Ubek

Serie: L'ultimo criminale

Era notte fonda, nella centrale erano rimasti solo pochi agenti. Il commissario Branko Nowak sonnecchiava sulla sua poltrona, aveva il petto tempestato di cenere. Nel sonno, inclinò leggermente la testa e la sigaretta che gli pendeva dal labbro inferiore gli cadde sulla pancia. Aprì lentamente gli occhi disorientato per poi saltare giù dalla poltrona tra imprecazioni e bestemmie. Ora, al centro della sua camicia beige, un buco circolare mostrava la pelle grigiastra di Nowak.

– Nuova, porca puttana…– mormorò mentre si riprendeva dalla sua pennica.

Un ragazzo, con fare così timido da sembrare spaventato a morte, uscì da una porta quasi con passo felpato e si avvicinò con cautela al commissario.

– C… Commissario… la disturbo? – disse con voce tremante.

– Mi disturbi sempre Estevez, cosa vuoi? –

– Ecco… ci è stata segnalata un’aggressione nei pressi del ristorante “La Primula” – Estevez stava arrossendo sempre di più.

– Mh… e perché dovrebbe interessarmi? – borbottò il commissario guardando sconsolato la sua camicia – Identificate l’aggressore e attivate il dispositivo no? Così noi ce ne stiamo palle all’aria e quei cani del governo ci fanno bella figura – disse mentre sorseggiava una tazza di latte e caffè – E già che ci sei portami anche dei cereali –

Sul volto del giovane poliziotto comparirono delle piccole gocce di sudore – È proprio questo il problema…–

– Cosa? Sono finiti i cereali? – disse Nowak serissimo.

– No… ecco vede… non riusciamo a identificare l’aggressore…–

Il commissario lo fissò per un attimo perplesso – Possibile che le telecamere non lo abbiano ripreso? Neanche per un secondo? – parlava quasi tra sé e sé e sembrava essersi dimenticato della presenza di Estevez – Eppure “La Primula” è in un quartiere ben sorvegliato… da al massimo due tre crimini l’anno – proseguì.

– Signore… le telecamere lo hanno ripreso ma… i computer non trovano nessuna corrispondenza – disse Estevez che era riuscito a ridurre il tremolio della voce e a riprendere un colorito normale. Fece un cenno a un altro agente che, con due “click” del mouse, fece partire sullo schermo al centro della stanza il video dell’aggressione.

Nowak poggiò i gomiti sulle ginocchia e si accese lentamente una sigaretta. Guardava con eccitazione il video e la scritta rossa lampeggiante che recitava: “nessuna corrispondenza, dispositivo manomesso o assente”. Si appoggiò sullo schienale della sedia con fare compiaciuto e fece uscire dalle narici due colonne di fumo.

– … Mi sa che dovremo alzare il culo stavolta… – disse.

La stanza era buia. L’unica fonte di luce era lo schermo di un computer. Davanti ad esso si stagliava una sagoma. Di sottofondo, ad un volume quasi impercettibile, una chitarra veniva accarezzata producendo una melodia drammatica. La musica, però, era quasi sovrastata dal suono frenetico delle mani dell’uomo sulla tastiera. Per un attimo si fermò, si stiracchiò e si diede un paio di leggeri schiaffi sulle guance. In quel momento si sentirono dei passi. Dalla fessura sotto la porta si poteva vedere l’ombra di qualcuno che si accingeva ad entrare. L’uomo, notato ciò, si alzò lentamente nel buio tirando fuori una pistola da un cassetto. Qualcosa entrò nella serratura e dopo qualche attimo di rumori metallici la porta si spalancò.

– Ciao Ubek – disse Argo senza curarsi minimamente dell’arma che Ubek gli stava puntando – Vedo che alla fine sei riuscito a procurarti la tua tanto agognata pistola… Ti senti più sicuro ora? –

Ubekwenisha Okonkwo era un uomo di colore, alto più o meno un metro e novanta. Il suo nome, quasi impronunciabile, era stato universalmente abbreviato a “Ubek”, anche lui ormai si presentava così. La sua stazza avrebbe intimidito chiunque ma, dopo anche solo qualche minuto di conversazione, si capiva che non avrebbe mai fatto del male a nessuno, o almeno non del male fisico. Ubek era un informatico geniale, si districava con scioltezza tra complicati algoritmi e passava il tempo nel buio della sua stanza con gli occhi a pochi centimetri dallo schermo.

Serrò le labbra per la rabbia e abbassò la pistola – Cristo santo… – disse – Sono quarantotto ore che sei scomparso pensavo fosse già andato tutto a puttane – non stava gridando, ma nella sua voce profonda si riusciva a percepire una rabbia che penetrava nelle ossa. Ad Argo, però, non sembrava fare effetto.

– Già che c’ero ho sbrigato qualche faccenda – disse calmo.

Ubek sospirò rassegnato – Hai fatto quello che dovevi fare? – si girò per preparare un caffè e con un telecomando alzò leggermente la musica.

Argo, con fare furtivo, si avvicinò lentamente al pacchetto di sigarette che giaceva sul tavolino. Ne sfilò delicatamente una e se la accese.

– Certo – disse – Ora la polizia sa della mia esistenza, si staranno scervellando su come sia possibile che non abbia il dispositivo – lasciò cadere la testa sullo schienale del divano – Inoltre… ho parlato con Rhineheart…– sul viso gli si disegnò un’espressione compiaciuta.

– Mh… bene –

Argo sbuffò, deluso per la poca eccitazione mostrata da Ubek – Tu invece? –

– Ho quasi finito… a breve non potranno rintracciarci neanche con la tecnologia più avanzata – 

Poi nessuno parlò e nella stanza cominciarono a entrare le prime luci del mattino. Lentamente la luce illuminò i due compagni e l’immenso muro dietro al computer. Era ricoperto di circuiti, interruttori e piccole luci lampeggianti. Il sole non fece in tempo ad alzarsi abbastanza da illuminare l’intera stanza, che Argo e Ubek già dormivano. Uno con la sigaretta tra le dita e l’altro con la tazza di caffè in mano.

Era mezzogiorno quando Argo cominciò ad aprire gli occhi al suono dell’acqua del lavandino che scorreva. Cominciava a riacquistare lucidità e notò una chiazza di liquido marrone ai piedi della sedia di Ubek. Una voce minacciosa proveniva dall’altra stanza. Andò in cucina dove trovò Ubek a strofinarsi in modo forsennato la maglietta sporca di caffè.

– Buongiorno, il caffè è quasi pronto – disse scocciato.

In quel momento un suono simile a un campanello segnalò che il caffè era, in effetti, pronto. Argo afferrò la sua tazza, la poggiò davanti a sé e si incantò fissandone l’interno.

– Fra non molto, forse, torneremo a essere liberi… – mormorò alzando lo sguardo.

Ubek gli lanciò un’occhiata di disappunto serrando leggermente le labbra.

– Tu non mi capisci vero? Ti interessa solo che la criminalità torni nelle strade in modo da levare un po’ di fondi alla sicurezza informatica… – disse Argo.

Ubek sospirò – Neanche tu sai perché stai combattendo questa battaglia… non sei un criminale Argo, questo lo sappiamo entrambi –

– È vero forse non riesco a spiegare con chiarezza i miei motivi… ma a me sembra così ovvio… possibile che sia io quello pazzo? Possibile che nessuno riesca a guardare più in là del risultato? Giusto Rhineheart forse –

Ubek lo guardò nervoso. Era quasi preoccupato per lui, se non gli fosse stato indispensabile forse non lo avrebbe voluto in quella situazione.

– Senti… dalla parte di un cittadino comune il dispositivo funziona, stop. Questa è la verità – disse.

Argo assunse un’espressione compassionevole e poi di rassegnazione – Guarda più in là, Ubek… più in là… – mormorò sorridendo.

Dopo il caffè Ubek andò a fare della spesa mentre Argo, seduto su una panchina, si concesse una sigaretta elemosinata a un passante. Prese il giornale del giorno dal distributore e tra una fumata e l’altra si mise a leggere di fretta i titoli. Mentre si soffermava brevemente su un articolo, notò un uomo dalle rughe profonde venire verso di lui con fare amichevole.

– Mi scusi ragazzo, le posso chiedere delle informazioni? – chiese appoggiando per un istante la mano sul braccio di Argo.

Argo si alzò ma fece in tempo solo a prendere fiato. La vista gli si annebbiò in pochi secondi. Si appoggiò alla spalla del vecchio, poteva sentire allontanarsi le sue parole: – Ragazzo! Che diavolo ti prende? Chiamo un’ambulanza, tranquillo. Ora chiamo un’ambulanza –

Poi il buio.

Serie: L'ultimo criminale
  • Episodio 1: Il mostro dai cento occhi
  • Episodio 2: Ubek
  • Episodio 3: Due incontri
  • Episodio 4: Intrusione
  • Episodio 5: Attacco completato
  • Episodio 6: Il sipario degli orrori
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    Commenti

    1. Bellard Richmont

      Il tuo racconto ha diversi profumi: la conflittualità uomo-tech di Black Mirror, il complottismo alla Ghost in the Shell/Cyberpunk e, per quanto riguarda la scrittura, noto un buon uso della somatica durante i dialoghi, in stile King. Mi piace.