Un tentativo di fuga

Serie: Lora


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: George, uno studente universitario molto solo ed emarginato, fa conoscenza di Lora, un'intelligenza artificiale...

Jack era pronto per scaricare il furgone che quel giorno, come ogni martedì della settimana, portava i rifornimenti per le cucine del carcere. Non appena il cancello si aprì, la giovane guardia lo trattenne per la spalla lanciandogli un’occhiataccia, ma lo fece più per la soddisfazione di richiamare un detenuto che per vera precauzione: sapeva che Jack era un tipo a posto, lasciando perdere le rapine in banca ovviamente, reato per cui stava comunque scontando la pena. Il furgone entrò e quando i due battenti del cancello si congiunsero nuovamente, la guardia lo lasciò andare ed entrò per accompagnare l’autista in segreteria. Questo, come in tutti i giorni di pioggia, restava al coperto chiacchierando con le guardia davanti a un caffè caldo, fino a quando Jack non rientrava per comunicare che il camion era stato scaricato.

Così, Jack rimase solo a tirare giù gli scatoloni, e dopo cinque minuti era bagnato fradicio. Riempì il carrello con sei scatole e si diresse alla rampa che portava al magazzino, poi tornò al furgone, ma si bloccò a metà strada. Se qualcuno fosse passato da quelle parti, avrebbe visto un uomo in tuta arancione inzuppata e i capelli attaccati al viso che guardava per aria inebetito. La verità era che Jack aveva notato un particolare che forse era sempre stato lì, tutte le volte che aveva svolto il suo compito di magazziniere, ma che solo in quel momento era passato alla sua attenzione. Il furgone era parcheggiato alquanto vicino al muro di cinta, quasi da fargli il filo, e tra il tettuccio e il cordolo cosparso di filo spinato non vi era più che un metro.

Jack rimase a pensare, elaborando le possibili azioni e le loro conseguenze, calcolando tempi e probabilità. Era passato del tempo, e una guardia sarebbe potuta arrivare da un momento all’altro. Inoltre non era preparato per un’evasione: dove sarebbe andato? Con quale denaro avrebbe vissuto? No, non poteva evadere così su due piedi. Jack decise che avrebbe pensato alla fuga e a come gestire la latitanza in attesa di un altro martedì di pioggia.

E così fece, ma la primavera era ormai sfociata nell’estate più arida che si fosse mai vista. Ogni martedì Jack si trovava a scaricare il furgone in compagnia dell’autista, e una settimana dopo l’altra la speranza si riduceva. La notte non riusciva a dormire, e i pensieri correvano sempre a quella mattina di pioggia in cui, si convinse, aveva sprecato un’occasione unica. Le giornate divennero monotone man mano che la frustrazione lo svuotava di ogni forza d’iniziativa, tanto che aveva smesso di praticare qualsiasi attività ricreativa alla quale si era nel tempo appassionato. Fino alla notte di un lunedì di luglio.

Da due giorni, i detenuti si rifiutavano di passare l’ora d’aria nel cortile all’aperto, poiché il sole batteva troppo forte e il calore accumulatosi sul cemento era divenuto insopportabile. La sera dormivano senza lenzuola con le finestre spalancate, nelle quali la brezza serale accarezzava le sbarre di ferro, donando sollievo. Jack si destò nel cuore della notte, svegliato dal fragore di un tuono. Quando si coprì con il lenzuolo per ripararsi dal frescore che preannunciava la tempesta, i lampi illuminarono i muri della cella, proiettando le ombre della griglia sul pavimento. Le gocce iniziarono a cadere pesanti una dopo l’altra, per qualche minuto, poi la pioggia cessò. Jack si sentì scoraggiato, ma era sfinito, e si riaddormentò.

Al suo risveglio, un diluvio si riversava dal cielo sulla terra. Una pioggia mai vista, talmente fitta da rendere difficile guardargli attraverso. Le pesanti gocce si riversavano sul tetto, diffondendo in tutto l’edificio il fragore dell’acqua che scorre. Jack avrebbe fatto i salti di gioia, ma per non dare nell’occhio si trattenne, e anzi si vestì prima del solito.

All’ora consueta si presentò presso il magazzino, dove la guardia lo accolse e lo scortò fino alla tettoia che dava sul cortiletto di servizio. Il furgone arrivò alla solita ora e l’autista, come previsto, si precipitò alla segreteria coprendosi la testa con la cartellina delle bolle, lasciandolo da solo con gli scatoloni da scaricare. Si mise al lavoro, e non appena l’autista ebbe chiuso la porta e lui fu solo, gettò a terra lo scatolone e iniziò a organizzare la fuga, scrutando prima il furgone, poi il muro di cinta.

Quella volta, forse per la scarsa visibilità, il furgone era stato parcheggiato più lontano del solito dal muro, tanto che nemmeno un atleta sarebbe riuscito a colmare la distanza con un balzo. Il panico iniziò ad attanagliargli la mente, ma si impose di rimanere calmo; era la sua unica possibilità. Si portò alla parte anteriore del furgone e aprì la portiera.

Miracolosamente, la chiave era inserita. Com’è ovvio, non si sarebbe mai arrischiato a mettere in moto il veicolo, poiché nonostante il fragore dell’acqua e dei tuoni qualcuno avrebbe potuto udire il cicalio della retromarcia o scorgere il bagliore intenso delle luci. Così, inserì la chiave, diede un giro per accendere la batteria, e mollò il freno a mano, poi iniziò a spingere con tutte le sue forze, girando nel contempo il volante verso destra, quando qualcosa bloccò le ruote fermando lo slancio e spingendo il furgone in avanti. Jack dovette saltare in cabina e tirare il freno a mano per evitare di schiantarsi contro il muro. Corse sul retro per capire quale fosse l’ostacolo, ma non vide nulla. Imprecando, Jack tornò in cabina e ripeté la manovra. Un’altra volta le ruote si bloccarono. Il panico era diventato davvero difficile da gestire, soprattutto perché Jack non riusciva a capire quale fosse il motivo del bloccarsi delle ruote. Tornò sul retro del furgone, ma stavolta concentrò l’attenzione sulla distanza dal muro, che si era notevolmente ridotta, tanto da permettergli con buona probabilità la fuga.

La pioggia continuava a cadere incessantemente e Jack era completamente inzuppato. Aveva perso abbastanza tempo e non poteva permettersi di attendere ancora, quindi saltò sul cofano del furgone, e usando l’antenna come appiglio, strisciò sul tettuccio. L’esplosione di un tuono lo sorprese e lo fece sobbalzare, e complice la lamiera resa scivolosa dall’acqua, cadde all’indietro. Si rimise in piedi e guardò la porta della segreteria. Non arrivava nessuno.

Ora o mai più. Jack piegò le gambe e spiccò un salto, scivolando leggermente ma riuscendo comunque ad aggrapparsi al muro proprio mentre l’autista, chiacchierando con le guardie, stava iniziando a chiedersi perché il detenuto ci stesse impiegando tanto. 

La pioggia nel frattempo era notevolmente diminuita di intensità, tanto da permettere a Jack di udire i passi pesanti delle guardie che stavano correndo verso di lui. Con il cuore in gola, mollò la presa dal cordolo, atterrando in piedi di fianco al camion, poi iniziò a lanciare gli scatoloni giù dal furgone, uno dopo l’altro. La porta si aprì sbattendo contro il muro, e ne uscì l’agente Rockwell accompagnato da altre due guardie.

“Che diavolo pensi di fare, Morrison? Perché ci metti tanto?”

“Mi dispiace agente, ma ho dovuto aspettare che la pioggia si calmasse. Ho ripreso solo ora.”

Rockwell fece una smorfia e strinse il pugno sul manganello. Poi guardò nella direzione del furgone. Tornato a guardare Jack, disse con aria provocatoria: “Era parcheggiato così?”

Jack non fece in tempo a parlare che l’autista, fermo sul ciglio della porta, rispose al suo posto: “No. Lo avevo parcheggiato molto più lontano dal muro, come da vostre indicazioni, agente. Ed era parallelo ad esso, non di sbieco com’è ora.”

Il sangue si gelò nelle vene di Jack. Era stato scoperto. Con la forza della preda che combatte per la sua sopravvivenza, inventò la prima scusa che gli venne in mente. Disse, faticando a far uscire le parole di bocca: “L’autista non ha tirato il freno a mano. Il furgone ha iniziato ad andare avanti; me ne sono accorto in tempo e sono intervenuto. Ho provato a riportarlo nella posizione iniziale, ma spingendolo è stato difficile. L’ho lasciato dov’è ora.”

“Non è vero! Bugiardo! Io il freno a mano l’ho tirato, eccome!” sbottò l’autista facendo un passo avanti. “Ve lo dico io, agente, quel brutto ceffo ha provato a scappare! Mi creda, ag…”

“Ora basta!” disse Rockwell con voce autorevole. “Ne ho abbastanza di tutti e due: seguitemi nel comando sicurezza, daremo un’occhiata alle riprese delle telecamere” e così dicendo guardò Jack, sul volto il ghigno di chi sapeva di aver vinto una partita a poker ancor prima di averla iniziata.

Jack si sentì mancare, ma in qualche modo trovò la forza di seguire l’agente, seguendo gli altri con lo sguardo basso, ormai certo del suo destino.

L’autista sembrava cantare vittoria, ma il suo sorriso sarebbe sparito di lì a poco.

Serie: Lora


Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Bravissimo Nicola. Un bel cambio di scena e prospettiva, una buona costruzione. Mi piace molto questo personaggio e sono curiosa di vedere come i destini si incroceranno. La pioggia sembrava quasi di sentirla addosso.

    1. Ti ringrazio per aver letto e dato un riscontro!
      Ho sempre trovato particolarmente intriganti le storie dove le vite di più personaggi si intrecciano, così sto provando a scriverne io una.