Addio

“Il giorno più brutto della mia vita”. Quanti erano stati? Aveva coperto con una benda la ferita al cuore per renderla invisibile al suo sguardo, ma, di tanto in tanto, sentiva provenire un dolore sordo al centro del petto. Lottava fino a riprendere il controllo della sua anima, domarla. Aveva messo a tacere il suo orgoglio compiendo un ultimo gesto disperato. L’inserzione sul quotidiano locale.

Una serie di sfortunate coincidenze aveva spezzato il suo fragile equilibrio.

La polizia le aveva concesso di visionare una decina di volte il filmato della telecamera che riprendeva il bancomat sul marciapiede dove aveva accostato la jeep. Uno stupido contrattempo al lavoro, l’aria condizionata rotta, un bambino che aveva attraversato la strada senza guardare. Un attimo che nella sua mente si ripeteva all’infinito, un loop senza uscita.

Era stata trattenuta in ufficio a causa di un cliente che si era presentato in ritardo all’appuntamento concordato. Impossibile rincasare per pranzo, la sua agenda straripava di impegni. Una volta conclusa la visita al locale in vendita si era diretta in una delle vie limitrofe tenendo il finestrino aperto, imprecando contro l’auto fresca di manutenzione. Il condizionatore aveva smesso di funzionare la sera prima. Era sua intenzione trovare un pub e ordinare un pasto veloce: un toast o un paio di tramezzini annaffiati da un bicchiere d’acqua minerale.

Un bimbo, idiota, aveva attraversato la strada all’inseguimento di un pallone. La madre, ancor più idiota, si era messa a gridare con una vocina stridula che le aveva irritato le orecchie. Isabella aveva frenato bruscamente ed era scesa rivolgendole uno sguardo astioso. Le aveva urlato contro, inveendo come una dannata, facendola ammutolire per lo shock. Aveva minacciato la donna di sporgere denuncia ai servizi sociali per mancata vigilanza e l’aveva apostrofata chiamandola “madre inutile”. La poveraccia era rimasta impietrita e aveva subito la sua reazione senza riuscire a proferire parola. Isabella le aveva vomitato addosso tutta la rabbia che tratteneva dal mattino.

Tutto quel trambusto aveva attirato dei passanti, che si erano avvicinati per comprendere il motivo di tutta quella confusione. Nella concitazione generale il ragazzo si era avvicinato all’auto. Attendendo che l’attenzione generale fosse puntata sulla pazza urlante in mezzo alla strada, aveva afferrato la borsa sul sedile e si era dileguato in fretta.

Secondo la polizia il suo comportamento non era quello di un ladro di professione quanto di un tossico, probabilmente incensurato, che aveva colto una buona occasione per raggranellare un po’ di soldi. Non era stato possibile procedere ad alcun riconoscimento facciale, il suo era un volto anonimo. Era stato ben attento ad alterare i suoi lineamenti aiutandosi con il cappuccio della felpa e un paio di occhiali neri. Il maresciallo, donna, le aveva consigliato di metterci una pietra sopra.

Un’altra maledettissima idiota. Isabella si era trattenuta a stento dal metterle le mani addosso.

Era stata Europa, sua sorella, a suggerirle l’idea dell’annuncio. Si era offerta di occuparsene, ma Isabella non aveva voluto: si era recata personalmente nella sede del giornale locale e chiesto di parlare con il redattore capo per concordare il testo. Non intimidatorio, vagamente allusivo, comodo per il ladro. Isabella contava sul passaparola, forse la voce gli sarebbe giunta all’orecchio.

“ Cerco borsa a tracolla in pelle beige, smarrita in Via Dante nei pressi della filiale di Banca Intesa San Paolo il sette agosto. Prego chiunque ne abbia notizia di inviare un messaggio all’indirizzo [email protected] Contiene una lettera personale, priva di valore monetario, a me cara.”

La lettera. Era l’unica cosa a importarle, era disposta a spendere quanto serviva per recuperarla. Aveva pianificato con cura ogni particolare per non cedere alle mire di falsi ricattatori. Aveva chiesto a chi si era messo in contatto con lei una foto della busta certa di poterla riconoscere fra mille. Stropicciata, color carta da zucchero, una macchia di caffè sul bordo superiore sinistro. Conosceva quella lettera con tutti i suoi sensi. L’aveva guardata, toccata, odorata. Senza aver avuto il coraggio di aprirla.

L’aveva trovata nel cassetto di Matteo il mattino dopo che se n’era andato. Era conservata nella scatola, quasi dimenticata, dove erano raccolti tutti i suoi tesori di bambino: le carte pokemon di Sakura, l’unica medaglia vinta a una gara di nuoto, una vecchia foto scattata il primo anno di liceo, un portachiavi regalato dalla fidanzatina quando frequentava le scuole primarie. Era diventato uomo velocemente. A volte, le era capitato di guardare con sorpresa quell’estraneo dalle gambe lunghe che aveva sostituito il suo cucciolo paffuto. Dentro era rimasto lo stesso ragazzino che amava collezionare carte rare.

Erano trascorsi cinque anni e ancora non riusciva a credere di essere sola. Madre singole, aveva amato Matteo e ne aveva fatto il suo universo. L’aveva lasciata appena compiuti vent’anni.

Nessuna notizia della lettera. Trascorso un mese, Isabella si convinse che non c’era nulla da fare. Dio l’aveva punita per non averla voluta leggere. Raccolse le chiavi, decidendo d’impulso di non andare al lavoro. Si recò nell’unico luogo che aveva evitato dal terzo “giorno più brutto della mia vita”. Il primo: diagnosi di tumore al cervello inoperabile. Il secondo: morte assistita. Il terzo: funerale.

Arrivata alla tomba sentì crescere il rancore. Non angoscia, non aveva permesso che quel sentimento la rendesse schiava. Era arrabbiata con Dio, con l’Universo intero. Non era mai riuscita ad aprire la lettera temendo di scoppiare a piangere: non aveva versato una lacrima, mai. Se l’era tenute tutte dentro, soffocate, inghiottite a forza.

Era giunta lì in una trance vigile, il suo sguardo vagò sulla lapide che riportava solo un nome e due date: 1990, 2010. Svuotò completamente la mente, osservando quanto la circondava con l’occhio di un’estranea. La tomba era curata, pulita e ingentilita da rose blu. Se ne occupava Europa.

La sua attenzione fu calamitata da un plico infilato sotto al vaso da fiori e la curiosità la spinse a raccoglierlo. Strinse fra le mani la busta ermetica, di quelle utilizzate dai corrieri per trasportare della documentazione, saggiandone il peso. Le sue dita tremarono, mancarono quasi la presa. La aprì aiutandosi con il mazzo di chiavi dell’auto riposte nella tasca dei pantaloni.

La lettera.

Non si chiese “chi”, né “perché”. Vinse il tremito convulso dell’intero corpo, sedendo cedere le gambe. Cadde a terra, ginocchioni, e accarezzò la busta color carta di zucchero fingendo di toccare la sua mano. Si tagliò un dito per aprirla, poco importava. Non badò alle gocce di sangue che macchiarono la carta unendosi alla vecchia traccia di caffè. Il suo sguardo corse veloce alla grafia sgraziata, appuntita.

“Ti voglio bene”

Il tremito prese possesso anche il suo volto, le sue labbra che si spalancarono in un urlo feroce. Spinse fuori tutto il veleno che l’aveva inghiottita in una vita senza vita.

« Signora… »

Un anziano si era avvicinato senza far rumore, preoccupato. Non era l’unico a osservarla a disagio.

« Signora… fra poco arriverà l’ambulanza, andrà tutto bene. »

Isabella scoppiò a ridere e a piangere fino a quando i due suoni si confusero. 

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Discussioni

  1. Ciao Micol,
    Come al solito il tuo modo di scrivere non si smentisce mai e, anzi, in questo racconto credo si sia rafforzato. La descrizione del dolore ti prende dentro e ti provoca empatia. Brava!

    1. Ciao Antonio, probabilmente in quel momento avevo bisogno di “elaborare”. In un modo o nell’altro il dolore della perdita tocca tutti, il mio racconto ne ha ” buttato” fuori un po’ per tutti.

    1. Grazie Marco, sono contenta di aver emozionato. La scrittura è anche, soprattutto, questo.

  2. “la cosa peggiore è che ti rendi conto di aver sprecato tempo solo quando non puoi tornare indietro.” Eh già, Micol, purtroppo. Terribile e magnifico nel contempo… complimenti come sempre!

    1. Ciao Pietro. Scusa se rispondo solo ora, l’invasione barbarica ha sconvolto parecchi dei miei ritmi. Sì, la lezione che ho appreso è quella. La cosa più triste è che con il tempo si riprende quel “difetto” senza averne piena coscienza.

    1. Nervo scoperto anche per me, penso sia parte di un processo. Bene, nel prossimo lab. voglio cimentarmi nella commedia demenziale! 😁

  3. Molto toccante, davvero tanto. Io mi sono commosso. Certo, la situazione raccontata per un lettore genitore non può non suscitare commozione. Ma è la tua voce che secondo me l’ha resa tremendamente struggente. Ho notato un “modo” diverso rispetto ad altri tuoi racconti. Un modo travolgente, e vero. Non c’è niente da dire, a parte Complimenti!

    1. Ciao Massimo, è la prima volta che scrivo sul lutto probabilmente in questo periodo avevo bisogno di farlo. Ora mi butto sul branco e Alo, preferisco scrivere realtà completamente diverse pur buttando altro nel calderone. A parte le facezie, la cosa peggiore è che ti rendi conto di aver sprecato tempo solo quando non puoi tornare indietro.

  4. Racconto che smuove emozioni, lineare e brusco, angosciate e senza speranza. Il dolore quello vero prende il lettore senza mollarlo un attimo.
    Sono precipitato dentro la storia e ne sono uscito con gli occhi lucidi.
    Brava.
    Alla prossima lettura.

    1. Ciao Raffele. Non pensavo di riuscire a scrivere un racconto come questo e sono felice di aver trasmesso quello che desideravo. Commenti come i tuoi mi stimolano a continuare a scrivere mettendo dentro tutte le mie facce. 🙂

    1. Il dolore si vive in modi diversi, sono convinta che non scompaia, ma si debba trovare un modo per convivere.

  5. Ciao Micol, bellissimo il tuo brano. Conosco molto bene quella rabbia di cui parli, ecco perché mi è piaciuto molto il racconto. Ancora complimenti!

    1. Ciao Anna, di solito il lutto è un argomento che evito come la peste. In questi giorni avevo bisogno di “vomitare” un po’ di rabbia. Penso sia un processo naturale che fa ben sperare.

    1. Ciao Isabella, il dolore è un concetto assoluto che può essere manifestato in modi diversi. La rabbia è una componente del lutto, ma voglio augurarmi ci sia anche speranza.

    1. Ciao Cristina, strana la vita! Ci siamo perse nelle stessa direzione. 😉