SPECCHIO SPECCHIO DELLE MIE CARNI

Serie: La Ragazza Ardente. Malattia e "normalità".

Il caldo afoso appena scesi quei quattro scalini del treno… la puzza del mare in lontananza che non è poetico sentore ma solo un odore acre e umido che assale il mio stomaco. Un lungo abito ancora ad accompagnare i miei passi incerti e rancorosi, verso quella figura bionda in pantaloncini corti. Lui e il suo sorriso ampio e sicuro, io e la mia treccia stretta e le scarpe con i tacchi spessi che mi appesantiscono i passi. Lui sembra così piccolo rispetto ai miei segreti intenti: così confusi, così pieni di rabbia silenziosa. Bacetti e convenevoli; a ogni scalino della stazione fantastico su come sarebbe se inciampasse e si sfregiasse quel bel visetto appuntito, così certo che potrà ottenere tutto ciò che vuole, ancora.

Andare a vivere da solo sembrava qualcosa d’impensabile quando ero IO che pensavo di trasferirmi da lui… beh che fortuna che tutto sia successo, che fortuna l’essermi ammalata. Dopotutto la penso così, mi sento fortunata nell’avere questi sensi affamati e questa acuta vista a cui ora si mostrano le cose. Si mostrano così le persone e gli eventi che percepivo con un’immaturità disarmante: chiari. Ci si sente spesso così sicuri quando ci si veste dei programmi di “vita” già preparati e “lavati”. Come ingredienti di una brutta insalata da supermercato avevo messo insieme la laurea e il mio rapporto… pensavo alla convivenza; alla monogamia, ad essere sepolta in una tomba di famiglia preparata almeno vent’anni prima della mia dipartita. Come se uno potesse davvero, autonomamente, decidere di arrivare alla media nazionale di sopravvivenza. Mentre sono in macchina con lui, e vedo i suoi capelli legati dietro in una coda di stupidità e lucenti sicurezze, ecco che mentre lui mi fa i complimenti di come mi vede “in forma” … assolutamente ironico e ridicolo… ecco che il cuoricino si illumina nella mia borsa ancora una volta. Il caldo mi fa pizzicare la cicatrice che è rossa e non ha intenzione di smorzare il suo colore accesso, come a rivendicare la sua funzione… il suo voler uccidere me, per far nascere lo Spirito che in me aveva scelto di incarnarsi. L’insalata da supermercato è marcia su un piano di marmo… io sono silenziosa su questo sedile bollente, e scaccio il cuoricino dallo schermo. Gli scarti delle prede non interessano a chi ha dato due bocconi e ora si deve solo spostare prima di mangiare decomposte immobili membra di parassiti infestate.

Una settimana prima avevo rivisto il cuoricino. Lui era agitato… doveva partire per Londra; e le nostre conversazioni si facevano sempre più assidue, da giorni. Camminava avanti e indietro nella mia camera, stavolta nessun abbraccio, nessuno scherzo. Lui odorava di perdente, di perdita di senno e controllo: tutto calcolato tra la fidanzata ignara, e di facciata, e una carriera da perseguire… e io sono arrivata a riempire di crepe il vetro dietro il quale guardava i sensi della vita. Si avvicinò con il ventre verso di me, gli alzai la maglietta fresca e la sua pelle tirata si poggiò triste sulla mia faccia. Guancia a pancia, con le sue mani intorno alla mia testa… ho capito quanto in quel momento io non avessi vetrine e quanto lui avesse bisogno delle sue teche separate e distinte. Lui ha avuto la funzione di carne umana che una fame nuova ha imboccato nella bestia vitale e umana, che dopo aver sentito quel sapore, così rinacque come fatta di terra e acqua, di aria e di fuoco inestinguibile. Da allora porto scompiglio… da quella mattina nella clinica vecchia. Sento ancora quella pancia piatta addosso alla mia faccia, che mi strucca e che mi stringe… mentre questo esserino fastidioso mi porta felice verso la sua nuova casa. Da quando mi sono operata non una telefonata dalla sua perfetta e inquietante famiglia che così mi accoglieva nelle notti insonni… dove soffocavo come un germoglio chiuso in un sacco di plastica. Odio lui, la sua macchina e il suo sorriso stampato. Il cuoricino lo lascio in silenzio. Lui partì arrabbiato perché avevo sconvolto i piani e rimestato la vita che aveva ammaestrato in vizi controllati e tradimenti perfettamente calcolati. Provo tante cose… e ora che l’Amore è spalmato sulle mie mani, ogni volta che mi sfioro e mi abbraccio… mi sembra di non poterlo più distribuire all’umanità. Sono umana se non parlo UMANO? Sono di una strana razza… così dice il biondino che avvolto nella maglia di una band mi racconta della sua nuova chitarra. La chitarra ha due fulmini, io ho due pugnali nascosti nella bocca, pronti per essere lanciati.

Ecco il suo monolocale pieno dei regali che gli feci in tre anni e mezzo di relazione. Ma come si permette di tenermi lì? Seduto al tavolo accanto all’attrezzatura da registrazione… ecco che subisce la mia figura che si mette a cavalcioni su di lui: senza scarpe e con il vestito tirato su. Con il mento alto lo guardo e tengo il suo di mento, ispido di un pizzetto mal delineato. Inizia a respirare ansimando… capisce che non mi alzerò… e che il controllo che lui crede di avere ha una potenza ridicola rispetto alla mia stretta e alle mie gambe ben salde su di lui: il piccolo chitarrista dall’ego che necessita di una punizione. Cede alla lussuria e si fa lacerare le sicurezze da dentro mentre mi stringe come ad arrendersi alla sua stupida inettitudine: “Io misero, io perdente, io indegno”. Questo è ciò che questo ragazzo dai capelli dorati rappresenta: solo un fantoccio di se stesso, solo un pupazzo di capelli e cotone,  buono per due morsi e una buca profonda in cui sotterrarlo. Il sesso davanti allo specchio del suo armadio è la magnifica manifestazione del brillio della mia cicatrice… della mia bianca schiena e dei miei canini imperfetti ma potentissimi. Lui sembra un manichino spoglio, intontito e pentito. Guardami dallo specchio e pentiti. PENTITI!

Entra nella camera ardente, siediti accanto al cuoricino, al cervo… veglia i resti di ciò che controllasti e che ora neanche la morte può limitare. Attraverso i tempi ho richiamato le mie energie… ecco fate il funerale e piangete, piangete i vostri visi morti che sopra il mio s’interscambiano come maschere funerarie. Si fondono le vostre facce con quella mia, morta. Restate nella camera ardente e bruciate nel ghiaccio che avete eretto. Congelate e bruciate per il freddo cocente.

La mattina seguente, bevendo il caffè, un messaggio timido da un esile ragazzo dagli occhi grandi e azzurri, disperati. Un sorriso mi compare in viso. Non sento bramosia per una volta… sento “empatia”. Sento pace e sento subbuglio tranquillo. Due dolori che guardandosi si esaltano e si fondono, e si annullano nell’oblio.

Addio capelli biondi, a mai più. Tu non lo sai… ma non dormirai per molte notti davanti a quello specchio ormai SEGNATO. Il passaggio è aperto, guardati bene… non uscirai mai più da quella camera ardente… nonostante tutte le volte in cui t’illuderai di ESSERE.

Serie: La Ragazza Ardente. Malattia e "normalità".
  • Episodio 1: Nella borsa un cuoricino, a destra l’obitorio
  • Episodio 2: La Bambola impaurita è “eccitata”
  • Episodio 3: “Sexy” Requiem per contrabbasso
  • Episodio 4: SENSAZIONE SONICA
  • Episodio 5: PERCHÈ SALVARSI?
  • Episodio 6: NEVE DI LAVA. MANICHINI, CHITARRE E CERVI
  • Episodio 7: UN CERVO IN PANTALONI INTERESSATI
  • Episodio 8: SPECCHIO SPECCHIO DELLE MIE CARNI
  • Episodio 9: I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse al Luna Park Bohémien
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    Commenti

    1. Alessandro Ricci

      Un altro bellissimo e crudele pezzo, che nonostante il retrogusto di sensazioni che lascia non si può far a meno di leggere.
      L’argomento e il contenuto sono di sicuro valore così come lo stile non posso arrischiarmi a dire altro perchè un po’ mi spaventi, bravissima :-p

    2. Micol Fusca

      Ciao Francesca, come al solito mi sono presa del tempo per leggere il tuo racconto. Quale musica metto? I Linking Park, Red Hot Chili Peppers, Evanescence? (perdona i gusti tremendi…) Ok, non metto nulla che è meglio. Sei sempre un pugno allo stomaco, perchè mi “arrivi” nello stomaco (giustappunto). Secondo la mia sensazione le tue non sono esattamente “metafore” quando un canto di sopravvivenza e l’emergere dell’io primordiale. Quello animale ( non lo dico in maniera dispregiativa, anzi, perchè è quello più sincero). Non posso che mandarti un bacione.

    3. Giuseppe Gallato

      “Attraverso i tempi ho richiamato le mie energie… ecco fate il funerale e piangete, piangete i vostri visi morti che sopra il mio s’interscambiano come maschere funerarie. Si fondono le vostre facce con quella mia, morta. Restate nella camera ardente e bruciate nel ghiaccio che avete eretto. Congelate e bruciate per il freddo cocente.”… e io a questo punto cosa posso aggiungere? Cosa posso dirti dopo aver letto questo passo… quasi capace di stravolgermi l’esistenza! Francesca, sei veramente brava: sai far entrare in lettore in sintonia con la tua scrittura, sai trasmettere, sai emozionare. Sai Esprimere. Complimenti! 🙂

    4. Antonino Trovato

      Ciao Francesca, beh, che dire, ho davvero percepito la tua rabbia, la tua tristezza, rappresentati in un simbolismo incredibile che si fonde e confonde con immagini reali, vere, dove unisci il dolore che arde il fisico e la mente. Nel finale, intravedo la tua dolcezza e la voglia di proseguire, una voglia di gettar via quella camera ardente e tutto quello che ha rappresentato. Ma dimmi, è la fine? Complimenti davvero, episodio stupendo, serie affascinante😁!

      1. Francesca Lucidi Post author

        NO! NON È LA FINE! ahahahaha…
        La camera ardente la riempio e poi appicco il fuoco haahahha. Io sto fuori ovviamente 😉
        Grazie mille caro.

    5. Dario Pezzotti

      Ciao Francesca, ho letto molta tristezza nella prima parte di questo episodio. Molta rabbia. Nella seconda parte, però, vi è una sorta di rinascita, la voglia di prendere in mano la propria vita. Il tuo stile ruvido, ma che sa essere anche poetico, non delude.
      😊

      1. Francesca Lucidi Post author

        Mi dispiace che vi faccio venire il magone ahahahah spero di rizzare anche altri sensi. Grazie per il tuo leggermi ogni volta, ti stringo la mano con dolcezza Dario.