Un cuore in tempesta

Il postino mi ha consegnato la lettera oggi. Sotto shock sono rimasta a fissare il mittente per minuti. Poi in tutta fretta l’ho infilata nella tasca dei jeans e sono uscita correndo sul sentiero inseguendo il mio cuore al galoppo. 

Le nuvole si stavano addensando, sarebbe venuto a piovere, ma non mi importava, avevo bisogno del mio posto nel mondo per leggere la tua lettera, li ai piedi della scogliera. 

“La lettera ad arrivare ci metterà una vita! Mandami una, anzi due e-mail al giorno!” ti implorai cercando di trasmetterti quell’allegria che il mio cuore faticava ormai a trovare. “O una videochiamata, che ne dici? Appena arrivi a Malindi magari passeranno mesi prima che ti trasferiscono al campo, no?” Cercai il tuo sguardo per capire se mi stavi ancora ascoltando, ma era nascosto dalla visiera. Mi alzai in punta di piedi per sollevarla, ma non ce ne fu bisogno. La tua risposta arrivò prima, in quella lacrima che scese lentamente e che mi trascinò d’improvviso nel tuo silenzio. La tolsi sfiorandoti il viso come il tocco di una libellula sull’acqua, temendo di affogarci dentro. “Lo so, non dirmelo, mi hai già spiegato, è l’unico modo” – conclusi con voce strozzata abbracciandoti stretto per non farti vedere le mie.  “Scrivi spesso, se no ti vengo a cercare!” – ti minacciai soffocando la tristezza in quel sorriso che moriva già. Già mi mancavi, già sentivo che non ce l’avrei fatta. E così ti ho baciato a lungo un’ ultima volta e senza voltarmi sono andata via. 

La prima lettera arrivò con la sola busta e dentro una tua foto, con la mano alzata e una giraffa appena dietro di te. Avevi indosso il cappello della Nike in testa e un largo sorriso. Quanto eri bello! Ho sempre adorato le giraffe, ho ancora il peluche che mi hai regalato tu quando eravamo ancora specializzandi!

La seconda busta invece è stata una sorpresa. Arrivò appena una settimana dopo, con un’altra foto dove sul retro mi presentavi la tua equipe medica: due assistenti di cui uno era anche il gestore della fattoria di bovini, e tre infermiere nate come cuoche, ma che avevano imparato presto a curare i casi meno gravi. Persone forti, come quei punti esclamativi che raccontavano il tuo entusiasmo, nate sotto quel baobab sullo sfondo che sembrava avesse generato anche te. 

La terza è arrivata un mese dopo. E finalmente assieme ad una lunga lettera, che senza leggere ho trasferito subito in una busta ermetica in plastica ancorandola al costume. Non vedevo l’ora di leggerti! Ma forzandomi scesi lungo il belvedere, gustandomi l’attesa e quel sentiero panoramico che procedeva lungo la costa come un fitto ricamo fino alle onde.  Un tuffo in quel mare che mi chiamava.

Ho raggiunto il nostro scoglio a nuoto, in quella piccola isoletta di fronte alla grande spiaggia dove sono solito radunarsi i turisti. E ti ho visto, raggiante in mezzo ad un oceano di piccole teste nere che ti sommergevano di sorrisi. Mi hai parlato dei ruggiti dei leoni nel buio, dell’ utilità di un secchio d’acqua, dei sorrisi della gente nonostante la povertà, del campo e in particolare di Thomas e del suo anziano papà, di quanto ti era grato per avergli salvato la vita. Tu, alle prese con la prima operazione senza i ferri del mestiere; lui, traboccante di vita nonostante la sofferenza. Entrambi senza paura, l’orgoglio dei sopravvissuti.

Amore, piango leggendoti. Per la passione che metti in quello che fai, per quella gente, quei bambini. Poi ho guardato il mare, e non so più se il mio piangere era legato a questo; forse ora stavo piangendo solo perché mi mancavi da morire! Sono egoista lo so! Me ne sono resa conto. Ho guardato il mare da quello scoglio così isolato dal mondo. Ho visto gli ombrelloni sulla spiaggia lontana, ho sognato di essere in mezzo a quella gente comune, che passava una giornata di mare comune, insieme, senza dirsi nulla, sdraiati nella loro tranquillità a prendere il sole.

Ma non siamo noi quelli. Ne lo saremo mai. Lo sai anche tu. Avrei voluto essere li con te. Non sai quante volte ho cercato il biglietto aereo su internet, compilando tutti i campi fino alla fine, per poi spegnere il computer e tornare in ospedale a far nascere i bambini fortunati. 

Era giusto così, sarei stata solo di intralcio. Ti saresti distratto, forse avresti lasciato tutto rivedendomi. Lo sentivo dalle tue parole. Ti mancavo. Avrei voluto risponderti con un “Anche tu mi manchi” grande quanto il tuo Baobab! Ma non potevo rispondere alle tue lettere, Malindi era solo il nome dell’ aeroporto. 

Amore, ancora un anno e poi saresti tornato da me.

La lettera l’ho ricevuta questa mattina, un anno fa dall’ultima poco prima di Natale. Avevi promesso di tornare! Di farti sentire! Avevo passato un anno intero a formulare i peggiori pensieri, a chiamare numeri sbagliati al quale nessuno mi sapeva rispondere. Dove eri finito! Perché tutto questo tempo? Lo avrei scoperto presto.     

Il vento si alza, fischia nelle orecchie, mentre scendo per il sentiero più breve. Le nuvole sono ormai cumuliformi, e le prime gocce raggiungono la mia faccia. Qualche sasso scivola giù per la scarpata. Cerco di non cadere, di non perdere il mio equilibrio mentale. 

Arrivo in spiaggia con il cuore in gola. I piedi nudi sulla sabbia ghiaccia distolgono il cervello, staccano la spina del cuore per un secondo da quella dell’ansia… che poi risale, mentre la bassa marea mi guida attraverso un altro sentiero fatto di conchiglie, di alghe, c’è perfino qualche pesce piccolo che annaspa nel fango, gli manca l’aria. Come manca a me. Sono tre chilometri fino al nostro scoglio, e mi sembrano tali per la prima volta, affondo fin sopra il polpaccio nell’acqua fangosa ma non mollo. Quante volte l’abbiamo fatto da bambini?

Eccola. La nostra sedia in mezzo ad un mare di fango. Guardo indietro, in cerca di un conforto in quel blu intenso da cui ho sempre tratto un profondo senso di pace, ma che ora non c’è. Quello che vedo sono solo le mie orme, senza le tue. Apro la busta e cerco la lettera ma non la trovo. C’è solo una foto di te sorridente abbracciare il pancione di una donna che ricambia tutta la tua gioia. Poi impallidisco. Sul retro trovo delle frasi che non riesco a decifrare, geroglifici, forse era inglese? Che seguivano la sola parola scritta di tuo pugno. Un pugno che arrivò come un gancio.

Scusami.  

Il dolore è troppo forte. Lo sento qui principalmente nel petto, come un onda che continua a rifrangersi sul cuore. Perché mandarmi questa foto? Lei aveva scritto quanto non riuscivi a dirmi? Scusarsi era sufficiente per te?

Il dolore nel petto sale su fino agli occhi. Ho aspettato tanto tue notizie, ma non avrei mai voluto riceverle. Ora aspetto che l’alta marea travolga questo dolore. Aspetto questo vento che le onde le gonfia, quella più enorme, che vedo arrivare. 

Vorrei tanto che questo dolore nel petto scomparisse all’interno di questo vortice d’acqua. Ma non succede, non trovo leggerezza nella morte, ma solo un peso che mi trascina giù. Sento di affogare, annaspo, e alla fine reagisco. E non so come, ma ritrovo quello stremo di forze che mi fa raggiungere la riva. Nella sabbia asciugo le mie lacrime, il cuore ritrova i battiti, ma niente è più niente, e mai sarà come prima. 

Scusami, mi hai scritto. Il mare sarà presto calmo e sereno, ma solo in superficie, dove nuoti tu, dove non nuoto io. 


Sono passati altri due anni. Ho cercato di dimenticarti ma non ce l’ho fatta. E sono ancora qui come due estati fa su questo scoglio. La tua sirena, come in riva alla tua Stoccolma, a guardare il mare impietrita senza più voce. 

Ed è così che mi ha trovato. Che mi hai trovato. 

Arrivò con un gommone e un bambino in braccio. Mi chiamò sorella e sposa fortunata di un uomo che aveva ammirato in tutto. Mi raccontò di come ti era stata affianco in ogni parto, e come avevate affrontato il suo. Complicato fino all’estremo ma felice, come quell’angelo che ora le dormiva in seno. Mi raccontò di noi. Della tua nostalgia, di quello che provavi nei così minimi dettagli, che mi sembrò di essere li con te. Ma non lo ero. Scoppiai a piangere. Non ti eri risparmiato, sapevi che era pericoloso, ma avevi assistito il marito di quella giovane donna fino ad ammalarti. Raccontò di come avevi lottato fino allo stremo delle forze respirando a stento per giorni attraverso quella piccola mascherina, tutto l’ossigeno possibile fino all’ultima goccia di vita. Raccontò di quegli occhi che l’avevano implorata di cercarmi.  

Grazie amore mio. Per questa testimonianza di coraggio, di amore, per questa vita a cui volevi rimanere ancorato, nonostante la sofferenza. Volevi tornare da me, come promesso. Scusami tu per aver dubitato, per non aver compreso che solo la morte poteva portarti via da me. 

Scusami tu. Ripeto a me stessa, mentre aspetto l’ascensore per affrontare la routine quotidiana. Non so come. Guardo la schiena di fronte a me, indossa una comune felpa nera, ma stranamente sul cappuccio c’è una timida scritta. Due parole, le tue per me: sempre avanti. 

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Discussioni

  1. Che storia commovente Maria Anna. Bella nello e stile e straziante nella trama. Piaciuto il colpo di scena finale, che ci parla di come le cose a volte non sono come sembrano, e di come sia possibile trovare un po’ di conforto nel dolore.

  2. Mi è piaciuto molto. Un racconto che si legge benissimo, carico di emozioni che non calano mai, anzi aumentano d’un colpo nel finale. Una storia che parla davvero d’amore (amore vissuto anche come missione verso chi è meno fortunato). Letto volentieri.