Vita da rotaia

Bagno aperto. Finalmente fuori. Una notte passata lì dentro con una puzza che faceva furore. Un incubo. Nel vestibolo mi guardo intorno. Un tipo ossuto si sfonda le orecchie con un lettore Mp3, non mi interessa. Il treno intanto rallenta fino a fermarsi. La porta del vagone si apre e sale gente. Mi metto dietro i nuovi arrivati, entro nello scompartimento. Tutto pieno nel giro di pochi minuti e io accanto a un borsone viola per non correre rischi. La fauna oggi è abbastanza variegata, si vede che siamo all’inizio dell’estate. Niente scolaresche vocianti e chiassose, alcuni pendolari con qualche segno di abbronzatura, turisti variopinti e un atteggiamento più rilassato e sonnacchioso nell’aria. Il treno riparte, una ragazza bionda dal fisico a pera, qualche posto più avanti, si asciuga i capelli con il phon, attirando gli improperi degli altri viaggiatori.

«Non può asciugarsi i capelli alle sette di mattina, cristo!»

«Neopendolare, non può essere diversamente. Novellina, neofita, non sa ancora com’è la vita di rotaia.»

«Che le saltassero addosso tutti i microbi ferroviari del treno a quella maleducata!»

Io intanto mi sposto, perché sono stata vista da un bambino francese dalla testa a triangolo che pare un ebete. Mi muovo veloce, finisco accanto a due uomini che stanno parlando.

«Dunque lei è un pendolare» fa quello più giovane.

«No, io sono un ’pendolante’.»

«Pendolante?»

«Sì. Io pendolo.»

«Da quanto?»

«Da tutta la vita.»

«…»

«Liceo, università, lavoro, pensione. Adesso faccio il nonno baby- sitter, do una mano a mio figlio coi nipoti.»

«Sempre su questa linea?»

«Sempre. Parto la mattina e torno la sera.»

«E come si sente?»

«Mi sento un pirata, ormai so il fatto mio, conosco bene la gente.»

«Dovrebbe fondare un partito, un movimento politico per tutelare quelli come lei.»

«Dice?»

«Certo. Per tutto lo smog che ci risparmiate, per tutto il mancato ingombro di strade e autostrade, per l’assenza di decibel da clacson… voi dovreste essere protetti come una specie in via d’estinzione, mi sembra giusto.»

«Una medaglia al valore.»

«Anche… al valore pendolare.»

«Pendolante.»

«Biglietti, prego.»

È arrivato il bigliettaio. Il solito omino dagli occhi che sembrano globi di lampioni e dal naso adunco. Mi vede, cerca di scacciarmi, me la squaglio. Mi aggrappo alla tenda blu di un finestrino aperto a metà vagone. Non ho ancora mangiato, la fame inizia a farsi sentire. La tenda danza, ondeggia leggera, e sbatte delicatamente sul vetro. Un venticello delicato mi culla, per un istante sono tentata di lasciare questo treno scalcinato e di perdermi nella campagna bagnata dal sole del primo mattino. Se non fosse per il cibo a buon mercato me ne sarei andata da un pezzo, ma la verità è che non sopporto la fame perché mi rende nervosa. Il treno nel frattempo inizia di nuovo a rallentare, io mi consolo con la testa pelata di un ragazzo muscoloso che dorme. Finalmente metto qualcosa nello stomaco, mentre il treno si ferma. La porta scorrevole dello scompartimento si apre, si chiude più volte. La fauna resta variegata, ma adesso ci sono diverse facce che conosco. Facce stanche, sempre di corsa, armate di un’infinita pazienza che spesso dormono o ci provano nel chiasso godereccio dei vagoni. Che incontro all’alba e al tramonto. Che osservo, che temo, che non infastidisco se posso.

Il ragazzo muscoloso si sveglia all’improvviso, si porta una mano sulla pelata. Forse ho esagerato, troppa foga. Tolgo il disturbo, mi stravacco su un seggiolino vuoto alla fine del vagone in procinto, però, di essere occupato.

«No, Mario, io lì non ci sto. Devo viaggiare in senso logico.»

«Mi ci metto io, spostati.»

Taglio la corda in un istante, non voglio diventare una frittata. Vago per un pò senza meta né obiettivo, mentre il treno ha ripreso con vigore la sua corsa. Inizia a fare caldo, intorno a me risate sgangherate, un trolley si ribalta e di colpo il buio. La galleria tuttavia dura poco, io ne approfitto per adocchiare l’orecchio di una donna¬-grissino che parla con un uomo che assomiglia vagamente a Johnny Depp.

«Gaspare, l’hai sentita l’ultima?»

«Quale?»

«Pare che l’Inghilterra ha scelto di uscire dall’Europa.»

«Già, brutta storia.»

«Ma io mi domando una cosa…»

«Dimmi, Martina.»

«Come faranno adesso a spostare tutta la popolazione? Con le navi? Con gli aerei? E dove la portano?»

«…»

«Devo andare a York a settembre, se la mettono lontana ho paura che…»

«Hai paura cosa?»

«Che mi aumentino il biglietto.»

Gaspare scoppia a ridere, mostra i denti bianchissimi.

«Sai Martina, dovremmo fare anche noi un bel referendum.»

«Per decidere che?»

«Se tenerti qui oppure cacciarti dal sistema solare!»

Martina è stupida e Gaspare mi ha notato. Meglio levare le tende. La porta dello scompartimento si apre, entra un tipo rasta con una vistosa contusione da ingresso/uscita vagone su un braccio; io sfrutto subito l’occasione e attraverso la porta. Nel nuovo vestibolo corpi compressi come sardine e un olezzo che mi ricorda quello del bagno. Forse non è stata una buona idea venire qui, forse farei bene a tornare indietro ma poi uno scambio. Il treno passa su uno scambio e la porta scorrevole davanti a me si apre. Sono dentro. Altro scompartimento pieno come un uovo. E c’è pure concorrenza. Vedo delle adolescenti, vado matta per loro. Mi avvicino, parlano di scuola. Cerco un punto scoperto, non so decidermi. Gambe, braccia, piedi nudi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Faccio una strage, non rischio nulla – sono delle autentiche imbranate – alla fine me ne vado con la pancia piena. A quella con le trecce rosse fissata con lo smartphone ho massacrato una caviglia. Adesso però mi sento stanca – stanotte niente nanna dentro quel cesso fetido – devo trovare un luogo sicuro per un pisolino. Mi acquatto sul fondo di un bicchiere vuoto appoggiato su un tavolino, le parole dei passeggeri mi tengono compagnia.

«Davvero hai tre orologi tra la camera e il bagno?»

«Se perdo questo treno io ritardo di ore non di qualche minuto.»

«Cos’è che ti dà più fastidio della tua vita da pendolare?»

«La sottomissione a un volere altrui.»

«Il Grande Fratello.»

«Il grande macello, vorrai dire…»

Sto per appisolarmi come un sasso quando il treno torna a rallentare, fino a fermarsi del tutto. Apro un occhio perché la cosa è strana. A questo punto del tragitto di solito si tira diritto fino alla grande città. Bevo una goccia di Coca Cola, preferisco la birra ma tant’è. Esco dal bicchiere proprio nell’attimo in cui sta per essere afferrato.

«Ammazzala, Pietro, schiaccia quella bestiaccia!»

Pietro non vuole deludere la sua amica riccia, tenta di farmi la festa con un giornale piegato, si alza, si sbraccia, mena fendenti a destra e a sinistra, vorrebbe persino inseguirmi ma poi si arrende. Io me la batto come un missile, schivo teste, corpi e valigie col cuore in gola, perché stavolta c’è mancato davvero poco. Finché non riprendo fiato sul vetro di un finestrino chiuso. La vita di una zanzara è ricca di soddisfazioni in un treno regionale ma anche molto pericolosa, me lo ripeteva sempre mio nonno. Davanti a me la campagna aperta, nessuna stazione. Vedo questo e mi convinco che è successo qualcosa. Dopo alcuni minuti un tizio dal ciuffo a banana inizia a dire che è sempre la solita storia, la solita rogna. Un altro ceffo sostiene che resteremo fermi per ore. Arriva il bigliettaio coi globi al posto degli occhi. Trafelato, sorriso di circostanza incollato sotto il naso adunco, invita tutti alla calma ma non dà nessuna spiegazione. Io però ho capito. Perfettamente. Un guaio e pure bello grosso, magari un guasto alla motrice. È già successo, succederà ancora. Perciò punto un energumeno che sembra Lurch della famiglia Addams, faccio il pieno sul suo nasone poi mi getto fuori da un altro finestrino. Finalmente in aperta campagna sotto il sole di fine giugno. Nel cielo limpido compio allegre piroette grazie al vento. Niente puzze, nessuno spazio angusto, nessun pericolo. E io sono felice mentre quelli là dentro sbraitano, imprecano, insultano. Tutti. Sì, anche loro, anche i pendolari. Stranamente oggi non hanno pazienza. Ci hanno pagato fin troppi biglietti – denunciano in coro – la scorta è finita.

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Discussioni

  1. “Mi aggrappo alla tenda blu di un finestrino aperto a metà vagone. Non ho ancora mangiato, la fame inizia a farsi sentire.”
    Inizio a sospettare la natura di questo strano passeggero 😃