Tempesta

Il sole splendeva alto nel cielo e nemmeno una nuvola oscurava l’estivo cielo azzurro, solamente un po’ di vento fresco scendeva dalla montagna.

Si fermò e vide in lontananza dietro di sé tre escursionisti che salivano il suo solito sentiero, a mezz’ora di distanza, probabilmente diretti alla base della parete dalla quale si arrivava dopo mezza giornata di scalata, alla cima, dove qualcuno con l’aiuto di un elicottero aveva posizionato una croce di ferro e un libro di vetta, che lui stesso aveva firmato e una volta anche aiutato a sostituire.

Il sentiero si divideva, loro sarebbero andati a sinistra, salendo più ripidamente, lui a destra, non più abituato alle salite estreme, lungo una leggera salita che portava comunque alla base della parete. Imboccò così il sentiero, sentendo Nebbia dietro di sé, che tranquillo saliva su per strade alternative, seguendo il percorso a volte, e a volte perdendosi tra i mirtilli per rincorrere qualche topolino o semplicemente per giocare.

Il sentiero finì bruscamente presso un grosso masso probabilmente caduto centinaia di anni fa, se non di piú, dalla parete che lo sovrastava a poche decine di metri. Il sole era nascosto dietro di essa, poco sotto una delle tre cime, così che metteva in ombra tutto il sentiero che aveva appena percorso. La sagoma scura della montagna si allungava fino a fondo valle, dove lontane apparivano poche case riunite in un piccolo borgo, sovrastate anche sul lato opposto da altre montagne che formavano una catena che si stendeva a perdita d’occhio.

Venne travolto dalla stanchezza, non si ricordava nemmeno quando era partito e da quanto stava camminando, decise di riposarsi un po’ appoggiato con la schiena sul grosso masso.

Si tolse il vecchio zaino dalle spalle e lo appoggiò a terra. Frugò dentro e trovò un pezzetto di pane e uno di formaggio. Sentì lo stomaco gorgogliare così decise di approfittare della pausa per fare uno spuntino. Tirò fuori anche una borraccia piena d’acqua e sul fondo dello zaino vide la sagoma arancione del kit di pronto soccorso che si portava dietro. “Sempre meglio essere preparati” ripeteva a chi gli chiedeva del perché se lo portasse appresso anche nelle salite più facili.

Alzò lo sguardo verso l’alto e vide una grossa nuvola attraversare velocemente il cielo, partita dall’orizzonte e coprendo il sole fino ad arrivare sopra a lui. “Aria di pioggia, il tempo in montagna cambia molto velocemente” si disse, “ma così forse è un po’ troppo”.

Lo sentì arrivare subito dopo la nuvola. Prima da lontano, lo sentì attraversare le valli una ad una, superare le cime ancora nevose per poi scendere giù rotolando per i pendii come un coro di valanghe, per poi risalire altrettanto velocemente, avvicinandosi sempre di più.

Stranamente non si sentiva in pericolo, anche se quel suono profondo lo metteva in soggezione, una vibrazione cupa, che sembrava provenire direttamente dalle viscere della terra. La sentì avvicinarsi e si stupì riuscire pure a vederla.

Si alzò per capire meglio cosa fosse quello che stava sentendo, ma appena staccò la schiena dalla roccia tutto scomparve. La nuvola tornò da dove era venuta, la vibrazione cessò, il sole tornò a illuminare le cime lontane, tutto in un momento.

Guardò Nebbia per vedere se anche lui aveva assistito a tutto quello, ed il cane gli rispose affermativamente, con uno sguardo interrogativo, intento a guardarsi intorno come se avesse perso qualcosa.

Pensando di star diventando pazzo, forse era gli conveniva scendere da quella montagna e smettere di far l’eremita, per trascorrere i suoi ultimi anni in qualche città a valle, fece per sedersi di nuovo.

Appoggiò la mano alla roccia per sostenersi, e proprio in quel momento un turbinio di pensieri e immagini lo colpì.

Gli tornarono in mente le forti tempeste che aveva affrontato da ragazzo, noncurante del pericolo, il vento che sferzava la baita nella notte senza luna in cui Elena morì da sola, lontana da tutto e da tutti, isolata dalla civiltà come su un’isola deserta.

Gli tornò in mente il freddo, la gelida sensazione della neve nella giacca, i grossi fiocchi spinti dal vento che gli turbinavano in faccia e i baffi che pian piano andavano congelandosi.

Il suono dello strato di neve ghiacciata che si rompeva sotto l’attacco ripetuto delle punte dei ramponi, l’urlo del vento, il boato delle valanghe che cadevano vicino, le urla di due suoi compagni che scivolavano senza fine da una cresta nevosa.

Il sapore amaro del sangue in bocca, le labbra congelate. Staccò la mano.

Non riusciva a capire a cosa avesse assistito, stava davvero impazzendo? Era il masso che lo faceva impazzire?

Fece un giro intorno alla roccia, larga circa come due uomini a braccia stese, Nebbia lo seguì. Trovò dalla parte opposta una buca profonda, della larghezza giusta per far passare un persona e poco più. Guardò il cielo in alto, nessuna nuvola sopra di lui né all’orizzonte.

Una leggera vibrazione si allargava dal fondo della buca. Senza pensarci ci si calò dentro.

La sensazione lo travolse più forte di prima, il tremolio lo colse in tutto il corpo, facendogli passare brividi lungo la spina dorsale che si propagavano per tutti e quattro i suoi arti prima di scaricarsi a terra.

Era finito in una buca scavata nella terra, di forma vagamente cubica, alta circa due metri.

La vibrazione era anch’essa aumentata, ricopriva le pareti dalle quali spuntavano un po’ di radici e il masso sovrastante.

Si guardò attorno e la vide ferma in un angolo, quello opposto al suo, che lo guardava. La macchia sembrava fosse proprio lì ad aspettarlo, seduta sulle sue quattro zampe, in paziente attesa.

La vide iniziare ad espandersi, perse di forma, come il gas di un lacrimogeno, fino a riempire tutto lo spazio nella buca, l’aria diventò opaca e la sensazione ancora più forte.

Si ritrovò a guardare nella nuvola quello che un uccello doveva vedere sorvolando le montagne innevate e si sentì far parte della visione, sentiva il vento, poteva muoversi su e giù, destra e sinistra, poteva guardarsi intorno. Perse ogni concezione di spazio e tempo, si sentì un tutt’uno con quello che vedeva.

Si buttò giù verso le vette, fino a scorgere alla sua destra su un versante innevato una casetta che assomigliava alla sua. Sopra, lungo la cresta della che la sovrastava vide puntini colorati avanzare lentamente. Tornò a guardare dritto e andò avanti fino ad infilarsi in una tempesta. Le sensazioni cambiarono immediatamente, il cielo si fece cupo e il sole scomparse dalla sua vista, non c’era più né un sopra né un sotto, difficile orientarsi, un grigio continuo.

Sentì il vento sferzargli la faccia e costringerlo a farlo rallentare, il ghiaccio avvolgergli le ossa, l’acqua riempirlo come fosse una spugna, voleva uscire il prima possibile da quella situazione. Le cime acuminate scorrevano veloci sotto di lui grattandogli la pancia, vide in basso sassi grandi come case cadere giú dalle pareti, volare giù rompendone altri fino a schiantarsi per terra con un fragore lontano ma allo stesso tempo presente, più che mai vicino.

Si giró alla sua sinistra e vide un intero versante nevoso crollare sotto il suo stesso peso, scivolando rovinosamente giú, alzando sbuffi bianchi che dall’alto non sembravano altro che piccoli batuffoli di cotone, ma di cui sentì tutto il peso e la potenza dentro di sé.

Sentì la solita vibrazione, che aumentò d’intensità, finché non vide le stesse montagne iniziare a vibrare e a sgretolarsi sempre di più, fino a che non iniziarono a franare su se stesse, portando dietro di sé tutto ciò che ospitavano, e seppellendo per sempre ciò a cui facevano da riparo.

Avendone avuto abbastanza tornò più in alto lasciandosi la tempesta alle spalle, superó le nuvole, il cielo tornò lentamente ad essere più sereno, le nuvole più bianche, e tutto iniziò a farsi più trasparente, la sensazione via via scomparendo, la macchia ricondensarsi.

Come tutto era iniziato, finì. La macchia riprese la sua forma, ferma in un angolo, intenta a guardarlo, o ad aspettare, sulle sue quattro zampe, come se niente fosse successo, ma come se in qualche modo lo sapesse e ne fosse l’artefice.

E in quel momento Rocco capì cos’era, l’indomabile natura della montagna, il vento ghiacciato, la paura che ti attanaglia a metà di una salita, la tristezza di perdere un compagno. Si trovava tutto davanti a lui. Più collegava i pezzi più la stanza si faceva grande, lei più lontana, tutto più sfumato e trasparente.

Si risvegliò sul letto che conosceva bene, si girò e vide un batuffolo bianco che dormiva tranquillo e sentì il silenzio più assordante che circondava la casa. Il sogno gli era sembrato cosí reale.

Si alzò piano per non svegliare Nebbia e andò alla finestra che dava sul retro della casa.

Scostò le tendine e portó lo sguardo al versante innevato che si stendeva davanti a lui.

Certo su cosa avrebbe trovato mosse lo sguardo da sinistra a destra, fino a raggiungere una collinetta in cima alla quale vide una sfumatura più biancastra, che lo guardava.

Con un leggero cenno del capo la salutò e la ringraziò dentro di sé, accostò la tenda, tornò a letto, e si addormentò di nuovo.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa, Sci-Fi

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Discussioni

  1. Ciao Matteo, anche questa tua storia mi ha tenuta fino alla fine nel dubbio di cosa stesse accadendo. Trovo i tuoi racconti estremamente originali e spero di rileggerti presto