Appunti di scogliera

C’è un ragazzo giovane sulla scogliera. Nel punto esatto dove spazia l’orizzonte e si vede il mare. È seduto a terra e regge in mano una montagna di fogli. Li legge avido, impreca e scuote la testa come fa chi è talmente contrariato o deluso da non credere ai suoi occhi. Cosa c’è scritto in quella lettera?

Io che non corro mai, perché ho una certa età e sennò mi va il cuore in gola, oggi ho deciso di mettermi tuta e scarpe da ginnastica e provare ad affrontare a ritmo di bradipo addirittura il sentiero panoramico. Un po’ mi maledico, internamente, potevo scegliere un’altra strada. Perché quando vedi una scena del genere, il tuo senso civico ha la meglio. Impossibile oltrepassare la giovinezza e la fragilità, instillate da quel ragazzo, come nulla fosse. E poi tornare a faticare sullo sterrato, appunto come nulla fosse.

D’altro canto, mica lo conosco. Lui sarà imbarazzato nello scoprire di non essere da solo. Si era appartato lì per leggere in pace, e invece gli capita tra capo e collo una signora di mezza età, un po’ appesantita, curiosa come il delfino di una nota pubblicità, che inizia a fargli domande inopportune. 

Anche perché in passato, c’è stato più di qualcuno che non ha gradito i miei interventi, mandandomi proprio a quel paese seduta stante. E dalle esperienze s’impara! Ci si inaridisce, si diventa selettivi, non si dà più confidenza a nessuno. 

Proprio ieri rispondevo a un sondaggio su Internet, dove si chiedeva: avete più rimpianti per avere fatto cose sbagliate, oppure per avere fatto cose giuste nei confronti delle persone sbagliate? Anche se questo non mi fa onore, ogni singolo atomo del mio corpo ha gridato la numero due! E allo stesso tempo ho mandato a fanculo tutti quegli stronzi che mi hanno usata, sfruttata, denigrata. Mica solo uomini, eh? E a chi non capita nella vita. 

Poi diventi grande, e non ti succede più. Perché le cose ti scivolano addosso, non resti delusa dato che non hai la stessa partecipazione. Te ne freghi di tutti, pare brutto? Eppure… 

Il ragazzo continua a disperarsi, mentre io fingo che mi si sia slegata una scarpa. Indugio a suo favore. Potrebbe alzare gli occhi e coinvolgermi. Gli do questa opportunità. Ma lui fa come se non esistessi. Spesso i giovani lo fanno. Vivono in un mondo loro, dove se non hai meno di vent’anni non puoi entrare. Allora penso che dovrei essere io ad agire, quella dei due più matura. 

Esordire con “guarda che bel paesaggio, cosa vuoi di più?” non funzionerebbe. L’ho provato sulla mia pelle. Quando sei giovane e innamorato, non vedi nient’altro che il tuo amore. Robe tipo: siamo fortunati perché siamo sani o siamo vivi, suonano patetiche e incomprensibili. In quell’età non sei ancora sceso a compromessi, non ti accontenti. Così vorrei optare per un commento puramente estetico. Visto da fuori, vorrei dirgli, non hai niente che non vada. Non lasciarti abbattere, qualunque cosa lei o lui ti dicano in quello scritto. Sei un bel ragazzo, anche se dovresti un po’ lasciarti andare. Più sciolto, meno fighetto. I capelli perfetti, scolpiti con la mannaia. Jeans, camicia, giacca, scarpe, tutto in tinta. Tutto in tiro. Crescerai e capirai che non sono cose importanti. Che lei o lui dovranno venirti a cercare oltre l’apparenza, e ritrovarti sempre. Ma sarebbe un discorso strampalato, da fare a un estraneo. 

Così paleso la mia presenza, con un colpo di tosse. Ormai gli sono vicina. Lui alza gli occhi e mi guarda. Mi vede, ma forse è troppo educato per dimostrare il suo disappunto. Non ce la fa neanche a sorridere. Resta impassibile, una statua di cera. Lo saluto con un ciao, lui mi mette subito al mio posto con un buongiorno. Sono vecchia, ha ragione.

“Tutto bene?” riesco solo a dire.

“Tutto bene, signora, grazie”, risponde lui, che si vede che ha proprio urgenza di essere lasciato solo, di tornare alle sue carte, ai suoi pensieri.

Allora faccio per andarmene, ma all’ultimo momento ho un ripensamento. Vado verso di lui, mi chino alla sua altezza e, facendo attenzione agli occhiali, gli scompiglio i capelli. Lui mi guarda allibito, ma non dice niente.

“Così ci passa meglio il vento” mi giustifico. “Quassù ce n’è tanto. Sarebbe un peccato perderselo!”

Non mi aspetto risposte. 

La strada verso casa è ancora lunga, per cui riprendo il sentiero. Spero solo di farcela da sola e di non dover chiamare mio marito che venga a riprendermi con la macchina. Un’avventura da poco, diceva una canzone. Quel ragazzo non morirà per questo. Penso a muovermi, il resto è già alle spalle. 

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Discussioni

  1. Passiamo ai commenti “seri”: come evidenziato già dagli altri amici openiani, non si può commentare senza parlare di empatia. Una storia solo apparentemente semplice, nella quale sembra succedere poco, ma racconti in realtà molto. La naturalezza con cui la protagonista sente il dolore del ragazzo, il modo in cui non riesce a rimanere indifferente (nonostante il “ti scivolano addosso”… Come no!) sono corroboranti. E quel gesto materno, di passar la mano nei capelli, giustificato alla bene e meglio, mi ha strappato un sorriso. Di quelli che vengono dal cuore.
    Ottimo Lab davvero!

    1. Grazie Sergio, per i tuoi commenti e riflessioni! Il bello della lettura è che ciascuno ci vede qualcosa di diverso. Per esempio, il gesto materno… hai ragione! Adesso che mi ci fai pensare. Io lo avevo inteso semplicemente come un gesto umano. Di una donna matura che si dispiace che un giovane perda tempo a struggersi per cose che poi passano. Alla prossima 👍

    1. Eh, Dario, hai ragione! Avrebbe dovuto tirare dritto e sperare che lui non si buttasse di sotto 😂 A parte gli scherzi, grazie per essere passato. A presto.

  2. Ciao Cristina, bellissimo questo racconto per il lab. Mi sono sentita subito sotto la pelle della tua protagonista, forse perchè siamo vicine per questioni anagrafiche. L’empatia, come ha già detto qualcuno, è davvero una maledizione: a volte non viene compresa né apprezzata. Eccezionale anche lo spaccato generazionale e quella “carezza” finale. Mi ha emozionata.

    1. Micol, grazie! Guardando il breve filmato del Lab, ho immaginato la scena. Io non vado mai a correre, eh. Però dovesse capitare, di vedere un ragazzo isolato che si dispera accanto a una scogliera a strapiombo, cosa si fa? Non ci si ferma? Probabilmente no, non lo so. Nel Lab è andata così. Un saluto.

    1. Grazie Stefano. Ho visto che abbiamo avuto entrambi l’idea di mettere “scogliera” nel titolo. Però il filmato, in effetti, si presta. Rimane impressa. Un caro saluto.

  3. Ciao Cristina, un racconto all’apparenza molto semplice ma nel quale sei riuscita a contendere moltissime tematiche esistenziale. Suscita tante considerazioni sull’empatia, sul confronto generazionale, sul crescere, su rimorsi e rimpianti. Molto belle le battute del breve dialogo tra la protagonista e il ragazzo. Anche queste molto semplici ma corredate da tante riflessioni molto profonde. Mi è piaciuto, bravissima! 🙂

    1. Ti ringrazio per avere letto e commentato, Raffaele. Sono contenta di avere lasciato qualcosa tra le righe. Un saluto.

  4. Mi associo alle considerazioni di @alessandroricci , l’empatia è una qualità ma anche una maledizione. Ma a volte varcare i confini del proprio mondo per entrare in quello degli altri è un grande strumento di evasione. Chi si fa i farti proprio vive cent’anni, come dice il proverbio. Ma sarebbero cent’anni di mostri interiori e personali, e nient’altro. Entrare in sintonia con gli altri, invece, aiuta a riconoscerli e a sconfiggerli

    1. Tiziano, hai ragione. Mai come in questo periodo varcare lo spazio altrui si rivela difficile. Sembra sempre d’intromettersi inutilmente, di apparire inopportuni. Talvolta però è necessario, per sentirsi a posto con la coscienza. Grazie, per averlo letto! Un abbraccio.

  5. Ciao Cristina, come al solito interpreti il nostro Lab con un tocco delicato e poetico, che scalda il cuore e fa sorridere.
    E’ dura essere una persona empatica, come la tua portagonista e come credo lo sia tu, ma per fortuna che esistono angeli come lei.
    Un abbraccio ala prossima.

    1. Caro Alessandro, grazie per le tue belle parole. E per la condivisione! A volte io mi dimentico e così stavolta lo hai fatto tu. Alla prossima. Ciao.