Vecchie conoscenze

Serie: Er gabbio

Un noto detto, conosciuto da quasi tutti i romani, dice che: chi non ha salito il gradino del carcere di Regina Coeli non può considerarsi “romano vero”; e manco trasteverino. Quello scalino è ancora lì, dietro il grande portone al civico ventinove di via della Lungara a Trastevere, sul marmo della pavimentazione d’ingresso.

Anni addietro, in diverse occasioni Nico aveva rischiato di varcare quella soglia e salire quel gradino, e non è che se ne fosse dispiaciuto che non ci era riuscito. Ma ormai che lo aveva fatto, poteva essere definito un vero trasteverino e anche senza quattrini. 

Quando due secondini lo accompagnarono in cella era già tardo pomeriggio. La “suite” era probabilmente tra le più piccole di tutto er gabbio, visto che poteva ospitare solo due occupanti, ma in quel momento Nico era l’unico, anche se dallo spazzolino da denti posato accanto al piccolo televisore, dal fornellino a gas da campeggio e qualcos’altro, aveva intuito che presto, non appena fosse finita l’aria, qualcuno lo avrebbe raggiunto. Infatti per quella giornata per lui non ci sarebbe stata né l’uscita in cortile né tanto meno la cena, vista l’ora.

Era disteso sulla branda più in alto e i piedi gli uscivano fuori dal materasso, quando il rumore delle chiavi e poi della cella che si apriva lo ridestarono. Nico aprì gli occhi e si mosse, facendo cigolare e ondeggiare il letto a castello, per scrutare il nuovo arrivato.

L’altro, un tipo mingherlino e brufoloso, impallidì alla vista di quel colosso tutto muscoli. «Ué uagliò, se vuoi puoi metterti anche sotto, tanto domani mi trasferiranno in un’altra cella e nun vorrei morire schiacciato proprio stanotte.» Nico saltò giù e gli si parò davanti.

«Nun volevo esse’ scortese, ma se popo ‘nsisti… Piacere, Nico» disse poi, porgendogli la destra.

«Tony» rispose, trattenendo a stento una smorfia di dolore per la stretta ricevuta.

«Dall’accento me sembri napoletano, giusto?» 

L’altro, non sapendo se per lui fosse un punto a favore o no, assentì senza aprir bocca.

«Nun è che che conosci Ciro, quello grosso che c’aveva ‘na palestra a Trastevere e che dovrebbe sta’ ancora qui dentro?»

«Ma chi, chill ca’ esce rimàni e che se fatto piglià qualche mese fa per spaccio di steroidi e anabolizzanti?»

«Cazzo!» esclamò sorpreso. «E come posso fa’ pe’ parlarglie prima che va via?»

«Deve dare e sord pure a te?» chiese sorridendo appena.

«No» rispose, anche se a dire il vero Ciro qualche soldo avrebbe dovuto darglielo. «Semo amici e lavoravamo ‘nsieme, prima che lo ‘ngabbiassero.»

«Si si’ fortunat, magari domani mattina in cortile o puo’ incuntrà.»

Nico sbuffò, sperando vivamente che l’indomani avrebbe rivisto l’amico.

***

Il mattino seguente, dopo che i due detenuti ricevettero la colazione, Tony venne condotto in un’altra cella e riuscì a far sapere a Ciro che Nico voleva incontrarlo.

Non appena Nico venne abbagliato dalla luce del sole, si portò una mano in fronte e scrutò il cortile, in cerca di Ciro. Non fu per niente difficile individuare Hurk, in tutto er gabbio non c’era nessuno più grosso di lui.

«Ué, guaglione!» esclamò il culturista, abbracciando il suo vecchio istruttore di Krav Maga. «Alla fine ce le fatt, mo si’ nu vero romano.»

«Già, solo che me rode er culo, visto che nun so che farò ‘na volta uscito de qui. Hurk, tu me potrai aiuta’?»

«Ué Nico, io me nè vac a Napule» ammise, abbassando il tono di voce.

«E perché torni a Napoli?»

«Devo dà e denare a molta gente, non posso rimané ca’.» Il volto di Nico si adombrò. «Lo so che t’aggia pagà l’ultima mensilità, ma figurati che in cheste ultime sere, dal Colle qui dietro, c’è stata gente che m’ha urlato minacce pesanti, e ajere sera, a un compagn’ di cella c’aggia rutt o nas per avermi deriso dopo aver sentito le grida.»

«Sei messo male… Beh, che te devo dì, grazie pe’ nun avermi messo ‘n mezzo a ‘na storia de steroidi.»

«Ma quanto mai…» Ciro in quell’attimo si bloccò, non appena avvistò i tre che si stavano avvicinando.

«Anvedi chi c’è, Nico Giraldi!» disse quello in mezzo, un uomo grosso quando Nico, ma con la pancia da bevitore di birra. «Si tu padre, dopo averti dato er nome d’arte de Tomas Milian, sapesse come te sei fatto becca’, te prenderebbe proprio pe’ ‘n burino!» Rise fragorosamente, seguito dai suoi compagni.

«A Romolo, nun me rompe’ er cazzo che…»

«Ahò, stamo a scherza’! Nun c’è bisogno che t’a prendi così» disse, battendogli “amichevolmente” una mano sulla spalla.

Nico si scansò. Poi Romolo puntò l’indice in faccia a Ciro.

«Tu me devi da’ trecento euro, e se oggi esci, quando me li darai?»

«Ma nun eremo rimasti per ‘a mità, visto che t’aggia fatt’ recuperarà e sord che ti doveva Tony?»

«E pensi che dopo ave’ rotto er naso ar mio amico, ieri sera, ora te faccio ‘no sconto?» L’interessato, alla sinistra di Romolo, ghignò. Quello sfregiato, fece lo stesso. «Quindi…?» chiese, estraendo un coltello a serramanico celato tra le mutande, in attesa che l’altro rispondesse alla domanda precedente.

«Damm ‘na semmana é tiemp, e vedrò di farteli avere tramite Nico.» L’amico inarcò le sopracciglia.

«Ahò, vedi de nun fa’ er paraculo co’ me, pecché fra sette mesi esco e te vengo a cerca’ fino a Napoli. Poi trecento euri nun te basteranno più, hai capito?» 

L’altro assentì. Romolo poi fece un cenno ai compagni e i tre raggiunsero un altro gruppo composto da una dozzina di detenuti, che a poca distanza si era goduto la scena.

«Lo sai che sei proprio ‘no stronzo!» disse Nico a Ciro. «Tu stai pe’ annà via, e me lasci co’ le rotture de cojoni da risolve’.» L’altro fece una smorfia, come per dirgli di non curarsene. «Ma dimme ‘n po’, com’è che je devi dà tre piotte a Romolo?»

Poi, sentendosi osservato, Ciro invitò l’amico a fare una passeggiata.

«Ca’ dint’ è l’unico carcérat ca’ tene nu cellular.» Non solo il coltello, pure il telefono, Nico ne rimase sorpreso. «E l’ho usato per fa’ nu par e chiammat, per organizza’ il mio rientro a Napule.»

«Me cojoni! Manco avessi chiamato quarcuno ‘n America.»

«E capit’…»

«Eh, ma nun fa’ er paraculo» disse strattonando l’altro dal braccio. «I sordi glieli devi dà, Romolo è uno che nun dimentica…»

«Ué Nico, ma over piens ca’ vengono a m’cerca’? A casa mij, fann’ solo ‘a figur’ ro’ babbà; e mica po’ cerca’ e sord a te?»

«Sai cos’è? Che già qualche anno fa, all’Olimpico, je ho fatto fa’ ‘na figura de merda, davanti a tutti quelli da curva sud.»

«E come mai nun me ne hai mai parlato?»

Nico alzò le spalle. «Quasi sei anni fa, prima che venissi a lavora’ da te, m’hanno dato er DASPO pe’ ‘na rissa allo stadio.»

«Strano, nun è da te» disse con sarcasmo, sorridendo. Nico rimase serio, pensando all’accaduto. «E quindi, che c’azzecca Romolo?» lo incitò.

«In pratica, dopo un goal d’ a Roma, era scoppiato er putiferio e Romolo, che ai tempi era er capo degli Ultra, lanciò ‘na bottiglia de birra che, senza fallo apposta, colpì ‘n testa er sor Luigi, che era affianco a me. Er poveretto s’era fatto male e sanguinava, così ho cominciato a urla’ contro quel pezzo de merda de Romolo, ma subito sei dei suoi m’accerchiarono e ‘n attimo dopo li ho stesi tutti, prima che arrivassero ‘li sbirri. Er vecchio poi spiegò agli agenti cos’era successo, e Romolo dovette chiedeje scusa davanti a tutti. Non la prese bene, anche pecché poi, a tutti quelli coinvolti, c’hanno dato er DASPO.» 

«Aggia capit, e piens ca’ dint’ ti può dare impiccio?»

«Potrebbe… Vedi, dopo er DASPO, nun so’ più annato all’Olimpico: sia pe’ nun vede’ Romolo, ma soprattutto pe’ quello che era successo ar sor Luigi… Dopo quella vorta, anche se li dottori hanno detto che nun c’entrava ‘n cazzo, er vecchio ha cominciato a rincojonisse; ma a me ‘sta storia m’ha segnato…» L’altro assentì, comprensivo. «Romolo è der quartiere Prati, e lo ha sempre saputo che a casa mia, a Trastevere, nun poteva veni’ a fa’ casini; poi s’è fatto ‘ngabbia’ pe’ ricettazione,  e quindi nun ce semo più visti.» 

Il suono della sirena, che indicava che il tempo per la loro passeggiata era finito, interruppe la discussione e, mentre i due si avviarono verso i cancelli, Ciro abbracciò l’amico per un ultimo saluto: nonostante stesse per tornare in libertà, era dispiaciuto di dover lasciare Nico a sbrigarsela da solo, in certe situazioni.

«Nico, nun mi meraviglierei se t’facessero ascì tra qualche juorn: sei incensurato e ventiquattro piante di ganja nun so’ accussì assai, potresti dichiarare che erano per uso personale.»

«Speriamo, ma c’ho i miei dubbi… facendome difende’ da n’avvocato d’ufficio…»

«Anche se và malamente, non rimarrai ca’ dint’ per più di un anno, te fidà ‘e me.» L’altro abbozzò un sorriso speranzoso. «Quando uscirai, a Napule ti posso aiuta’, che aggia arapì n’ata palestra.»

«Grazie, Hurk, amico mio, ma credo che nun lascerò mai Roma: è questa la mia città.»

«Nun sé po’ mai sape’…» disse, facendogli l’occhiolino, prima di lasciarsi lungo i corridoi der gabbio.  

 

Serie: Er gabbio
  • Episodio 1: La segnalazione
  • Episodio 2: Vecchie conoscenze
  • Episodio 3: La visita
  • Episodio 4: L’avvocato
  • Episodio 5: La proposta di lavoro
  • Episodio 6: Finalmente libero
  • Episodio 7: Le farfalle
  • Episodio 8: Rivelazioni
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    Discussioni

    1. Bell’episodio anche questo. I dialoghi ti sono riusciti proprio bene, anche nella gestione dei dialetti. Un racconto dell’Italia popolare molto realistico… non è che ci sei stato anche tu nel er gabbio, per conoscerlo così bene?😂 bravo

      1. Vedo che hai cominciato il tour de force, amica mia. Grazie, mi hai reso felice. Per i dialetti ho ricevuto l’aiuto di un romano vero (che però non ha salito il gradino) e un napoletano, per questo me la son cavata più tosto bene. Comunque mai stato ar gabbio, ma se mai dovessi finirci un libro lo scriverei senz’altro… ahahaha

    2. Mi piace davvero molto la gestione dei dialetti, dosati alla perfezione come le spezie in una ricetta ben riuscita. Calzano come guanti sui personaggi, e sono comunque ben comprensibili anche a un lumbaard come me 🙂

    3. Ciao Ivan, sei davvero bravo nella gestione dei dialoghi, e il vero punto forte rimane la sapiente gestione dei dialetti, assolutamente comprensibili! Chissà come se la caverà Nico con tutti sti casini😂😂😂! Un racconto di terra nostra, ecco cosa lo rende vero, vivo e piacevole! Al prossimo episodio!

      1. Ricevere apprezzamenti da uno scrittore altrettanto bravo, secondo me, valgono il doppio. Grazie Tonino! Ci vediamo presto con il prossimo episodio.

    4. Ciao Ivan. Mi piace come hai aperto l’episodio, questo detto non lo conoscevo. Adesso voglio andare a fare una capatina al civico ventinove di via della Lungara a Trastevere! 😊 La bellezza di questa tipologia di racconti risiede proprio nel richiamo nostrano/italico, parlare di personaggi e trame su sfondi e scorci esistenti. Alla grande, continua così! 😊

      1. Ciao Peppe, son sempre felice quando bazzichi dalle mie parti, grazie! Neanche io conoscevo questo detto, ma molti romani sì e io ne ho a disposizione uno che è un portento! Comunque, hai visto che velocità? Spero che sabato riuscirò a essere puntuale con il terzo episodio, a presto.

      1. Ciao Kenji, grazie per l’interessamento. Ammetto che per i dialoghi mi hanno aiutato un romano vero (anche se non ha salito “il gradino”) e un napoletano DOC. Spero che il tutto sia abbastanza comprensibile perché, visto il limite di 1500 caratteri, non c’è spazio per eventuali note.

      2. No, no, hai fatto bene a non mettere le note. In narrativa le note non ci stanno, sta all’autore essere abbastanza bravo da farsi comprendere senza mettere note.