Appartamento in affitto cercasi

Serie: Cambiare prospettiva


Era giunto per me il momento di andarmene, quella vita non mi apparteneva più.

Così feci le valigie, raccolsi le ultime cose che avevo lasciato sparse qua e là e guardai per l’ultima volta quell’immenso spazio vuoto intorno a me. Mi sentivo così infinitesimamente piccolo, solo, tra quelle mura scure che parevano torri di un castello abbandonato. Nell’amaro silenzio di quella casa era rimasto solo il rumore sordo dei miei pensieri. Mi chiedevo quando sarebbe finita quella angoscia perenne, quella vita fluida da gitano solitario che mi faceva girovagare senza mai trovare una stabilità.

Dovevo andarmene da quel posto. Quelle mura potevano crollarmi addosso da un momento all’altro o forse era il peso stesso dei miei pensieri che sentivo precipitare uno ad uno.

Sentii bussare alla porta.

Quel colpo secco mi fece tornare in me, scossi la testa come a rimettere a posto i pensieri, sgranai gli occhi e mi precipitai verso l’uscio. Ma un tormento non era rientrato al suo posto e mi fece irrigidire di botto. Forse mi stanno cercando, pensai.

Trattenni il respiro, mi chinai verso lo spioncino, il giusto per poter posizionare bene l’occhio sinistro, sbirciai fuori e con grande sorpresa vidi la sagoma di una giovane donna.

Se ne stava lì, attonita, bardata da testa a piedi, senza proferir parola. Intercettai solo il suo sguardo, determinato, impaziente, affranto forse?

Io, catatonico, non riuscivo a staccare la mia pupilla dalla sua, di un nero così profondo che voleva impadronirsi dell’iride verde. Oltre le lenti degli occhiali arrivai persino a distinguere lo scorrere di tortuosi fiumi rossi che si facevano spazio nel globo bianco dei suoi occhi. Forse la cosa più bella che avessi mai visto nella mia squallida vita.

Un altro colpo secco alla porta mi fece letteralmente sobbalzare, i miei pensieri erano di nuovo incasinati all’interno della mia testa. Uno solo era rimasto fisso nel cervello: dovevo conquistare quegli occhi. A tutti i costi. Ci dovevo piantare la mia bandiera, come aveva fatto Buzz Aldrin sulla Luna. Doveva essere mia. Così, intercettai il suo ultimo tentativo di bussare e aprì la porta prima ancora che il suo pugno potesse raggiungere la superficie legnosa.

Al vedermi faccia a faccia, la sua pupilla si ritrasse di colpo. Ora chiedeva solamente il caloroso abbraccio dell’iride verde. Ti ho fatto paura, piccola?

Una goccia di sudore le colava lentamente sulla tempia, avete presente quel solletichio infame che non puoi fare a meno di grattare? Ecco, non hai neanche il tempo di pensare che ti viene da avvicinare la mano al viso per levartelo via.

Fu un attimo di distrazione e l’indice destro raggiunse l’angolo esterno dell’occhio per liberarsi una volta per tutte di quel piccolo, lurido fastidio. L’occhiale plasticato si rivelò un fragile scudo e il suo destino fu segnato.

«Dottore, non c’è polso», sentii lontanamente…
«Abbiamo fatto tutto il possibile»
«Stacco i macchinari?»
«Sì, proceda pure»

Abbandonai quel vecchio appartamento che ormai non aveva più niente da offrirmi e mi infiltrai in quegli occhi. Decisamente gli occhi più belli che avessi mai visto nella mia vita.

Ero in stato di eccitazione totale, un nuovo corpo, un nuovo viaggio. Potevo finalmente riprendere in mano la mia vita, uscire da quel sudicio stato di depressione totale.

Presi la prima via che trovai, lasciandomi trasportare dal flusso lacrimale e come niente raggiunsi prima Naso e poi Gola. Sapevo che avrei attraversato due aree particolarmente trafficate a tutte le ore del giorno, ma non pensavo di trovare una folla simile. Grazie a Dio riuscii ad imboccare un paio di canaline interne dove poter passare inosservato che mi fecero evitare la strada principale.

Dopo alcune ore di cammino, trovai un punto strategico dove sostare. Decisi di stanziarmi per qualche giorno sul colle Ugola, una località abbastanza tranquilla situata a nord, tra i monti Tonsille. Tirava sempre molto vento lassù, ma la vista era eccezionale. La vallata era coperta da un delicato strato d’erba rosa che pareva un tappeto di velluto. Tutt’intorno uno skyline di costruzioni pallide faceva da corona al paesaggio naturale.

Lo scorrere del tempo là era diverso: il sole sorgeva e tramontava come niente, ma lo scenario era sempre grandioso sia di giorno che di notte. L’unica cosa che mi seccava era il continuo via vai di gente che passava di lì. Scossi la testa come a voler rafforzare la mia disapprovazione, poi rientrai nella tenda che avevo appena allestito e mi coricai. Era stato un lungo viaggio e il peggio doveva ancora arrivare.

«La cena è pronta!»
«Grazie amore… sono proprio distrutta oggi», disse Aurora avvicinandosi alla tavola.
«Si vede tesoro mio, hai una faccia!». Il sorriso di Marco si tramutò improvvisamente in un’inconfondibile espressione di apprensione. «Dimmi, cos’è successo?»
«Niente di che… in reparto è sempre il solito schifo, li vedi andare via da un giorno all’altro»
«Lo so tesoro, è stressante. Ma non ti devi perdere d’animo, ok? Senza di te sarebbero tutti persi, ricordatelo.» Con il dorso della mano le diede una tenera carezza che rese tutto più sopportabile.
«Grazie del tuo supporto, è importante per me». Dalle guance di lei germogliò un timido sorriso.

(continua)

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Serie: Cambiare prospettiva


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