
VIVERI
Serie: MAGGESE
- Episodio 1: PROSOPAGNOSIA
- Episodio 2: IL MEZZADRO
- Episodio 3: LA VIVERNA
- Episodio 4: VIVERI
- Episodio 5: CAVIE
- Episodio 6: L’ATTESA
- Episodio 7: LA CENA
- Episodio 8: IL FIGLIO DEL MEZZADRO
STAGIONE 1
Vittorio fermò l’Alfasud in un distributore di benzina.
«Ancora aumenti», commentò tra sé e sé mentre studiava il cartello dei prezzi.
«Duecentocinquanta lire al litro… un furto!»
Un vecchio claudicante in salopette si avvicinò per rifornirlo.
Parlò a lungo di politica, di terrorismo, del referendum sul divorzio.
Da indefesso democristiano, il benzinaio non trovava azzardata la recente mossa del governo di rimpiazzare Rumor con Moro. Soprattutto dopo quei tremendi mesi di austerità.
«Vedo che è nel settore delle macchine agricole», disse poi indicando i cataloghi sparpagliati sul sedile posteriore dell’auto.
Il suo volto era parecchio vizzo, ma qualcosa nell’espressione lo ammantava di una spavalderia giovanile.
Vittorio pensò che fosse colpa di quegli occhi celesti: le persone con gli occhi chiari hanno sempre un’aria più volitiva.
«Mi farebbe giusto comodo un bel bestione per buttar giù una Viverna.»
«Co-come ha detto?» balbettò il rappresentante.
«Una quercia. O qualcosa del genere. Non ho mai visto alberi simili. L’ho nel podere da sempre, fin da prima che nascessi, ma dopo che mio figlio s’è sposato è diventata un problema: mia nuora non la può vedere. Dice che le dà i brividi»
«Lei l’ha chiamata “Viverna”.»
Il vecchio spalancò gli occhi e aggrottò la fronte.
«“Quercia”. Ho detto “quercia”. Che pianta sarebbe la viverna?»
Vittorio non rispose.
Gli domandò dove fosse quell’albero.
«In fondo alla carraia. Lo vede quel silo? Ecco: appena oltre.»
I due parlarono ancora un po’, poi il vecchio chiamò fuori dal casotto un ragazzino appena tredicenne – il nipote – e l’incaricò di sostituirlo alla pompa mentre accompagnava il signore “fino dalla quercia”.
><
Il giorno seguente mi alzai all’alba.
Sgusciai fuori dal letto, deciso a perlustrare il cascinale in cerca di cibo.
Prima di tutto ispezionai il cortile, così da approfittare del bagno: una garitta in mattoni, isolata al margine dell’aia, persa oltre un muro soffice di brina.
Da lì, l’intero perimetro del complesso sfumava in una barriera evanescente.
Nella vecchia stalla trovai alcune lampade a carburo ancora piene di pietruzze che travasai nella latta vuota delle caramelle; le avrei impiegate per far saltare qualche barattolo o per spaventare le talpe nelle estenuanti giornate di noia che mi avrebbero atteso, nel caso in cui il conflitto ci avesse concesso una tregua.
Avanzavo chino nel marasma dei locali, quasi temessi che qualcuno, dall’esterno, potesse scoprirmi a razzolare tra lettiere sudice e mangiatoie incrostate.
La mia esplorazione, però, si rivelò essere più ardua del previsto, dato che una cospicua porzione di fienile era franata sulla stalla, sbarrando l’accesso al deposito degli attrezzi.
Su di me, fra travi ritorte e scaglie aguzze di tegole, brillava un cielo lattiginoso, fisso e gelido come un occhio di vetro, mentre sospese nell’aria invernale vorticavano pagliuzze miste a fiocchi di neve e a frammenti brinati di polvere e ragnatele.
Con cautela, mi feci largo nel delicato equilibrio di puntelli, pesi e contrappesi che ancora reggevano quella parte di soppalco, nel tentativo di scovare un varco che conducesse al di là dell’ostacolo.
Questo mio incaponirmi nel voler raggiungere il deposito degli attrezzi non era certo impresa fine a se stessa: ricordavo benissimo che i vecchi braccianti erano soliti tenere laggiù alcune scorte di cibo da spiluccare, per affrontare le giornate più dure. Omaccioni nerboruti come Tarlén, Gambacurta e il vecchio Pistapaja custodivano dei veri e propri tesori nascosti dentro a sacchi di patate e di castagne secche.
Dopo svariati tentativi di scavalcare lo sbarramento, mi rassegnai all’idea che per quella via non sarei certo passato.
Vagliai allora l’ipotesi di introdurmi nel deposito dall’esterno, calandomi giù da una delle finestre.
Tornai quindi all’aperto, marciando rasente al muro, solo per trovarmi dinnanzi all’ennesima delusione: lo spiraglio era troppo piccolo.
Da quella feritoia non sarei mai potuto entrare.
L’ultima possibilità rimasta consisteva in una minuscola breccia, un varco alla base del muro, poco più largo di una tana di volpe, colmo di paglia e mattoni franati.
Con molta fatica riuscii a strisciarci attraverso, uscendone completamente imbiancato di calce.
Come previsto, in molti dei sacchi trovai scorte congelate di biscotti militari, gallette, noci e addirittura tre confezioni di fagioli in scatola.
Tutta roba che ci avrebbe concesso qualche giorno di respiro, prima di dover cedere alla necessità di mangiare quelle schifosissime creature.
Uno alla volta, feci scivolare i viveri giù dalla feritoia, così da riprenderli non appena uscito.
Fu allora che notai qualcosa di inspiegabile: in un angolo del deposito stavano accatastati, sotto forma di un vero e proprio covone, decine di abiti logori. Sembravano divise da lavoro.
All’inizio pensai che fosse semplice lerciume abbandonato dai braccianti, poi però rinvenni in quel caos informe anche indumenti intimi, come calze e mutande irrorate di liquidi fetidi.
Ma soprattutto trovai scarpe. E parecchie.
Molte delle quali non risultavano né sporche né danneggiate, o almeno non così tanto da dover essere abbandonate.
Solo un odore acre, simile al puzzo di sudore misto a salsedine, appestava tutti i vestiti, quasi fossero stati ripescati dal mare.
A vederli così, era più come se i proprietari di quei capi si fossero spogliati volontariamente e li avessero lasciati là.
Ma dove sarebbero andati, scalzi e nudi, con quel freddo?
Uno schianto dall’esterno mi fece sobbalzare.
Probabilmente qualcun altro stava andando al bagno.
Da lì non riconobbi la forma spettrale che attraversava il cortile, e per questo preferii non dar segni della mia presenza.
Una volta fuori, abbracciato al mio tesoro, mi avvalsi della nebbia per sgattaiolare di nuovo in casa, senza essere visto.
Nella cucina deserta trovai già un grosso paiolo schiumante sospeso sul fuoco.
Una spuma gialla e odorosa ne traboccava, facendo sfrigolare la fiamma viva.
Dalla schiuma emergeva un viscido pezzo di carne, la testa mucillaginosa di una di quelle creature senza occhi, il cui unico orifizio consisteva in una bocca amorfa e tubolare.
Quella visione stomachevole mi convinse a filare nella mia stanza e a chiudermici col chiavistello.
Quando mi volsi verso il letto vidi che Edda non c’era.
Scioccamente scaraventai a terra le coperte e frugai gli armadi, per cercarla.
La chiamai. Bisbigliai. Urlai a squarciagola.
Serie: MAGGESE
- Episodio 1: PROSOPAGNOSIA
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- Episodio 3: LA VIVERNA
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- Episodio 6: L’ATTESA
- Episodio 7: LA CENA
- Episodio 8: IL FIGLIO DEL MEZZADRO
A mano a mano che il passato e il presente si avvicinano provo un crescente senso di irrequietezza.
Questo episodio, paradossalmente, mi ha riportato alla mente i ricordi felici di quando da bambina esploravo il fienile e il capanno degli attrezzi a casa di mia nonna. Ma sicuramente lei non mi cucinava oblunghe bestie in un pentolone! 😹
La scomparsa delle persone dei vestiti e quella di Edda scommetto che hanno qualcosa in comune. Rimane da capire cosa. 😼
Ciao Mary! Grazie mille della lettura🙏🏻 Sì: anche io ho rievocato la mia infanzia nei fienili dei miei vicini di casa😂 Pur vivendo quasi in campagna non ho mai avuto parenti con terreni e fattorie, ma avevo amici coi genitori agricoltori, e ho tanti bellissimi ricordi🤗
Episodio dopo episodio si sta rivelando questa sempre di più una serie coi fiocchi, degna della piena attenzione dall’inizio alla fine, sono pronto a scommetterci. Qualcuno sotto ha osservato che le descrizioni qui sono particolarmente efficaci, e concordo in pieno: ti sono riuscite proprio bene. Dici anche che il racconto ti sta dando filo da torcere per questioni di equilibrio narrazione/descrizioni: se posso permettermi un suggerimento (con me funziona bene, ma bisognerebbe vedere lo stile di ognuno), creare un’amalgama in cui i due continuano ad alternarsi, con le giuste misure, fino quasi a cessare di dare al lettore l’impressione tipo “ora sto leggendo una descrizione – finito – ora sto leggendo una narrazione – finito – e così via”, ecco questo è un piccolo stratagemma che ho sempre apprezzato tanto, almeno personalmente, da quando ne sono diventato consapevole. Persino nello stesso periodo, inserire sia elementi descrittivi sia narrativi può rendere tutto più efficace. Ricordo il video di una ragazza molto in gamba che su yt parla (o parlava) di scrittura creativa, la quale vedeva le descrizioni come “le briciole di Pollicino seminate qua e là per tutta la narrazione”.
Ad ogni modo ancora complimenti, con l’elemento in più degli indumenti trovati nel cascinale l’asticella del mistero si alza, e le ultime righe che ricordano la ripugnanza delle creature del “pozzo” tengono vivo il brutto presagio.
Ciao Gabriele! Grazie mille della lettura e del commento accuratissimo!🙏🏻 Hai perfettamente ragione: mix ottimale è il diluire le descrizioni mantenendo un flusso constante, tanto da tenere il lettore sempre in contatto con l’atmosfera. In effetti avrei voluto fare qualcosa di simile, però avevo paura di rendere troppo letteraria la parte in corsivo (che è tutta una lunga narrazione dentro la narrazione). Come dire: quando raccontiamo qualcosa a voce diamo molto più spazio al tell che allo show (tanto per tornare alla nostra recente conversazione), e così ho voluto fare in questo caso, solo che ogni tanto mi parte la smania descrittiva e così si formano questi piccoli grumi di descrizione nell’amalgama del racconto😆 Comunque hai colto perfettamente il mio dilemma!
Certo capisco benissimo il punto, molto sagace anzi l’accorgimento da parte tua di dare più spazio al tell che allo show: si sta “raccontando”, per l’appunto, e la credibilità narrativa lo richiede.
Grazie ancora, Gabriele🙏🏻😊
“fra travi ritorte e scaglie aguzze di tegole, brillava un cielo lattiginoso, fisso e gelido come un occhio di vetro, mentre sospese nell’aria invernale vorticavano pagliuzze miste a fiocchi di neve e a frammenti brinati di polvere e ragnatele.”
Questo passaggio mi è piaciuto
Ciao Nicholas, per me questo è l’episodio migliore. Bellissime le descrizioni e perfettamente riuscita la fusione tra presente e passato. Forse te l’ho già scritto, ma si ha davvero l’impressione di vedere il casolare e la nebbia, di seguire Vittorio passo dopo passo con il fiato sospeso e l’inquietudine che sale. Tantissimi complimenti!
Ciao Melania! Grazie mille per la lettura🙏🏻 Io amo le descrizioni (anche se raramente le utilizzo) Questa serie mi sta dando filo da torcere proprio in questo senso: essendo in parte raccontata dal protagonista stesso, non so mai quanto spazio dare ai dettagli e quanto alla narrazione dei fatti. Sono contento che tu abbia apprezzato😊
Questo episodio è denso di descrizioni formidabili, dallo stile impeccabile. La parte in corsivo è potentissima e terrorizzante. Hai riportato all’età adulta il personaggio principale, ma questo non rende l’atmosfera meno coinvolgente. Bravo.
Ciao Giancarlo! Grazie mille della lettura e del bellissimo commento😊🙏🏻