Sogni colorati

Serie: Goblingeddon

Restare appesi a testa in giù può essere deleterio per il cervello. Il sangue confluisce nella testa, riempie ogni spazio fino a far galleggiare la mente in una viscosa vasca di vischio. Di fluido. Di farro. Di furia.

Raki non sapeva più nemmeno in che modo ascoltare i propri pensieri. Era appeso alla parete da due ore, il bosco e le rovine eano tornate silenziose dopo che la succube lo aveva abbandonato al suo destino. Dendrast se ne era andato deridendolo, ferendolo nell’orgoglio più di quanto potesse fare la spada. La spada, la zigzagante lama che si era procurato per volere del destino: chissà dov’era finita. Se solo fosse rimasto fra le montagne, nei suoi buchi preferiti, con la gente che odiava dal profondo del cuore…

No, non poteva. Non poteva rimanere, non era il suo posto, così come non era il suo posto la parete imbrattata di una rovina in mezzo al bosco. Se ne sarebbe andato da lì, in un modo o nell’altro, salendo o scendendo, perfino strisciando o arrotando la cabigola del bortolo. Di rappina, cotanta strena da bandarsi li quacchi…

Nella testa si stava facendo tutto confuso. Le parole si mischiavano, le immagini pure: il vento diventava di un giallo paglierino, leggero e mutevole, avvolto all’erba fragrante che danzava sotto lo sguardo attento della roccia. Raki si dibatteva ancora, stremato, schiumante di rabbia. Non intendeva accettarlo, ma ben presto si sarebbe fatto tutto nero. Le stupide pietre, che lo tenevano incollato al cerchio magico, sulla parete, lo avrebbero salutato dal fondo degli stivali. Se solo avesse avuto l’occasione di staccare la testa a Lorque, di derubare Morik, di scoparsi qualche goblin di pianura dalla pelle abbronzata e dalle gambette slanciate, allora sì, avrebbe potuto salutare questo mondo con un briciolo di orripilante sdegno.

Ma non fu così.

Raki non si rese veramente conto di quanto stesse accadendo, vide solo figure indistinte e accoccigliate rantolare attorno a sé. Arrivarono tutte insieme, proprio mentre da oltre gli scheletri degli edifici cominciò a rimbombare un flusso di luci e saette, colori e ricordi di un terrore impronunciabile.

«Arrivano! Arrivano!» urlò qualcuno, tanto vicino all’orecchio di Raki da sembrargli addirittura all’interno della testa. Sentì delle mani afferrarlo, due, quattro, forse setrotto manuncole scattarelle che lo tiravano per le brache.

Un vocione spaventoso saettò fuori dal vortice psichedelico, mentre un pelliccione grufolante si avvicinava, chiamato dai simpatici creaturini.

«Tirate giù quel pezzo di cretino» ordinò il più cattivo dei creaturini, dalla bocca di squalo e l’alito di pescegatto. «Se non ci leviamo di torno prima di subito, ve lo assicuro, finiremo in pasto ai troll.»

Troll. TROLL! Ecco cosa era venuto a cercare! Ah, no, era ciò che doveva evitare! L’oro! Quello era venuto a cercare. Ma dov’era, l’oro? E dove si erano nascosti tutti? Le manine solletichine gli davano fastidio alla pappagorgia. La zampa era tutta storta, ma non sembrava importare a nessuno delle urla del povero Raki.

«Il mio quadrato!» gridò, dimenticando brandelli di vestiti e uno stivale sul circolo magico. Il resto era stato trascinato giù con violenza e lanciato sul carro del cinghiale. Ma Raki era inconsolabile: «Il mio quadrotto! Il perotto! Sbracatemi!»

Quello che vide dopo, Raki non fu sicuro di averlo compreso bene quanto il motivo per cui si era cacciato in un tale pasticcio. Sbraitò per poco, zittendosi nell’istante in cui vide una montagna nebbiosa venirgli incontro. Era enorme, imponderabile, soverchiante perfino. La sagoma gigantesca avrebbe potuto portare sulla spalla sinistra tutto il cinghiale con il carretto e il suo carico, lasciando spazio per un grazioso capanno di caccia sull’altra. Si muoveva tutta, ballonzolante come una ruota che incappa in grossi sassi. Delle protuberanze serpentesche si protendevano verso Raki, che non era più tanto sicuro di quale fosse il sopra e quale il sotto.

Qualcuno di molto morikkoso lanciò la ritirata.

La testa di Raki, pur avvolta nell’elmo, cominciò a sbattere violentemente contro il duro legno del carretto. Non vide affatto l’esplosione che i sacerdoti del Dio Liquido si lasciarono alle spalle, per coprire le tracce e la fuga. Non si rese affatto conto di quanto era stato fortunato ad essere stato affidato al cinghiale. Lui, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto lasciarselo alle spalle. Il resto della spedizione, invece, si diede al “si-salvi-chi-può”.

Non aveva mai visto un troll. O un gigante. O una succube, a dirla tutta. Ora poteva dire di averli visti, anche se non certo nel modo che avrebbe preferito. Forse, li aveva visti in un’immagine eterea, forse non era accaduto proprio niente. Si stava ricordando di un lontano passato? Aveva avuto visioni di un futuro a quattro dimensioni?

Nonostante gli sforzi, in realtà non sapeva nemmeno che cavolo stesse pensando. Quando si svegliò, con il sapore del sangue in bocca, era ormai in vista di Campoforno, con i polsi e le caviglie legate, senza alcuna idea di quello che fosse accaduto. Si stava svegliando da un pessimo sogno, tutto colorato, pieno di immagini e brutte sensazioni. Le figure indistinte che aveva ai fianchi impiegarono tempo a schiarirsi.

Faccia-di-Merda fu il primo che riconobbe. Camminava dietro al carretto come un lebbroso e un filo di bava marroncina gli penzolava dal labbro.

«Che diavolo…» provò a dire Raki, incerto di essere riuscito nell’impresa.

«Taci. Non parlare. Non ti muovere. E vivrai fino a domani.» Chi aveva parlato, con quel tono affilato e marziale, non poteva essere che il capo della spedizione.

“Cazzo” pensò Raki, comprendendo che avere mani e piedi legati non poteva essere un buon segno.

I sacerdoti saltellavano ridacchiando al fianco del carretto. Al risveglio di Raki si erano fatti sotto, sogghignando e guardandolo come fosse un porco allo spiedo.

«Che cazzo avete da guardare?» ringhiò, forse, Raki.

«Un goblin morto. Morto! Ah-ah!»

Avrebbe voluto chiedere di nuovo di che diavolo stesse parlano, ma non ne trovò la forza. Basta domande. Era stanco. Troppo stanco. Avrebbe solo cercato di dormire un po’, prima di arrivare in città.

Se solo avesse potuto mettersi comodo. Era un tormento, con le corde, le manette, e tutte quelle monetine gialle e scintillanti a fargli da cuscino. Brillavano al sole e, se non teneva la testa puntata verso il cielo, lo accecavano anche con le palpebre chiuse.

Stupido, inutile tesoro.

Serie: Goblingeddon
  • Episodio 1: La spada
  • Episodio 2: La porta
  • Episodio 3: L’elmo
  • Episodio 4: Oro e cretini
  • Episodio 5: Il tempio del Dio Liquido
  • Episodio 6: Morik, il Grande Guerriero Goblin
  • Episodio 7: La fortuna sorride ai malvagi
  • Episodio 8: Sogni colorati
  • Episodio 9: L’erba
  • Episodio 10: La morte
  • Episodio 11: Pirati volanti
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    Discussioni

      1. Spero proprio di riuscirci fino alla fine… anche perché questa avventura sta travalicando il genere 😛