Spostato
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
- Episodio 5: Rumore bianco
- Episodio 6: Si nascondono nei cappotti
- Episodio 7: Il testimone
- Episodio 8: La Firma
- Episodio 9: L’uomo sotto i portici
- Episodio 10: Attraverso il Varco
- Episodio 1: Il punto Omega
- Episodio 2: 160 Ghz
- Episodio 3: La direzione
- Episodio 4: Il Vaso di Pandora
- Episodio 5: Attraverso Catherine
- Episodio 6: Il nome dimenticato
- Episodio 7: Il segnale
- Episodio 8: La carne
- Episodio 9: L’uomo
- Episodio 10: Il Teorema di Alder
- Episodio 1: Il Taccuino
- Episodio 2: La terra
- Episodio 3: Spostato
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
— Alder è il diavolo.
Victor lo dice piano. Non grida. È questo che spaventa il dottor Claude: non l’urlo, non le contorsioni, non i polsi segnati dalle cinghie. La voce è bassa, modulata, precisa.
— Alder è la bestia. Sei-sei-sei.
I sedativi non bastano, perché quello che agita Victor è passato attraverso il corpo oltre che nella mente. Lui adesso vibra come un’onda attraversata da scosse elettriche.
— Non deve uscire. Non deve camminare per le strade di Torino. — La voce sale, poi torna giù in gola. — Non deve.
Nella mente di Victor qualcosa si è aperto e non si richiude. L’energia resta intrappolata nei nervi, corre tra le sinapsi senza trovare uscita. Si trasforma in quella voce bassa, in quella precisione. Non è più agitazione. È un varco attraverso la sua bocca.
— Il mondo sta cambiando — sussurra. — Lui è pericolossssoh.
Claude esce senza fare rumore. Chiama Catherine.
— Non è stabile. Dovremo tenerlo sotto controllo a lungo. Credo che possa tornare normale — aggiunge, più per necessità che per convinzione.
— Normale. — La voce di Catherine non è ironica. È stanca di una stanchezza che viene da lontano. — Cos’è normale, Claude?
Non aspetta la risposta.
Claude resta nel corridoio con il telefono in mano. Non trova risposta. Torna dentro.
Alder è tornato a scuola.
I bambini lo circondano come fanno sempre. Le chiamano neurodivergenze: ADHD, spettri autistici, menti che non si piegano facilmente alla forma comune. Alder non le vede come difetti. Le vede come variazioni. Come segnali di un sistema più complesso che non ha ancora trovato il modo di descriversi.
Samuel disegna in silenzio. Foglio dopo foglio, sempre la stessa cosa, con la concentrazione di chi non sta inventando ma trascrivendo qualcosa che continua ad arrivare.
Alder si avvicina. Guarda.
Una testa. Solo la testa, tagliata alla base del collo con una linea netta, gli occhi chiusi. Sotto, una linea ondulata che potrebbe essere acqua. Sul foglio sotto, uguale. Su quello sotto ancora, uguale. La matita che ripete lo stesso gesto con la precisione di una registrazione.
— Samuel, cosa stai disegnando?
Il bambino alza gli occhi. Quegli occhi chiari che di solito non si appoggiano sul viso di nessuno adesso si appoggiano su Alder. Senza paura. Senza richiesta.
— Quello che sta arrivando.
Poi torna al foglio.
Qualcosa dentro Alder si contrae.
— Non era finita. — La voce è quasi inudibile. — Non si era stabilizzato tutto con il teorema?
Carnival è appoggiato alla parete in fondo all’aula.
— Era una direzione. Un’altra direzione, non una soluzione. Hai chiuso una crepa. Le crepe sono molte.
— Alcune cose si allineano — continua. — E altre, vedendo l’allineamento, reagiscono.
Alder stringe i denti. — Io non sogno più. Ma faccio incubi. Vivo l’incubo stesso.
— Hai i piedi per terra. È questo che succede quando si resta.
Per un attimo, solo un attimo, ma reale, Alder desidera tornare indietro. Alle voci come guida, non come compagnia. A quella vertigine in cui la responsabilità era diluita perché non si sapeva mai del tutto chi stesse decidendo. Era più pesante allora. Ma anche, in un modo difficile da ammettere, più leggero.
— Forse dovrei chiamarli — sussurra. — Tornare alle porte di Torino.
Carnival risponde con una voce più gentile di quanto Alder ricordasse.
— Non puoi. Hai scelto di restare. Le porte restano dove sono. Tu anche.
La città, intanto, cambia.
Non in superficie. In superficie Torino è quella di sempre: i tram, i portici, il fiume, le luci dei caffè. Ma sotto, qualcosa non trova più passaggio attraverso le coppie. Sta cercando un altro varco. Lo trova nei figli degli amanti.
I bambini vengono trovati uno alla volta. Le teste nel fiume. Il taglio netto, eseguito con la precisione di chi non ha fretta. La città non lo dice ad alta voce. Lo dice in cucina, con il telegiornale spento. Al tramonto, quando la luce batte sull’acqua in un certo modo, il fiume sembra più rosso del solito. Molti torinesi hanno smesso di guardarlo quando attraversano i ponti.
Torino non dorme più come prima.
Catherine riceve pazienti senza sosta. Non singoli. Coppie. Famiglie intere. Arrivano come pellegrini, con quella postura di chi non sa più da chi andare. Non chiedono guarigione: chiedono di non cadere di nuovo, di trovare il modo di far restare i loro figli dopo aver imparato a tenere se stessi.
L’ultima coppia del mercoledì sera arriva senza appuntamento. Lui si chiama Pancrazio. Sui sessanta, mani che hanno lavorato tutta la vita. La moglie gli sta accanto e gli tiene la mano stretta. Troppo stretta. Come se lasciarla significasse morire. Di nuovo.
Catherine capisce, guardandoli, qualcosa che non aveva ancora capito del tutto: il teorema aveva tenuto le coppie. Ma qualcosa stava usando i figli per spezzarle — senza separare le mani, togliendo la ragione per cui si tenevano.
San Pancrazio è stato un martire: decapitato a quattordici anni. Il suo Santuario è vicino Torino.
Quella sera Alder torna a casa e trova il taccuino rosso aperto sul tavolo. Su una pagina che non ricordava di aver scritto c’è una sola frase:
*Si era spostato.*
La guarda a lungo.
Fuori c’è la pioggia di aprile. O forse è quella di marzo che non se n’era mai andata.
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: Il Taccuino
- Episodio 2: La terra
- Episodio 3: Spostato
Però! Bello
Grazie.