che provava da bambino, quando un dente da latte iniziava a staccarsi, procurando quel dolore che era anche un supplizio dolce.
Osservò l’oggetto che ormai da un po’ si girava tra le mani distrattamente. Un orologio da tasca Savonette, il coperchio in bronzo, forse, con delle incisioni guilloché da cui i suoi polpastrelli avevano tratto un piacere sottile.
Dopo aver premuto l’apposito pulsante, l’apertura del coperchio rivelò un quadrante anomalo: la lancetta delle ore era assente, mentre quella dei secondi girava all’indietro. La lancetta dei minuti, che all’inizio era sul dodici, iniziava a spostarsi con una certa velocità verso l’undici, come se quel dodici indicasse proprio dodici minuti e non sessanta.
Tancredi si estraniò, in una sorta di sogno ad occhi aperti. Spariti i cafoni al mercatino, i rumori e gli odori, spariti tutti. C’era invece la gente, incantata, dell’epoca in cui quell’orologio era stato messo in vendita per la prima volta: un orologio che scorre all’indietro e segna quanto tempo manca anziché quanto ne è passato, quale prodigio! Si rattristò nel realizzare che oggi, quella stessa funzione, era svolta dal timer che si trova in ogni smartphone.
Si riebbe dalla sua fantasia e, ormai innamorato di quel gingillo, si risolse a comprarlo.
Con lo sguardo cercò il venditore e lo trovò. Ma lo trovò assolutamente immobile. Il silenzio e la staticità della sua illusione precedente non erano soltanto nella sua testa: nessuno si muoveva a parte Tancredi, né le nuvole in cielo, né la calca di persone intorno a sé. Nessuna ciarla, nessun rumore, nessun odore portato dal vento che non fosse quello del suo Roja Apex eau de parfum. E l’orologio, ovviamente, che continuava a camminare all’indietro.
Aggirò la bancarella. Capovolse un quadro appeso in bella mostra e sottrasse la sigaretta alla signora che lo stava esaminando.
Il tempo scorreva, segnava ora dieci minuti.
Provò a richiudere l’orologio.
Il mercatino riprese subito vita e tutti gli odori e i rumori investirono di nuovo Tancredi come se una diga di vetro si fosse infranta.
Dopo un attimo di smarrimento, un sorrisetto maligno prese vita all’angolo sinistro della sua bocca.
Aprì di nuovo l’orologio. La lancetta dei minuti era ancora sul dieci, e quella dei secondi ricominciò a scorrere all’indietro. Tancredi prese un vecchio ferro da stiro in ghisa dalla bancarella e tornò di corsa alla statua del Dalmata. Il venditore era seduto su una sedia, con il gomito appoggiato sulla testa della statua.
Tancredi lanciò il ferro da stiro contro la statua, mandandola in mille pezzi. Raccolse il ferro da stiro e lo riportò da dove lo aveva preso. Si girò a godersi la scena mentre richiudeva l’orologio.
Nessun rumore di ceramica che va in frantumi, c’era già stato quando nessuno poteva udirlo. Si sentì invece il tonfo del venditore che perse l’equilibrio e cadde dalla sedia sopra i cocci della sua brutta statua. Rimase lì, interdetto, senza capire cosa fosse successo. Guardando ora la sedia, ora i cocci, passandosi la mano sopra la pelata quasi a controllare se la testa fosse ancora al suo posto.
Tancredi si lasciò alle spalle cocci e venditori ed entrò nell’aristocratico bar in stile Liberty della piazza. Si accomodò ad un tavolinetto e ordinò: un sigaro Cavour e un caffè Moka d’Abissinia. Il cameriere impettito lo servì, lui lo congedò senza cerimonie.
Aprì l’orologio. Il mondo si azzittì.
Aggiunse poco zucchero. Il cucchiaino che girava nella tazzina era l’unico rumore udibile in tutto il mondo. Sorseggiò il caffè nel silenzio, percependone l’aroma purissimo perché ogni altro odore non esisteva. Si sentì felice.
Mancavano ormai solo quattro minuti e Tancredi iniziò a chiedersi cosa sarebbe successo allo scadere del tempo. Tagliò via la punta del sigaro e lo accese. Note di testa alla fragranza di liquirizia, subito seguite da legno dolce ed erbe. Tutto appariva puro come non mai in quell’attimo perfetto. Ogni sensazione, ogni odore.
Trenta secondi.
Per un istante pensò che stava sperperando il potere inspiegabile che aveva per le mani. Eppure lui voleva goderselo così, con raffinata eleganza e nonchalance.
Non guardò più l’orologio, deciso a godersi i suoi piaceri fino all’ultimo secondo, eppure fu consapevole del momento in cui il conto alla rovescia finì.
Nessun odore. Nessun sapore. Nessun movimento, mai più. Nemmeno il suo.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Complimenti! Il racconto è bellissimo, atmosferico e… caldo. Non so se sia la parola giusta, però è la prima che mi è venuta in mente come associazione. Sono riuscita a immaginare tutto senza alcuno sforzo, come se qualcuno avesse schiacciato il tasto “play” nella mia mente. Grande!
Ciao Marco! Ho letto con enorme piacere il tuo racconto, soprattutto perché sei riuscito a richiamare una marea di ricordi della mia infanzia. Letture come I Langolieri, o film come Dark City e soprattutto un episodio di Twilight Zone: Un po’ di pace. 😀 Le tue descrizioni sono molto evocative, di quel dalmata di porcellana, ne ho avvertito persino l’odore e niente, mi sono divertito.
Tancredi non è un tipo “simpatico”, a me come lettore frega poco se esaurisce il tempo per capriccio, ma anche al protagonista stesso non importa poi molto della stasi eterna, si è goduto il suo agognato momento di relax.
Ciao Emiliano, ti ringrazio molto e sono estremamente felice che un mio racconto ti abbia suscitato tali sensazioni. Sai che non sei il primo che mi parla di Twilight Zone dopo aver letto un mio racconto? Mi sa tanto che devo vedermi questa serie.
Tancredi esteticamente e come gusti e raffinatezza me lo sono immaginato pensando all’influencer Antonino Ubaldo Caltagirone de “I segreti dello stile”, il carattere invece è originale.
Ciao Marco, che bello tornare a leggerti con questo racconto che mi colpisce per il modo in cui riesce a essere allo stesso tempo elegante e profondamente inquietante.
Tancredi è certamente un personaggio arrogante, quasi sprezzante verso tutto ciò che considera volgare o umano, eppure impossibile da smettere di osservare.
La tua scrittura rende ogni dettaglio estremamente vivido: gli odori, i rumori, il gusto del caffè e del sigaro, fino a farci entrare nella medesima ossessione del protagonista.
L’orologio è un’idea bellissima perché non misura il tempo trascorso, ma quello che resta. E Tancredi, convinto di poter trasformare tutto in un’esperienza estetica controllata, forse, non si accorge di essere anche lui dentro quel conto alla rovescia.
Il finale, freddo, silenzioso, definitivo, è davvero riuscito. Non ho sentito il bisogno di spiegazioni o effetti forzati, perché ne ho percepita la totale naturalezza. Il compiersi del bisogno del protagonista del silenzio e della purezza assoluta che desiderava.
Leggere un commento del genere fa sempre enormemente piacere, perché significa che il lettore ha assaporato tutto quello che il racconto voleva offrire ed è riuscito a entrare in comunione con il modo di vivere del protagonista. Se poi a fare questo commento sei tu Cristiana (non me ne vogliano le tue alter ego Cristina e Tiziana), allora sono felice il doppio, perché sei una penna che ammiro moltissimo.
Grazie a te Marco. Ti saluta anche Tatiana. Un abbraccio 😀
E auguri ancora ai tuoi ometti ♥
Tatiana mi mancava ahahah
“Tancredi si sentiva come uno spillo che passa sottopelle nella vita delle persone”
Bellissimo ❤️
@cristiana 🫶🏻