THE WRITER

La navata centrale della chiesa mi scorreva addosso, lenta come i piedi miei.

Così fui costretta a camminare.

Se uno li avesse osservati i piedi miei, avrebbe capito tutto perché erano piedi rivelatori. Costretti dentro i collant di nylon, costretti dentro le décolleté a punta, costretti ad avanzare e gonfi di ritenzione idrica e di rabbia, turgidi e rossi i miei piedi dicevano la verità. Forse per questo motivo erano stati ben nascosti dal gonnellone tutto tulle. Nessuno voleva vedere i piedi della sposa, tutti con lo sguardo altezza naso e non un palmo oltre.

Così fui costretta ad apparire radiosa.

Ma i miei piedi esistevano ed erano sul punto di esplodere per avere la giusta risonanza.

Poi la navata si fermò e d’un tratto qualcuno alzò il gonnellone tutto tulle per farmi sedere.

Buttai un’occhiata rapida ai piedi giusto il tempo per rendermi conto che sì, la rivoluzione era inesorabile, ma qualcuno, una donna, si precipitò a ricomporre il gonnellone e li coprì di nuovo. Dietro, poco sopra il tallone, lo sfregamento epidermico era compiuto e una bolla rompendosi aveva dato sfogo ad un’eruzione vulcanica che mi incollava nylon e sangue, tirando la pelle ad ogni movimento.

Così fui costretta a stare ferma.

C’era molta gente alle mie spalle. Davanti a me un uomo vestito da prete parlava dentro a un microfono da rockstar con eccessiva pacatezza. Lo considerai un refuso e se avessi potuto avrei aperto la bocca per dire qualcosa, ma l’uomo vestito da prete allo schiudersi delle mie labbra mi infilò un’ostia in bocca e mi zittì.

Fu così che fui costretta a tacere.

Tacqui per molto, poiché subito dopo un lungo silenzio mi inibì. Quando riuscii a deglutire l’ostia, l’intero pubblico alle mie spalle recitava in coro un canto e la mia voce si disperse tra le molte in preghiera.

Fu così che fui costretta ad ascoltare in silenzio.

Prestai attenzione alle parole e mi si ficcò un ritornello in testa che diceva “Tu sei la mia salvezza, sei Tu la mano Salvator”. Mi rialzai in piedi tutte le volte che ad un cenno della mano dell’uomo vestito da prete sentivo il cigolio delle panche che perdevano peso e capivo che era il momento. Altrettanto facevo per calcolare i tempi di seduta, tenendo sempre l’orecchio vigile al pubblico dietro. Sentii una sequenza di colpi di tosse di una voce a me familiare e per questo mi preoccupai.

Fu così che fui costretta a voltarmi.

La navata della chiesa riprese a scorrere il tempo necessario per ritrovarmi a ridosso delle prime file sorridenti. Mi serrarono le mani farfugliando parole di pace e sorrisi concilianti. Ma i miei piedi erano incorruttibili partigiani. Potevo sentirli bruciare di rabbia e inneggiare alla rivoluzione.

Dovevo tornare a sedermi, a quel punto della storia, ma lo scrittore restò a corto di espedienti e fece una pausa. Non causò un malanno al prete che mi facesse precipitare di corsa verso il presbiterio, non fece comparire lo sposo che mi tendesse la mano per invitarmi a soprassedere, non mi legò mani e piedi per trasportarmi di peso di fronte all’altare.

Fu così che fui libera di agire.

Strappatosi la tunica, il prete era una rockstar. Sfilatemi le scarpe, il mio bouquet era una chitarra elettrica. Crollata la chiesa, eravamo a cielo aperto sì, non troppo lontani da un baracchino con birre e panini salsiccia e scamorza. Il pubblico sudato saltava incontrollato, nessuno tossiva, qualcuno pogava.

Lo scrittore dormiva. 

Avete messo Mi Piace8 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

Discussioni

  1. Racconto sorprendente, spiazza il lettore, bello l’effetto del movimento lungo la navata, come se il protagonista non controllasse il suo corpo, non fosse libero di partecipare, stesse subendo ciò che lo attornia. Libertà di cui tornerà ad appropriarsi sul finire, in un tripudio di spiazzamento!

  2. si leggono vari strati, varie metafore ma quella che apprezzo di più è la prima, la chiesa mi scorre addosso. per quanto riguarda i piedi è qualcosa che ci lega a terra, ma nella protagonista i piedi vorrebbero prendere a calci delle cose ma restano impostati

  3. E’ interessante pensare che i personaggi abbiano una propria anima, a dispetto di quanto vuole per loro l’autore. Ai miei cerco di dare corda, ma credo che qualche volta mi manderebbero a quel paese 😀

  4. Viene sfatato un luogo comune: quello in base al quale i personaggi, sotto sotto, somigliano ai loro autori. Eh no, non è sempre così, non è affatto così. I personaggi possono essere tutt’altro e magari vorrebbero fare tutt’altro! Anche se…chissà perché, ma nella protagonista di questa storia vedo propio la sua autrice 🙃

  5. Racconto quasi cinematografico (il mio subconscio ogni tanto mi mandava immagini del videoclip di November Rain), con la regia che segue con un piano sequenza i piedi. Originale (ma lo sei sempre!) l’idea di vedere i personaggi in libertà quando il loro autore non è lì a dirigerli!