Sette giorni di Pellegrinaggio

LUNEDÌ 

Questa vita, tutto mi ha fatto dimenticare: quel tutto che poi è tornato con maggior chiarezza.

I fasti, si, i lieti giorni della giovinezza e della scoperta.

Non appena me ne accorgo torno ad essere da solo, al mio posto, in mezzo al nulla tutto intorno.

La perdo e la ritrovo sempre piena di ricchezze, di cose vere, di cuori che battono per davvero e si pensano a distanze siderali.

Devo scendere, adesso, mi sia perdonato il fatto, perché c’è da nuotare: tutto intorno il nero mare ondeggia, ed è sia giorno che notte; per questo, proprio per questo, oggi è Lunedì.

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MARTEDÌ 

È una lunghissima strada, il Martedì, che si fa in pellegrinaggio esclusivamente in solitaria; vi andai, come promesso, all’imbrunire, quando folte sono le ombre e grande l’atmosfera. Ed ecco che subito comincia l’incubo, il silenzio da brividi, le vesti già fredde ed umide.

Stiamo cercando una cosa, che solo noi possiamo trovare; una dedica privata nel mondo, una firma, un segno: bref, un’illusione -per tutti; per noi un chiaro messaggio, nascosto nella sinfonia, nella visione e in tutte le cose che procedono di trama in trama.

È un incubo, torno a dire, e a noi piace.

L’avevo già detto, non ricordo dove e a chi, che il nostro cuore è già spezzato, altrimenti non saremmo noi gli erranti sulla via del Martedì.

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MERCOLEDÌ

Taci. Lui ascolta ogni cosa.

Viene da un posto governato da un suono sì quieto che par di scambiarlo per il cantare delle sfere celesti.

Pur onorato del dono dell’invisibilità, è vivo e vero; tace osserva e ascolta attentamente. Mi ha voluto elargire un dono, della cui portata mi vergogno a dire: mi apparve in sogno, proprio Lui, vestito di lucenti panni bianchi e rossi, di una calma visione e bellezza da portarmi al pianto.

Gli chiesi perdono per ogni atrocità, per ogni vittoria dei vizi sulle virtù, per il tempo perso e per ogni mia debolezza.

In cambio mi offerse la mano destra e da padre mi diede una carezza.

Ho inciso il giorno sul mio cuore: come potevo sapere, che sarebbe successo proprio di Mercoledì?

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GIOVEDÌ

Qui i poeti sono innanzitutto sognatori: sognatori veri, che non vanno tessendo trame laddove è Arte lo scioglierle; ma di quelli che cercano, nel sonno, le esperienze estatiche dei Santi e dei Pellegrini.

Nel sogno cadono e si svegliano di proposito per accumulare scritti. Non conoscono un domani, dello ieri non rendono conto: la perdita, fra di loro, è un guadagno.

Hanno la vista acuta come quella dei draghi, sulla quale pendono i destini delle nazioni che vanno ad ispirare, verso la conquista di una pace mai sufficientemente capita, mai veramente accettata.

Per i poeti, certo, è un sogno dentro al sogno, ed è come la follia se questa fosse una perla preziosa.

-Le date sui loro appunti portano sempre il giorno di Giovedì.

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VENERDÌ

Lo vedi, laggiù? C’è un tesoro.

È oro, te lo giuro, d’arancio fiammeggiante lo vidi luccicare: era un fuoco, in una piazza, ammantato fra i palazzi, dello stesso sfavillare che fanno le monete quando sono una addosso all’altra.

Ed è venerdì, tutto d’improvviso, e m’innamoro del mare che scandisce un ritmo burrascoso da molto, molto lontano; il vento, amico mio, strimpella un accordo in do minore pizzicando i rami di lunghi cipressi e ulivi.

È notte, come si spera sempre che succeda: mi nascondo sui tetti ad ascoltare.

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SABATO

C’è una donna, affacciata al davanzale, fa tremare i vetri e le pietre con la lirica sua: è una canzone che di canto ha solo il ritmo, non il suono; si snoda a fiume sotterra e poi zampilla come una fontana.

È una preghiera silenziosa, un lieve nevicare, un dolce sentire: c’entrano tutte le parole del mondo senza esser proferite.

Un Sabato mi accordai col violino; volli suonarla, quella canzone, far scorrere le dita e l’arco fra sistole e diastole.

Rientrò alla fine di un lunghissimo Rosario: mi concesse tutta la notte per imparare l’importanza delle pause.

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DOMENICA

Dalla città mancavo che un tempo solo è troppo poco, lo spazio fra una vita e l’altra, quel che basta ad accorgersi d’esser morti. A suon di campana si battezzano i passi, o quando soffia il vento lieve e freddo, circola la luce tutto intorno ed è Domenica.

Della notte scorsa ancora i fuochi accesi lasciano avanzi di braci: sotto i lampioni e le inferriate, i corrimani e le gargolle, s’erano adagiati i mostri per la caccia; era la notte scorsa, era bell’e finita. Si celavano ancora ed eran deboli e fiacchi, finti uomini, vestiti di paura, di aggressione sempre pieno il cuore.

Gli eravamo addosso già da che tardava il sole a sorgere nell’incubo, ch’era sogno vivo, e alfine vittoriosi tornammo.

Un Buono mi parlò del passero, dell’amore a prima vista, del fulmine a ciel sereno, del suo volo e del ritorno alle mie mani al fischio: richiamo, quello, al quale era impossibile disobbedire.

Torna sempre, e dei mostri che ancora stanno ai bordi si fa occhio e mi dice, cinguettando, che la paura è scappata, che rimane il brandello delle vesti a stringersi, da solo, e piange di speranza a farsi nuovo.

Ricordo di aver sentito il suo giuramento. È il mio cavaliere, conosce il volo e l’equilibrio in aria, perché gli ho ricordato come fare; perché anch’io ho ricordato, quando ancora non sapevo che sbattere appena le ali.

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Responses

  1. Un’altra perla, una poesia direi, dalle vesti auliche che racchiude l’essenza della settimana vissuta da ognuno di noi. Un piacevole cammino altamente descrittivo delle sensazioni ed emozioni provate lungo quei giorni, e trova la sua apoteosi in quel venerdì fatto d’oro, arancio fiammemgiante. Alta scrittura, é sempre un piacere leggere i tuoi brani.

    1. Grazie infinite per le gentilissime parole: anche queste sono d’oro, per me. Mi danno sollievo all’anima.
      Con affetto.