Alder si reca alla Gran Madre di Dio a Torino

Alder entra in chiesa e la porta non fa rumore, come se lo aspettasse aperta da sempre.

Dentro, l’aria ha il peso dell’incenso spento. Le candele bruciano senza tremare — nessuna corrente, nessun respiro oltre il suo. Cammina lungo la navata e i suoi passi non producono eco: la pietra li beve, uno a uno, come se anche il suono fosse un’offerta.

Sull’altare c’è il calice.

Non pensa. Sale i gradini, lo prende con due mani — il metallo è caldo, caldo come una fronte — e lo beve tutto d’un fiato, la testa rovesciata all’indietro, la gola che lavora. Diversamente da come si riceve un sacramento. Alder ci si aggrappa come se stesse bevendo dopo aver camminato dopo il deserto, come il Messia. 

— Cosa c’era nel calice? — chiede Andrew, da qualche parte dietro il suo sterno.

Alder non risponde. Si passa il dorso della mano sulla bocca e la mano torna pulita. Ma la sete è passata, e insieme alla sete qualcos’altro — qualcosa che aveva sempre creduto suo.

Si volta. Polina è seduta al primo banco, le mani giunte, la schiena dritta. Prega, o finge di pregare, o forse per lei sono la stessa cosa. I tatuaggi le salgono lungo il collo come una scrittura che nessuno le ha chiesto ancora il permesso di leggere. 

— Toccala Alder — Dice Andrew. — Tocca quella pelle. — Poi la voce svanisce nel nulla.

— Cosa siamo diventati? — le chiede Alder. La sua voce si sparge nella navata e torna indietro cambiata, più profonda, non sua, un eco profondo: — Chi sono io?

Polina apre gli occhi. Lo guarda a lungo, come si guarda una cosa finita.

— Amen — dice.

E chiude di nuovo gli occhi.

Sull’altare c’è il taccuino. Aperto al posto che spetta al messale, al posto che spetta al libro Sacro per eccellenza.
Le pagine si voltano da sole, senza fretta, e su ognuna l’inchiostro è fresco, come sangue che scorre vivo — righe che si allungano mentre lui guarda, una calligrafia che riconosce e che non ha mai avuto. Il leggio lo regge come se non avesse mai retto altro.

Un soffio attraversa la chiesa. Le candele si piegano tutte insieme, dalla stessa parte, e si rialzano. Alder sente il vento passargli sulla fronte, sulla nuca, freddo e preciso come una freccia di gelo scoccata in inverno. 

Omen. Non parla. Benedice: — Siamo la Chiesa degli Uomini.

La voce viene dall’alto e Alder alza lo sguardo. Catherine è ritta davanti al rosone, e la luce che le passa attraverso le apre sulle spalle due lame bianche che potrebbero essere ali o soltanto luce — non si capisce dove finisce lei e dove comincia il vetro. Non è la Catherine che ricordava. È la Catherine che le sue notti hanno sempre saputo.

Guarda Alder e nel suo sguardo non c’è domanda, c’è attesa. Come si aspetta il tempo. Come i campi aspettano.

E Alder sente senza pensare: sente, nel petto, dove il vino è sceso — che tutta la chiesa respira al ritmo del suo turbamento. Quando il cuore gli accelera, le candele tremano. Quando trattiene il fiato, la luce del rosone si ferma sulle lastre come acqua ghiacciata. Il mondo là fuori, con le sue teste mozzate e le sue guerre, batte a questo stesso polso. Lo capisce e vorrebbe non averlo capito: non c’è pace possibile finché lui trema.

— Cosa manca a questo mondo per essere felice? — chiede. Non lo chiede a nessuno. Lo chiede all’edificio.

Il popolo sa cos’è, un mondo? — dice Omen, e stavolta è voce bassa, venuta dal vento stesso, con dentro qualcosa che non è disprezzo ma gli somiglia da lontano.

Silenzio. Le pagine del taccuino smettono di voltarsi.

Poi, dal fondo della navata, dove il buio è più vecchio, parla Natan. Due parole, e la seconda è una correzione della prima, come chi aggiusta la mira:

— Manca di direzione.

Una pausa.

— Manca la direzione.

Nessuno risponde. Il taccuino, sull’altare, ricomincia a scrivere.

Dalla porticina in fondo alla chiesa si intravede da lontano la figura del tenente Carnival. Ha l’espressione molto triste ma va via con uno strano sorriso. Come un’apparizione va via dalla stessa porticina. 

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