Tempo

“Quello che mi manca ora è un fantasma, è un fantasma del passato.”

In questi giorni lenti e scivolosi, in cui il tempo sembra sospeso, fluttuante e denso,

ogni pensiero, sensazione, malinconia, gioia, immagine fugace di attimi, istanti come fumo di sigarette, tutto, tutto torna su come lava. Lava bollente di un vulcano in eruzione. 

E’ in momenti storici come questi che la percezione del tempo cambia. E’ un pensiero che mi provoca una sensazione di vertigine. Cerco di fare mente locale e di guardare oltre le finestre della mia nuova casa e scorgo effettivamente un mondo non più uguale a prima. Perfino nell’aria che si respira scendendo velocemente le scale per tuffarsi nelle strade della città semi-deserta c’è un odore diverso. E i colori e i rumori sembrano come ovattati.

Siamo in stato di quarantena e da stasera lo è di certo.

Ma la sensazione che mi avvolge sembra che in qualche modo l’abbia già vissuta. Una solitudine che ho avuto il coraggio di vivere tempo fa e che mi permette di vivere anche questa, di nuovo e senza affanno. Con la calma necessaria e la voglia, la spinta interna, di voler scrivere, scrivere di nuovo.

E’ un modo di scrivere diverso, perché io sono diversa.

Ma vorrei tornare all’idea iniziale, all’immagine iniziale.

Una memoria, un dolore alla pancia, un eco lontano, una lacrima densa che scende piano.

Densa e turgida perché piena di un amore, di un dolore, del vortice giustamente al momento inspiegabile a parole. Che lo scriverei così: un dipinto di Leonid Afremov. Pieno di colori. Scintille. Quasi fosse una scossa elettrica che attraversa un assone. Elettricità sinaptica. Biologia allo stato puro. Sensazione epidermica totale.

Si mischia un po’ tutto.
E cammino avanti e indietro lungo il corridoio di casa, è notte fonda, raggiungo il bagno velocemente e altrettanto velocemente ritorno nella mia accogliente nuova camera. Una domanda nel tragitto rincorre gli altri pensieri e arriva prima. Qual è stato il momento di rottura? Quando tutto è veramente cambiato?

Un’immagine chiara si fa strada tra i pensieri. E mi dico “si, forse è stato lì”. La sensazione nel ripensarci non è piacevole, ma senz’altro vera, e molto reale. Ed è proprio quello che cerco. E nonostante il dolore che pulsa come un tuono sordo in lontananza, ora mi dico che è cambiato il modo di affrontare le cose. Quel momento non c’è più perché non c’è più la me di quel tempo.

e mi accorgo che sto scrivendo un po’ alla Joyce. Una specie di flusso, ma non di coscienza, preferirei definirlo di incoscienza. 

Continuo a far fluire i pensieri e appena uno di loro, più nitido, più forte degli altri, ne ferma in qualche modo il flusso, lo scrivo. E ci ricamo intorno. Lo coltivo, e come albero, i rami e poi le foglie, lo lascio crescere e diventa natura tutta intorno.

“Serve anche tanta solitudine, vissuta veramente, per poter vivere poi, lasciarsi andare, saper scegliere con chi.”

E’ questo il pensiero più o meno cristallino. 

Forse per stanotte basta così. “senza sforzi, in modo naturale” mi ripeto.

 E lascio fluire anche i perché.

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Discussioni

  1. Ciao Giulia, è bello rivederti dopo tutto questo tempo, bentornata. Mi ritrovo nelle tue parole, anch’io penso che siamo in continua evoluzione e talvolta stentiamo a riconoscere noi stessi di qualche anno fa; oppure torniamo ad essere quello che eravamo, riconciliandoci con il nostro passato. Questi giorni surreali hanno interrotto i ritmi frenetici della vita e per molti è stata l’occasione per ritrovare una parte di sè lasciata indietro.