
Siccità
L’idiota ha bruciato il suo campo.
Alla fine ce l’ha fatta, nessuno ci voleva credere. E’ bastato lasciare per un istante il controllo delle sterpaglie e dell’erba bruciata in mano alla Natura. E in pochi istanti, addio a tutto il campo.
La colpa è della siccità, vero, ma il vecchiaccio ha voluto sfruttare la situazione per bruciare quanto più possibile.
Bruciare tutto! Bruciare tutto! Lo stava ripetendo mentre assisteva al tentativo dei vigili del fuoco di salvare almeno il capanno.
Bruciare tutto! Bruciare tutti! Stavolta gli è scappata un’altra parola. Avevano a che fare con un piromane di novantacinque anni.
Nei giorni successivi non se l’è passata nemmeno male. Subito a confermare il fatto che “è stata la siccità”, “il caldo! Siamo tutti a rischio!”. Il massimo dell’imbecillità è nella comunità: si sentono in diritto di non capire una ceppa, e di volerlo dire a tutti.
Se non altro, lui l’hanno lasciato a casa, a fare il vecchio imbecille.
Sta da solo, nella sua casa di 85 metri quadrati, senza nipoti o figli che vengono a trovarlo.
M’è capitato anni fa di visitarlo, nella sua residenza sempre segregata tra persiane e tende. Sempre alla penombra: mai un vecchio nella mia zona che non tenga aperte le finestre.
Non lo sopportavo. Apprezzavo di più suo fratello, un contabile in uno studio commerciale, morto di cancro due anni fa.
Ma lui! Novantacinque anni!
E solo negli ultimi vent’anni ha visitato l’USL di Pieve per, quante?, tre volte. E tutte e tre per una visita di controllo.
E tutte e tre le volte mai che gli dicessero “guardi, ha la SLA! guardi, ha l’Alzheimer!”.
E ora eccolo lì, bello fresco in casa sua, a dondolare per il delirio. Sente solo la sua voce, per tutta la casa.
Alla fine non lo hanno incolpato: non c’erano inneschi; non c’era nulla che lo rendesse responsabile agli occhi della legge.
Ma Dio lo maledica se per caso il fuoco si fosse prorogato. Bastava che i vigili non si presentassero, magari a causa di un disservizio (tipici nella mia zona: non riescono ad assumerne nuovi!), ed era finito.
Il campo è collegato alla zona industriale. Se si fosse prorogato, da lì in avanti sarebbe stato il delirio.
E io non ci volevo credere di dover avere a che fare con un novantacinquenne che di punto in bianco voleva bruciarsi insieme al campo!
L’avevano trovato vicino alla sterpaglia. Camminava in direzione della fiamma più alta. Era intenzionato a suicidarsi, e così con tutto quello che gli era rimasto.
Tre controlli all’USL, e mai uno psichiatra!
Ma forse sono troppo duro con lui. Che colpa ne ha un vecchio novantacinquenne che di punto in bianco decide di lasciare che la Natura divori lui e i suoi animali.
Perché gli animali non hanno avuto scampo. Perché quel maniaco piromane non ha liberato le gabbie.
Quindici polli, tredici galline, sette conigli. E tre gatte. Tutte bruciate vive.
E tutte davanti agli occhi neri di quel vecchio bastardo.
Ma la colpa è della siccità! La colpa è del fatto che lui stia da solo! Non è forse dovuto al fatto che ti ritrovi con gente che diventa un buco nero dell’esistenza.
E che ti tocca andare a visitarli perché la loro storia ti angoscia, ti irrita, e ti fa venire voglia di scoprire cosa diavolo avessero nel cervello.
“Io mi sono liberato!”, questo è il suo commento, alla domanda, “Ma perché diavolo hai lasciato bruciare vivi quegli animali?”
Ha parlato anche poco, a dirla tutta. Gesticola, non sta fermo. Mi offre il caffè con la sua macchinetta stravecchia e consumata, mi fa vedere le foto. E in tutto questo sussurra, ripete parole come in tranche.
“Bruciare è utile!”, “Sono libero!”, “Se solo mio figlio!”, e guarda la sua foto, una Polaroid attaccata ad una cornice troppo grande per il formato.
“La siccità continuerà! Ci travolgerà tutti!”, ha sentenziato. Non gli ho chiesto nulla, e lui tira fuori la siccità.
Stiamo soffrendo il caldo, il Comune ha disposto un limite al consumo idrico. Ma questo non c’entra nulla con l’incendio: lui farnetica perché sta andando verso la fine dei suoi giorni prima del tempo.
E lui lo sa. Per questo ha tentato di bruciarsi vivo. Novantacinque anni, sempre in forma.
E il fratello morto di cancro. Il figlio all’ospedale. “Mia moglie!”, anche lei passata a miglior vita.
Vuole raggiungerli.
Tutti non credevano che lui avrebbe dato fuoco al campo, l’unica cosa rimasta dopo aver messo l’ipoteca alla casa e dopo aver dilapidato tutti i soldi per salvare il figlio.
E tutti non credevano che avrebbe dato fuoco anche alla casa.
Anche qui: siccità! Non è assolutamente possibile che la siccità possa dare fuoco alla cucina della casa, dove, guarda caso!, si trovava il vecchiaccio.
Però, sempre in paese, e sempre i vigili, i carabinieri, “siccità!”.
La solita parola d’ordine quando, in piena afa, la gente dà di matto e si dà fuoco.
Eppure non riesco a non capacitarmi. Lo odio, Dio se lo odio. Ma sento il silenzio della sua casa, la Polaroid che toccava mentre sussurava “Se solo mio figlio!”, la macchinetta del caffè che ha lasciato esplodere e che, stando ai sopralluoghi dei vigili, avrebbe fatto scatenare l’incendio.
“Ma vi fumate la malva? O in che mondo governato dalla Fisica una macchina del caffè, esplodendo, produce una fiamma?”
Neanche una risposta. Tanto lo stipendio arriva loro sempre il 27 del mese.
Lo odio forse perché ha lasciato morire quegli animali, anche se sarebbero andati al macello. Gatti inclusi…
Lo odio forse perché ha lasciato bruciare un campo, anche se è è bastato solo non inaffiare i campi come prescritto dall’ordinanza comunale.
Lo odio forse perché alla fine ha deciso di farla finita.
Come avrei voluto fare io anni fa, dopo aver avuto un attacco di depressione acuta e senza uno straccio di farmaco ad attutire il colpo.
Ero pronto, avevo scelto anche il posto e il modo con cui farla finita: al suo campo, buttandomi nello sterco di gallina e aspettando che la toxoplasmosi mi divorasse le budella.
E invece guarda un po’ quale vecchiaccio ti viene a salvare, se non un novantenne che ti fa riemergere dallo sterco, e che ti riempie di calci, schiaffi e pugni urlando “Devi vivere! Devi vivere! Devi vivere!”
E tu maledetto no?
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