Uccidere lei 

C’è libertà più piena che non corrisponda ad uccidere qualcuno?

Mentre il sangue le pioveva sulla gola come la pioggia densa e umida dell’estate, vedevo i suoi occhi sbiancare, uguali a fragili colombe bianche pronte a compiere un viaggio lunghissimo, quasi infinito.

Chissà se era davvero così l’eternità.

Nella mia infanzia mi perdevo spesso a pensare a questo, il concetto immortale che fin dalla nascita ci veniva tolto per vivere.

Gli altri bambini dei loro palloni gonfi o delle loro bambole paffute riuscivano ad esser felici, li vedevo così miseri a guardare il cielo senza chiedersi cosa fosse veramente, bastava fosse azzurro e lo si potesse colorare su un foglio bianco di quei album belli e professionali che la mamma e il papà comprano immaginando già il frigorifero pieno di piccoli capolavori artistici e infantili.

Io invece i miei disegni gli ho bruciati tutti, ho fatto dei mucchi di carta come fossero i falò dei ricordi, ho accesso scintille bellissime e arancioni, in molti notte buie, solo per non dover ricordare ciò che la vita mi ha fatto essere, perché io mi piaccio ora, con le mie mani unte del suo sangue e la sua gola ancora così calda, avrei voluto nascere così, grande, e immortale.

Adesso aveva il sangue sulle spalle scoperte, e su di esse filtrava come le ultime gocce di una doccia rossa, pronte a scendere sulla pelle del male, la sua e la mia, ora unite da quel collante denso e porpora.

Le mie mani lasciarono la presa su di lei in modo conclusivo, erano vibranti nel modo in cui, uguale ad un musicista ancora scosso, ci si prova a staccarsi dal proprio strumento musicale, e si è quasi dolenti e agitati, quasi sfiniti.

Quando se ne va via il respiro dal corpo di una persona è l’esperienza più bella, ogni elemento smette di esistere per un lungo attimo, ed è pace e stordimento sereno.

Pensavo che lei non avrei avuto la forza di ucciderla, i suoi occhi azzurri e minuti, per tutti questi anni così spauriti, sembravano quasi avermi convinto a mollare la mia idea immortale e assassina.

Avevo visto i suoi capelli corti e scuri come una mora arrivare alle spalle e farsi uno sguardo più sbarazzino e avevo imparato, nelle cene con me in cantina, che preferiva lo Chardonnay al prosecco e che non beveva mai la birra e neppure il caffè, il pane le piaceva molle e in cassetta e se per caso le cucinavo qualcosa di piccante, quasi sicuramente finiva a vomitare il pasto accanto alla sua brandina bassa e corta, ed era a volte così stremata, che benché le portassi tutto l’occorrente per pulire, finiva per dormire nel suo stesso vomito, fino a che dopo il primo anno, la mattina seguente il suo malessere trovavo tutto pulito e lei con i suoi occhi chiari e timidi, mi chiedeva scusa senza più un accenno di paura, ma solo con un rispetto così referenziale da farmi sentire importante e con lo sguardo supplicate mi chiedeva se gentilmente potevo preparare qualcosa di diverso perché lei aveva lo stomaco delicato e debole.

Il tempo l’aveva resa docile e me l’aveva fatta venire in abitudine, con le mani bianche e le cene leggere e le bottiglie di vino bianco che quasi sempre si finiva da sola.

Diceva che amava le candele alla cannella e ad ogni compleanno gliene regalavano una, la teneva accesa giorno e notte finché non finiva.

Mancava poco al quarto compleanno insieme e temevo di sentire la sua mancanza per quella data che stava arrivando così veloce e che lei non avrebbe più vissuto.

Dovevo ricordarmi di stare distante dal profumo della cannella per un lungo tempo, ormai.

Quando riappesi il ricevitore del telefono erano le cinque esatte del pomeriggio e mi sentivo immensamente stupido.

Chi mai dai vent’anni in cui gli anni 2000 avevano spopolato di tecnologia, usava ancora quegli affari?

Non era un telefono così vecchio, quelli non erano più compatibili con nessuna linea telefonica, ma uno di quegli aggeggi della Telecom di un color grigio spento, con i tasti enormi e la cornetta liscia, senza alcun tipo di estetica retrò che potesse definirsi affascinante.

Fuori febbraio aveva deciso di impersonare il suo classico stile cupo e indefinito, non sapeva se essere di un tenue giallo sporcato di sole o violaceo e carico di nuvole.

Si prospettava come la fine del giorno, con una luce che nel suo essere debole, riusciva a spaccare gli occhi in modo dannatamente forte.

Il mal di testa pulsava da ore e a fissare quella luce tetra e penetrante, gli occhi fiammavano di lucidità e rossore.

La televisione passava qualche immagine di un film di guerra, nel mezzo degli spari due giovani innamorati si promettevano per sempre sapendo invece di non rivedersi mai più.

Nei giorni rappresentanti la mia esistenza tutto questo non era più plausibile, non c’era un comune unico male da combattere e nessuno avrebbe mai pensato di aspettare qualcuno così a lungo come nei medi anni di una guerra.

È una generazione da tutto e subito, la mia.

Come se non avessimo più tempo per il per sempre o non volessimo più crederci.

Noi poi abbiamo sempre avuto ogni tipo di libertà, non abbiamo l’idea nitida di cosa sia il pericolo a girare per le strade, il coprifuoco, il cibo razionato, la morte improvvisa.

Fino a qualche tempo fa nemmeno io lo sapevo e poi di colpo ho capito com’era possibile che un male violento unisse così facilmente l’ideale romantico di due persone.

Nel male l’umanità riesce a sguazzare bene, nel male la gente pensa di annegare e invece rimane perfettamente a galla, quando tutti rischiamo le stesse cose, siamo più proiettati a lottare per i benefici comuni.

Ma dove il male diventa più di uno, dove si sperpera nelle vite singole di ognuno e per ognuno è diverso, non c’è comprensione e neppure perdono, è una lotta individuale al proprio bene personale, a discapito di chiunque e qualunque cosa.

La guerra univa i cuori anche se sterminava i corpi, una vita nella libertà più totale preserva i corpi nella loro presenza e smarrisce cuori in chissà quale cammino sperduto.

Perché l’avevo chiamata?

Adesso la normalità mi apparteneva nuovamente ed ero disabituato ad averla, quando stacchi dalla vita vera per un periodo costante di tempo, non sei più capace di ricollegare il filo della normalità al tuo cervello.

Per questo non mi ero ancora comprato un cellulare, se avevo vissuto senza, ed ero in vita, era davvero importante averlo?

E così l’avevo chiamata dalla casa che avevo appena preso in affitto per qualche mese.

Scegliere di vivere in un posto turistico aveva i suoi vantaggi, se hai a disposizione un po’ di soldi, contano solo quelli.

Poche le domande su chi sei, se dimostri che i soldi ti danno la possibilità di essere una persona per bene.

Alla proprietà era bastato un vecchio documento sbiadito, un foglietto di carta volante con le rispettive firme e ovviamente quattro mensilità in anticipo in nero e in comodi contanti non tracciabili, pensavo di fermarmi giusto qualche mese e poi non avevo idea di cosa avrei fatto, ero venuto in quel luogo per lei e non avevo in mente altri tipi di piani.

Quando non hai più il cielo e le strade, viaggiare e camminare non sono essenziali per vivere, la mente allargare i confini del mondo e solo lì dentro ci fai succedere di tutto.

Dalla camera da letto, riempita a metà con mobili economici e moderni delle marche più banali e da mobili di legno scuri e vecchi del periodo triste delle nonne, adesso sentivo nitidamente le onde del mare, piene e frastagliate mentre dalla finestra aperta il profumo della salsedine faceva capolino in modo prepotente, senza nemmeno chiedere il permesso.

Ora ero molto diverso dalle ultime foto che avevo di me, ero solcato di occhiaie e la barba biondo miele mi copriva completamente il volto, i capelli ormai lunghi alle spalle erano schiariti fino a far diventare quasi bianche le punte.

Dell’uomo con i capelli a spazzola, la pelle liscia e rilassata sulle guance e gli occhi sgombri di tormenti, non era rimasta traccia vivida in me.

Era facile sentirsi a casa in un luogo così, i pini marini oscillavano nella brezza del mare e tutto mi sembrava stupefacente e nuovo, come se lo avessi appena visto e scoperto.

Mi buttai sul letto e le lenzuola sapevano di un debole sentore di lavanda e di umido e di chiuso, erano fredde e palparle con la pelle quasi tutta nuda, era come andare a caccia di brividi.

Mi avrebbe richiamato?

Ero quasi sicuro di no, eppure ero lì, in quel posto di mare, per lei, senza altre prospettive che vederla.

Come avrei reagito a quel suo no?

Era qualcosa a cui mi sentivo impreparato, come del resto, sul momento lo ero ad ogni aspetto della mia vita.

Avevo però la mia libertà, e questa volta ero certo che non l’avrei più persa.

John, vedrai che andrà tutto bene, e me lo ripetevo da solo, a bassa voce.

Quel pensiero era il secondo sbaglio più grosso della mia vita.

Il mio primo sbaglio è stato uccidere qualcuno.

È stato uccidere lei.

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