
Senso di appartenenza
Giocavo distratta e a tratti assorta con l’accendino, e per me che non fumavo era un azione del tutto innaturale e un atto decisamente raro e strano, tanto che le nocche delle mie mani sembravano imbruttirsi a poco a poco che l’accendino assorbiva le pieghe delle mia pelle, che era ancora lì un pò pallida e un po’ inerme, con il coperchio dell’accendino tra le mie dita burlone e i miei pensieri fuori dalla vene pulsanti, che ora notavo partirmi un poco dal polso e farsi spazio verso l’accendino, quasi a volergli fare compagnia.
I pensieri fluttuavano ancora fuori dalle vene verdi come gas, e le parole di mia madre giungevano ovattate contro la parete lattiginosa della sostanza della mia mente, sentivo galleggiare nell’aria le sue parole come fossero piccole bolle di sapone schiumose e mal riuscite, sinceramente leggiadre nel volare verso il soffitto, eppure né le bolle né le parole sembravano adagiarsi sulla superficie dei miei pensieri, come se io stessa fossi una grande bolla al momento impenetrabile ed insieme invisibile, decisamente irraggiungibile.
-Ti va se usciamo?-
Sembravano fossero le prime vere parole di mia madre giunte finalmente limpide in quel lasso di tempo indefinito in cui avevo giocherellato in modo convulso con l’accendino.
-Volentieri-
Eppure nel pronunciare quelle parole, mi sembrava che quel “volentieri”, fosse scivolato un pò troppo rauco, tanto da espandersi alla gola e lasciare nel fiato un senso di smarrimento nel non capire di cosa realmente, sul divano antico ricoperto di tenero velluto verde delicato, e con in mano quel ruvido ed estraneo accendino, io avessi davvero bisogno.
Soprattutto, di cosa avessi davvero voglia.
Guardavo mia madre, la guardavo intensamente. Guardavo i capelli che sembravano un groviglio di more acerbe, ancora sode e piene di riflessi, per niente corvine, proprio come i suoi capelli, li guardavo folti e mossi e intensi, li guardavo scalfire il viso magro e scarno, gli occhi verdi e felini, chiusi in una momentanea fessura di stanchezza, e guardavo anche, ancora, le pagliuzze dorate di essi scontrarsi con il sole immaturo di gennaio, e farsi insieme materia di un sole oro.
La guardavo magra e ben delineata, le spalle larghe e quadrate, le labbra sottili e minute, quasi come fossero due soli tratti di matita, dipinte su schizzi lontani, proprietarie di epoche fatte apposta per essere così sottili e gracili, per spirare piccoli bocchini di fumo, e lasciare scie di nebbia fumosa dietro il collo di pelliccia, e le ombre bianche e nere.
La guardavo di nuovo, indugiando sulle mani stanche e callose, mescolare agile le sue fedeli carte di tarocchi pieni di colori caldi e avvolgenti, con le braccia ben salde sulla spalliera della poltrona, disponeva file di carte e destino su un vecchio scrittoio di noce logoro, carta dopo carta sembrava quasi che stesse creando un dipinto.
Poi apriva gli occhi felini e chissà cosa lei ci leggeva in quelle carte, ma io la guardavo e mi sentivo rapita da quel rituale, da quel tipo di intuito sensitivo, per niente magico, un poco spirituale e molto psicologico e mi avvolgevo di nuovo in quel rogo di more, mentre assaporavo il suo profumo che tra poco mi si sarebbe appiccicato addosso, quando di sicuro l’avrei abbracciata, prima di sparire dietro mattoni antichi e rossi, a rintanarmi in piccole pozze d’acqua che sotto la doccia si sarebbero formate negli incavi del mio corpo.
-Vado a lavarmi, mamma.-
Lei si era girata con quel sorriso sottile di matita, e dietro gli occhiali trasparenti verdi e viola, sembrava avermi riservato uno sguardo dolce.
-Va bene, ti aspetto qui.-
Le sorrisi, purtroppo non tenera quanto lei, poi sparì dietro la porta di legno scuro e mi lasci cadere addosso i vestiti estranei al mio corpo dentro il bagno accennato di rosso scuro e caldo, mentre l’eco delle sue mani tagliava a mazzetti le carte e svaniva a poco a poco, intanto che goccia dopo goccia, tutto il getto della doccia fatto di un lucido e freddo specchio d’argento si riempiva e improvvisamente mi colmò d’acqua.
Acqua pelle pensieri e poi più niente per ei minuti lunghissimi davanti a me.
Le mani decise ritrovarono subito il manto bianco dell’asciugamano e con esso di nuovo mi feci pallida e stanca e misi a tacere almeno per un momento i miei pensieri, riacquistando colorito e presenza.
Abbandonai felicemente lo specchio e mi riappropriai feroce dei miei vent’anni, almeno fra quelle mura materne di casa, nell’intimità del mio corpo nudo in solitudine, e nel bianco greco dell’asciugamano, potevo ancora sentirmi addosso i miei vent’anni, ma avevo comunque paura di perderli appena fuori casa, così se solo mamma fosse riuscita con le sue mani di fata a trasmettermi anche l’arte del cucito, sarei scappata in cabina armadio, avrei rovistato tra le sue tante scatole ornate di sfumature, spaiato rocchetti e colori, mescolato aghi e ditali, annodato gomitoli e sciolto fili di trecce di colore, e affondando l’ago in chissà quale parte indolore dell’anima, quei miei vent’anni me li sarei cucita addosso all’istante, di sicuro.
Quando uscì dalla cabina vestita da capo a piedi, lo sentì arrivare di colpo e non potetti trattenermi dall’esserne compiaciuta e sollevata.
Lo sentì arrivare come si sente arrivare una fitta, mai troppo istantanea e mai troppo preavvisa.
Lo sentì e basta. E per un attimo mi scaldai di esso.
Adesso intorno a me sentivo forte un senso di appartenenza denso e fluido, per niente complicato o doloroso, solo caldo e secco, come legna che brucia e lascia brace ardente sotto la propria cenere.
Feci un lungo respiro e diressi gli occhi miei scuri su tutto ciò che potevo e che quella stanza conteneva.
Non era il salotto serale della casa nuova che mi apparteneva, ne io ad appartenere a lui.
Non erano i quadri appesi al muro di pietra avorio, ne le tovagliette che c’erano state in tutte le nostre case fin da quando io nacqui, né i tappeti qua e là un po’ sbucciati, maltratti o sgualciti, né i cuscini sparsi casualmente, chissà poi quanto realmente casuali, ne il mio scialle di maglia turchese dimenticato sul divano verde, nemmeno la borsa che avevo dato a mia madre qualche minuto prima e che mi apparteneva da anni.
Nemmeno la fede spessa d’argento che avevo al dito poteva rappresentare il mio senso di appartenenza che sentivo essere in quel momento ancora presente e persistente attorno a me.
Il salotto era pieno di pezzi di vita famigliare materiali e profondi, malinconici a tratti, felici a pennellate, semplicemente nostri.
Nulla di tutto ciò mi scaldava con quella brace d’appartenenza che sentivo ardere in me.
Sentivo che tutto non era altro che piccoli arbusti di legna, importanti ma non vitali, come invece lo era quella brace costituita da ben altra sostanza, da un ceppo d’anima e d’amore grosso e immenso e legnoso.
E lui mio ed io sua.
Quell’appartenenza che sentivo nostra e reciproca.
D’un tratto capì cosa fosse, chi fosse quella brace, non me ne ero mai affatto dimenticata, ero solo scivolata troppo nei miei pensieri, in un abisso straniero e complicato, solitario che offuscava e raggelava, appena, quella brace.
Mi accorsi di essere ancora sul ciglio della porta della cabina armadio, quando con la camicia bianca a balze perfettamente aderente su di me, lei mi venne incontro con Genevieve inarcata fra l’apertura delle sue braccia.
-Ti aspetto giù, tuo padre ha già acceso la macchina-
Ammiccai con la testa e carezzai Genevieve piano piano.
-Un minuto e arrivo.-
Poi lei, groviglio di more e Genevieve, gomitolo bianco di cotone, scesero le alte scale di pietra e si persero dai fuori miei, verso il sole timido di gennaio.
Scesi anche io le scale, di corsa, immancabilmente in ritardo su qualsiasi programma avessi fatto, storcendo le gambe per far stare i miei ingombranti piedi su quelle lastre di pietra stretta.
Presi le chiavi e digitai l’allarme, e un attimo prima di chiudere il portone di legno rosso, lo sentì ancora.
Il senso di appartenenza e il profumo legnoso, secco e vagamente ambrato si erano legati insieme, e avevano dato un volto a quella mia appartenenza; e quel volto, inconsciamente, lo sapevo da molto tempo, apparteneva a mia madre.
Lei il mio ceppo, la mia brace, il mio senso di appartenenza.
Lei era mia, come io era sua, per scelta e sangue e abitudine ed esperienza.
Senza nessuna proprietà, eravamo libere di appartenerci per un per sempre inesistente fisicamente, ma immancabile per due anime come le nostre, per un amore e un appartenenza come i nostri, implacabili anche davanti agli abbandoni più eclatanti e i lutti più disarmanti.
Feci schioccare la porta rossa con fragore e alla spalle di essa chiusi a chiave anche i miei pensieri.
Arancione io stessa, nel cappottino nuovo e grazioso che mi stavo buttando sulle spalle, scesi per la discesa di casa tra tacchi alti e ghiaia.
Ormai ambrata di luce mi persi anche io fuori dai miei occhi nel sole pomeridiano di gennaio.
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Bellissima la metafora (peraltro in linea con questa stagione) del fuoco, la cui vera anima è fatta di brace, ardente come il legame di appartrnenza tra madre e figlia. Riesci sempre a far trasparire la tua essenza in questi componimenti, a tratti anche molto poetici. Giochi con le parole con l’abilità di una cartomante che dispone le sue carte e il futuro su un tavolo.
Ciao Tiziano 😀
Effettivamente l’idea del fuoco sempre alto e scoppiettante di fiamme, risulta essere solo l’immagine apparente e più superficiale del fuoco, mi piace che tu abbia colto questo aspetto nella mia metafora.
Potessi essere così brava a disporre carte, scritti e futuro, tra il vederli e il crearli, sarebbe molto bello. Però già il fatto di riuscire a far trasparire la mia essenza, è un appagante vittoria, grazie.