STORIA DI UN CUCCHIAINO DI PLASTICA

Serie: ESERCIZI DI IMMAGINAZIONE


Basta un piccolo, comunissimo oggetto. Un odore. Una parola. Un dolore. Per scatenare un'imprevista, imprevedibile, inattesa onda di immaginazione anomala. Dedicato a Emilio Locurcio.



Roma, sotto il sedile di un’utilitaria, ore 19:53, duecentocinquantatreesimo giorno.

Quando nacqui, mi fu subito chiaro di non essere compostabile. Eravamo troppi, abbarcati uno dentro l’altro, io e i miei novantanove fratelli confezionati in una lunghissima placenta di plastica. Lasciammo mamma che buttava fuori altri fratelli. D’altronde mamma la ricordo così, sempre partoriente. Un ricordo fugace, perché fummo presto separati.

Nessuno voleva nascere non riciclabile. Giravano leggende spaventose sui nostri fratelli più anziani, sperduti in ogni angolo del mondo, bloccati in luoghi terrificanti, ancora vivi, vivi per sempre. Intrappolati nella pancia di una balena per decenni, spezzati e buttati dal finestrino di una macchina in corsa, fermi, soli, ai piedi di un dirupo dopo uno scivolone di centinaia di metri, trasportati inermi da fiumi di fango dopo un’alluvione, ancora vivi, vivi per sempre. 

Nessuno voleva essere noi. 

Per questo, quando nacqui, la prima cosa che feci fu guardare la placenta. Mamma ti diceva così all’uscita: “placenta lunga via lunga, placenta corta via corta”. La mia era una via lunghissima. Ero nato tra gli sfortunati, ecco il mio destino. Da lì non si scappava, io e i miei 99 fratelli eravamo destinati a mani fugaci e distratte, ad un abbandono quasi immediato e a passare soli, sporchi, schiacciati, il resto dei nostri moltissimi anni di vita, pregando di scomparire il prima possibile. 

Se potessi scegliere, non vorrei essere un altezzoso biodegradabile, né tantomeno un compostabile gradasso. Vorrei essere me, molliccio e pallido così come sono, umile ma quasi inutile, ordinario e dimenticabile. Se davvero potessi scegliere, vorrei sgattaiolare fuori dalla placenta lunga di mamma solo per pochi minuti della mia infinita esistenza.

“Cosa faresti se all’uscita ti dicessero che non sei riciclabile e avessi la possibilità di scappare?”                Avevamo fatto un gioco io e i miei fratelli nell’attesa di essere espulsi da mamma.

“Io non vado da nessuna parte” aveva risposto secco novantotto “sono compostabile, me lo sento. Avrò una vita breve e dignitosa. Mi compreranno mani che mi avranno scelto con cura. Servirò dessert con eleganza e gli occhi di chi mi avrà si soffermeranno ad osservarmi, come fanno gli occhi con i compostabili. Mi butteranno via con gratitudine, sentendosi loro stessi più dignitosi per avermi utilizzato. Giacerò poche ore in un sacchetto, sicuramente anch’esso compostabile come me e comunque al caldo di una casa. Subito dopo riceverò una degna sepoltura.”

“Se potessi scappare” disse cinquanta “cercherei una fiamma e mi farei squagliare subito. Non voglio restare solo e spaventato dopo essere stato abusato da mani disattente. L’ho capito subito, guarda quanti siamo, sono un non riciclabile. Preferisco morire, subito.”

“E tu?” mi guardavano tutti perché avevo ascoltato novantanove voci e stavo zitto, ritto e in fila, impassibile ai loro racconti, mentre intorno, ad ogni risposta, si alzava un breve ma intenso boato d’approvazione da parte degli altri novantotto.

“Cosa faresti tu invece?” mi chiesero di nuovo, quasi in coro.

“Io, se potessi, sgattaiolerei al di fuori della placenta di mamma, ma solo per poco. Il tempo di raggiungere i compostabili e i biodegradabili e raccontargli la storia del posto sbagliato.”

“E quale sarebbe la storia del posto sbagliato? E poi, cosa? Ritorneresti?” mi chiese sedici, che era il più ansioso di tutti.

“Non si scappa dal destino, cosa credi?” rincarò trentadue.

“Tenti la fuga per poi ritornare, bel coraggio” mi schernì novanta. E tutti giù a ridere. “Dai, parla!”.

Tentai, in un mare di numeri, di far sentire la mia voce.

“Avete anche voi l’impressione di essere nati nel posto sbagliato?” lo dissi quasi vergognandomi, pronto a ricevere una valanga di insulti. Mi accorsi invece che iniziava uno scricchiolio sommesso. Alcuni fratelli abbassavano la testa, mesti. Ma nessuno parlò. Mi feci forte e alzai la voce. “Nascere dalla parte giusta è solo un caso. Nessuno ci ha dato la possibilità di scegliere, nemmeno nostra madre. Nessuno ci consegnerà le chiavi del nostro destino, perché è già scritto. Essere figli di un’altra madre non è un merito. E non è una colpa essere figli della nostra.”

Qualcuno, uscito dalla fila, la ricompose.

“Quello che conta nella vostra vita saranno sempre le persone che avrete davanti e dietro alla fila. I vostri simili, i vostri fratelli. Chiunque voi siate e qualsiasi sia la lunghezza della vostra placenta, non siete soli. Il nostro destino ci accomuna.”

Due si commosse, ottantatré sbruffò, quarantacinque disse:

“Cosa mai vuoi che ti rispondano quelli nati di là? È un racconto che riguarda noi, noi e basta.”

“Non ho finito” asserii. “Se potessi scappare dalla placenta e parlare ai compostabili e ai biodegradabili, gli direi che la chiave sono proprio loro. Sono loro a dover guidare la rivoluzione, sono le loro madri e i creatori delle loro madri. Non ci vuole molto, basta concedere a tutti lo stesso seme, fecondare anche nostra madre di diritti e di pari opportunità!”

Poi scivolai con gli altri nella placenta. Fummo rinchiusi e azzittiti nel giro di pochi secondi. I nostri sogni impilati in silenzio come noi.

Rimasero tali. 

Serie: ESERCIZI DI IMMAGINAZIONE


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Discussioni

  1. Credo che questo racconto, per profondità del messaggio e per il modo originale ed efficace con cui viene passato, rientri senza dubbio tra i librick che mi fanno amare Open. 🙂

  2. L’idea di dare una voce e una storia a degli oggetti ha più volte stimolato anche la mia fantasia, non con quest risultati, però.
    I tuoi racconti sono sempre una meravigliosa scoperta, incorniciata da uno stile elegante e piacevole

  3. “Se potessi scegliere, non vorrei essere un altezzoso biodegradabile, né tantomeno un compostabile gradasso.”
    Mi sembra un’aspirazione condivisibile. Anch’io mi dissocio dai cucchiai ecologisti e dalla loro non dichiarata (ma certamente sentita) presunta superiorità etica. Viva il cucchiaio semplice. Viva la plastica sempiterna.

  4. Ciao Maria, in questo racconto sveli un’altra faccia della tua scrittura. Una scrittura sempre piacevole e curata. Non mi soffermo sulla morale, ma ti faccio i complimenti per lo stile.

    1. Non c’è una morale Dario. Sono le parole di un cucchiaino di plastica, non necessariamente condivisibili, non necessariamente quelle dello scrittore. Grazie per esserci sempre.