Un fantasma 

Serie: ESC


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Andrea torna a casa turbato dalla proposta di promozione e dai messaggi di Manu. Dopo alcuni ricordi del passato, accetta di incontrarlo. Poco dopo riceve un messaggio con tre lettere misteriose: ESC.

«Alle 21 al Povo, a Firenze.» Il secondo messaggio arrivò quasi tre quarti d’ora dopo, proprio mentre Andrea si stava domandando: sì, ok, ma dove e quando?

Guardò l’ora sul Garmin.

Le 18:45.

«Ok», pensò.

Trenta minuti per arrivare a Firenze.

«No, cazzo.»

Poi ci ripensò.

«Vabbè, dai. Non è detto che debba andare per forza tutto a puttane.»

Si alzò dal letto e aprì l’armadio.

Iniziò a separare, capo per capo, i vestiti appesi.

Prima passata: solo divise da lavoro.

Seconda passata: lo stesso.

Indeciso se fare anche una terza passata di controllo, rimase fermo.

«Inutile», disse, chiudendo l’armadio.

Si voltò verso un punto non ben definito della stanza e ci si perse per qualche secondo.

Poi ne uscì.

«Perfetto. Niente vestiti puliti.»

Controllò a distanza la sedia su cui era ammassato praticamente l’intero guardaroba.

«Lì ci può essere qualcosa di ancora accettabile.»

Una volta vicino, iniziò a selezionare uno a uno i possibili candidati per la serata.

Qualcosa trovò.

Una canottiera verde, un po’ stropicciata ma inodore.

Un paio di jeans chiari e larghi, con l’effetto strappato. Più che un effetto, ormai: erano ridotti a brandelli di stoffa tenuti insieme da qualche punto di cucitura.

Decise che andavano più che bene.

Converse nere, rigorosamente strappate sulla tela sotto la C.

Fece un precontrollo visivo con i vari capi appoggiati sul letto.

Poi assemblò tutto.

Una passata con le mani tra i capelli completò l’opera.

Afferrò il casco, diede un’ultima occhiata alla stanza e uscì.

Stefano aveva lasciato la porta socchiusa e il suo russare si estendeva per tutta la sala.

Andrea scese la prima rampa di scale, stupendosi dell’elasticità che sentiva nelle gambe.

Una volta chiuso il portone, si affacciò sulla seconda rampa.

Diede un’occhiata al cielo dietro le case di fronte.

Azzurro.

Guardò l’ora.

Le 19:20.

«Le sette e venti?»

Partì scendendo le scale a due a due.

«Ciao, Andrea.»

Lo sentì appena arrivato in fondo.

Si voltò.

C’era Susanna.

Quando Andrea si girò, lei abbassò la testa e si coprì subito con le braccia. Era in costume.

«Ciao, Susanna.»

Andrea le sorrise.

«Che fai, esci?»

«Sì, Susanna. E scusa, devo scappare.»

«Va bene. Passa una buona serata.»

Ci provo davvero, pensò Andrea.

«Ciao, Susanna.»

Fece il tragitto fino al parcheggio di corsa.

Accese il motorino, si infilò il casco e partì.

Arrivato vicino a Ponte alla Vittoria, si rese conto che forse tenere una media di ottanta chilometri orari non era stata proprio una grande idea.

Gli mancavano una decina di minuti per arrivare al Povo e quasi un’ora all’orario stabilito.

Si fermò al semaforo.

Quella sigla.

ESC.

Non riusciva a togliersela dalla testa.

Che cazzo sarà? E come ha fatto Manu a sapere della promozione?

Già.

La promozione.

Il clacson dell’auto dietro lo riportò fuori dal mondo delle domande.

Alzò lo sguardo.

Verde.

«Fanculo.»

E partì.

Nelle strade che anticipavano l’arrivo al locale iniziò a rivedere lui e Manu durante le vecchie serate.

«Ecco, lì Manu vomitò.»

Poche curve dopo:

«Lì invece Manu imbroccò quella spagnola.»

Arrivato davanti all’insegna del Povo, alzò la visiera e guardò l’ingresso. Soprattutto il marciapiede.

«Lì invece è dove i buttafuori ci buttarono per indicarci gentilmente la strada per l’uscita del locale.»

Parcheggiò il motorino nella traversa subito dopo.

Anche lì gli sembrò di ricordare che una volta avevano fermato una rissa.

O forse l’avevano provocata.

Non si ricordava bene.

«Certo che eravamo pazzi davvero.»

Scese dal motorino, mise il casco nel bauletto e si sistemò i capelli alla cieca.

Davanti al Povo non c’era nessuno.

Andrea guardò l’orologio.

«Cazzo, sono ancora le otto e dieci.»

Prese il cellulare.

Rimase qualche secondo con lo schermo davanti agli occhi.

«Gli mando un messaggio?»

Lo rimise in tasca.

«No, dai. Lasciamo perdere.»

Fece appena in tempo a guardarsi intorno che lo tirò fuori di nuovo.

20:11.

«No, dai. Io gli scrivo.»

Proprio in quel momento sentì una mano appoggiarsi sulla spalla.

Si voltò.

«Manu?»

«Ciao, Andre.»

Andrea fece due passi indietro per guardarlo meglio.

Gli occhi erano i suoi.

Marrone scuro.

Le sopracciglia anche.

Le orecchie a sventola, identiche.

Manu sorrise.

Anche quello era lo stesso sorriso.

«Andrea, che hai? Hai visto un fantasma?»

Andrea gli guardò i capelli.

Poi i vestiti.

«No, ma con quei capelli sembra che ti abbia leccato una vacca. E vestito così non ti riconoscevo.»

«Risposta sempre pronta, eh?»

«Certo», rispose Andrea ridendo.

Poi fece un altro passo indietro.

Non è possibile. Ma che cazzo ha combinato?

Soltanto quello che aveva addosso poteva valere quindicimila euro.

Le scarpe, poi.

E quell’orologio non sembrava proprio falso.

Ma che cazzo?

«Ehi, Andre. Tutto ok?»

«Sì, sì. Stavo ammirando l’outfit. Niente male davvero. Che hai fatto, hai azzeccato qualche scommessa su quei siti online?»

«Sì, beh… diciamo che quella è stata più una conseguenza.»

Andrea smise di sorridere.

«Una conseguenza?»

Manu gli si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla.

«Andiamo, che ho sete.»

Varcarono la porta del Povo.

Manu si fermò subito e scrutò la sala come se stesse cercando qualcosa.

Andrea seguì il suo sguardo.

C’era un cameriere che girava tra una decina di tavoli ancora vuoti.

«Ehi, amico. Ti va bene se prendiamo questo tavolo?» disse Manu.

Il cameriere si voltò.

«Ehi! Guarda chi c’è. Certo, fratello. Fate pure.»

«Sei un grande.»

Manu indicò il tavolo.

«Direi che è perfetto.»

Andrea rimase a osservarlo.

Continua...

Serie: ESC


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