Tanga

Oggi ve ne andate in piazza con quei tanga tra le mani. Urlate, sbandierate quei tanga come se fossero un vessillo di guerra. Alcuni di voi lo fanno perché ci credono, perché vogliono cambiare un sistema che deve per forza avere qualcosa che non va. Eppure dietro quel tanga, dietro quegli slogan urlati e quei cartelloni c’è una storia. La mia. 

Ho diciassette anni e non sono abituata a indossare tanga, ma avevo comprato da poco quel bellissimo completino di pizzo, azzurro, che mi piaceva un sacco, perché indossarlo mi faceva sentire più bella, più donna. Non ho mai creduto ci potesse essere qualcosa di male. Non ho mai considerato il mio abbigliamento troppo provocante. Non ho mai fatto caso a quanto potessi risultare provocante, a dir la verità. Così quella mattina, la mattina di quel maledetto giorno, ho deciso di indossarlo e non avevo in mente di provocare un uomo, non avevo intenzione di provocare nessuno. Ho solo preso un indumento dal mio cassetto e l’ho indossato. Indossavo un tanga che mi faceva sentire più bella. 

Quella sera, poi, io in quel locale non ci volevo neanche andare. Ma le mie amiche sì. Lì ho incontrato l’uomo che mi ha cambiata la vita. Mi piaceva, abbiamo ballato insieme, abbiamo chiacchierato un po’, sembrava gentile. Con la scusa di una sigaretta l’ho accompagnato fuori dal locale, in cerca di un posto più tranquillo. Sono stata ingenua, lo so. Eppure la verità è che quando ha iniziato a baciarmi, mi faceva piacere. Quando ha iniziato ad ansimare e a farmi sentire desiderata, ha continuato a piacermi ma anche a spaventarmi. Ed è lì che ho cercato di fermarlo, ed è lì che non si è fermato. 

In tribunale sono rimasta in silenzio quando per la prima volta hanno parlato della biancheria che indossavo quel giorno. Non riuscivo a capire dove volesse arrivare quella donna che aveva assunto l’incarico di difenderlo. Poi ho capito. La colpa veniva data a me, per quel maledetto tanga che avevo comprato con mia madre. La colpa veniva data a me perché lo avevo indossato e mi ero mostrata quindi pronta a incontrare qualcuno quella sera. In quell’aula di tribunale, in quel momento, mentre la mia parola veniva messa in dubbio e mentre a tutti veniva mostrata la mia biancheria ho capito. E’ stato in quel momento che ho cominciato a non sentire più nulla. In quell’attimo sono morta veramente. 

Forse sarei potuta sopravvivere allo stupro, ma a questo no.  

#ThisIsNotConsent

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in LibriCK

Commenti

  1. Maria Anna Haag

    Rispetto ad uno stupro subito, sono sempre le ferite interiori quelle più difficili da rimarginare e questo lo hai saputo descrivere benissimo; trovarsi ad essere giudicate, in questo caso, semplicemente da un tanga. E’ difficile essere donne in questo mondo. Brava, scritto bene, molto deciso! Complimenti Daniela! Alla prossima

  2. Tiziano Pitisci

    La retorica nei tribunali puó scivolare molto in basso, perchè non si cerca la verità ma il consenso di un giudice. Questa vicenda, raccontata molto bene e sopratutto dalla prospettiva di chi l’ha subita (siamo invece abituati a leggere sui giornali storie simili, ma sempre raccontate con il linguaggio impersonale della cronaca) fa davvero riflettere.

  3. Linda Carluschi

    Tristemente reale. In poche righe sei riuscita ad arrivare al centro della questione e sei riuscita a descrivere perfettamente un fatto orribile senza nemmeno parlare del fatto stesso. Brava.

  4. faby fabiana

    Un racconto forte e intenso in cui pensieri e sentimenti bucano la pagina per trattare un argomento difficile e spinoso. Con uno stile semplice e asciutto. Mi è molto piaciuto.

  5. Raffaele Sesti

    Un lungo pensiero interiore, una riflessione sulla stupidità umana, su quanto anche la giustizia debba ancora fare enormi passi in avanti.
    Il racconto scorre veloce senza accorgersene.
    Alla prossima lettura

  6. Ely Gocce Di Rugiada

    Dopo averti apprezzato come sapiente traduttrice, mi hai colpito come scrittrice.Arrivi dritta al cuore pronta a sparare un cannone di verità, pregiudizi e sofferenza.Continua a far aprire gli occhi.

  7. Sara

    Ciao , ci vuole sensibilità per parlare di questo argomento , con parole semplici arrivi al dunque , ti ho letta piacevolmente , purtroppo l’argomento non è felice. Hai fatto bene a scrivere un librick che ne parli , parlarne è fondamentale , la scrittura può aiutare chi ne è stata vittima a esternare i sentimenti.