Tu ti innamori 

Mi ha scritto nel cuore di una notte già calda di estate, mi ha scritto che era quasi mattina ed io mi ero appena addormentata. Difficilmente dormivo in quel periodo, schiacciavo i cuscini lungo il mento e con dolore soffocavo il petto nel lato sinistro del letto, dicono si dorma meglio così, ma io, le mani intrecciate e agitate a sostenere la testa oltre il cuscino e con la spalla tutta piegata in avanti, avevo la testa piena di difficoltà, e lui era ormai recondito in un luogo di me quasi inaccessibile al presente, ero stanca dopo tutti quegli anni di pensarci, di avere ricordi di noi sparsi per una casa non più nostra, una casa che doveva parlare solo di me e che lungo il corso di traslochi immobili e sbagliati, giocava ancora a rincorrere spazi che avevo diviso con lui.

Il cavallo ferma libri rotto sulle orecchie quando lui mi aveva sbattuto sul tavolo che si usava come scrivania per fare l’amore in modo improvviso, il tavolo di mio nonno, quello ancora mio, che se lo tocco adesso a pensarci mi chiedo come abbia fatto a parlare di un amore che mi sembra così lontano e impenetrabile per me e che ormai non so più come descrivere, e poi ancora su quel tavolo, la Torre Eiffel di Parigi in ferro battuto, così chic, così bohème, simbolo di quella città e di quel viaggio che ci era rimasto addosso lungo tutta la nostra storia, ‘La vie en rose’ in ripetizione continua in sottofondo a noi, come fossimo rimasti incastrati sul battello lungo la Senna con i salici piangenti illuminati di lampioni gialli e sfocati dall’aspetto di altri tempi, tenui e vecchi e malinconici, e noi brillanti di anni giovani a ballare riflessi nell’acqua dolce di una memoria profonda.

Persino le candele hanno ancora quell’aroma di casa nostra, nonostante i traslochi e gli anni in scatoloni logori, loro come noi, basta accenderle per far sì che qualcosa che ci appartiene bruci nuovamente.

Ma come brace assopita e grigia, ero sola nel cuore buio di quella mattina, sola come sempre lo sono stata dopo lui. Che quando dopo di lui altri uomini mi avevano chiesto, dormiamo insieme? Io non ero riuscita a mischiare altra pelle straniera alla mia, alla nostra e alla sua, gli strati di epidermide erano diventati uno solo, indefinito e quasi di nessuno, senza padrone né odore preciso.

Volevo solo capire di cosa sapessi io dopo lui, di cosa potevo essere dopo lui, di chi ero prima di lui e se in quel modo avrei potuto esserlo ancora.

Non volevo capelli sul cuscino di un colore diverso dal mio o incastrati nei miei orecchini, suonerie di sveglie al mattino che mettono angoscia, del pensare, chi è mai questo sconosciuto accanto me nelle mie lenzuola bianche che ascolta musica che non ascolterei mai ma dice in modo diretto, amami perché io ti amo già?

Non volevo la scelta dei caffè o dei cappuccini nelle colazioni romantiche, non volevo le parole dolci a cui, dopo di lui, non sapevo più crederci, non sapevo più sentire in fondo a me, perché a trovare qualcuno che pensa di amarci siamo tutti bravi, ma essere certi noi di amare qualcuno è altra cosa, è come una convinzione da ripetere come mantra.

Con l’amore provi a convincerti che se con qualcuno non accade ti dai del tempo oppure provi a scacciarlo come il prurito rosso sulla pelle bianca se invece accade proprio con quel qualcuno e dici, non io e non ora, non è tempo, non me l’aspettavo.

Perché l’amore sa sempre esattamente quando non arrivare e quando esserci.

Lui sa quando smetti realmente di pensarci, sa delle notti da sola, nella paura della solitudine quando non si è fatto altro che invocarlo, dammi qualcuno accanto, adesso, e lui niente, scomparso nel nulla, faro buio inadeguato delle proprie richieste e quando invece hai staccato la spina alla speranza, quando ogni dopobarba maschile ti dà la nausea, quando al supermercato non alzi più lo sguardo per vedere se qualcuno tra la folla ti guarda, quando stai bene con te, lui arriva e non importa se dici no, non ora, non lui, non qui.

Tu ti innamori.

E basta.

Provare a dire perché si ama, perché qualcuno o non qualcun altro, è impossibile.

Così ho preso il telefono in mano. Il suo numero ancora memorizzato, mai cancellato perché sapevo che da sola, così, non lo avrei mai ricordato.

“Sei tu.”

“Sono io. Mi sono ricordato il tuo numero a memoria, ha dell’incredibile.”

Ho sorriso, me l’aveva sempre rimproverato che lui il mio numero lo sapeva a memoria mentre io negli anni non lo avevo ancora imparato.

“Stai sorridendo?”

“Sì.”

La sua voce netta nitida era come velluto sulla pelle liscia, nessun attrito a raggiungermi li cuore.

“Beh, almeno ti faccio ancora sorridere.”

Non sapevo cosa dirgli, sarei dovuta andare indietro a contare quanto bastava intravedere la sua spalla contro il cielo sopra casa nostra per essere felice, eppure mischiare anche insieme tutta la pioggia caduta dalle ciglia quando sapevo che non ci saremmo mai compresi veramente.

“Sei sola?”

“Sì.”

“Mi sono sempre innamorato di te in queste ore.”

“Tu ti innamori e basta.”

“Io mi innamoro di te, e basta.”

In un attimo era calato il silenzio, uno di quelli pesanti che dentro ci scaglieresti mille parole e alla fine non ne scegli nemmeno una.

“E tu, tu ti innamori ancora?”

“Lo sai, a me non piace mai nessuno.”

Adesso era lui che aveva preso a sorridere.

“A parte me.”

“A parte te.”

Mi sono gettata violenta sul cuscino e lui deve averlo sentito.

“Vorrei poter dormire ancora insieme a te.”

“Lo sai come la penso su questo.”

“Lo so. Spero un giorno di riuscire a starti accanto come amico.”

Dentro di me sapevo che non ci sarebbe mai riuscito, ma non ero pronta ad esprimergli la mia perplessità, quel copione già riletto mille volte si era arginato sull’impossibilità di amarci e la difficoltà di volerci bene nella vita di tutti i giorni.

“Forse è meglio darsi la buonanotte, ora.”

“Il tuo cuscino ti attende.”

“Sì, soffice e insistente.”

Credo che ci siamo dati un bacio tra lo schermo del cellulare sghiacciato sulla guancia e l’aria delle nostre stanze.

Poi ho spento la luce.

Nuovamente sola con il cuscino addosso senza spazio tra pelle e tessuto, come un tempo lo era lui sul mio corpo.

Non sapevo più dire perché mi ero innamorata di lui e nemmeno perché non lo amassi più, ma sulle federe avevo come l’impressione che si fosse depositato nuovamente uno piccolo strato del suo odore.

Tu ti innamori, gli avevo detto, ma io quando mi sarei innamorata?

Perché era questa la cosa più triste nel riaffacciarsi su qualcuno che si è amato, scoprire che sei tu e non l’altro a non essere più innamorato, che tutto ciò che pensavi essenziale non ti è bastato e che qualcuno da qualche parte ha ritrovato questa magia, l’effetto di un bacio sotto la pioggia, la mano sotto il mento, mentre io la pelle nuda e niente rossetto, mi mettevo una mano sul cuore chiedendomi se era ancora capace di battere per qualcuno, fermarsi, fare una capriola, e fare posto a qualcuno su un cuscino che sappia considerarsi tuo, che ci si sappia innamorare ancora.  

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Discussioni

  1. Innamorarsi dell’idea dell’amore e innamorarsi di qualcuno/a. Tutto si evolve e a volte qualcuno resta indietro o viene lasciato indietro anche in termini di relazioni affettive. Questo brano racconta l’apice e il distacco di e da un sentimento creduto immortale. Piaciuto. Scrivere dell’amore è una delle cose più difficili almeno per me, il rischio è sempre quello di consegnare qualcosa di falsato, con un alone rosato, poco attinente al vero. Tu hai descritto invece benissimo questo sentimento nel prima e nel dopo, rendendolo reale.

  2. Ciao Marta. Sai che hai descritto quello che per me è l’amore? L’ “innamoramento” cede il passo ad un sentimento diverso, che sa di complicità ed appartenenza: una brace capace di scaldare a lungo