Babbo

Se penso al mio babbo penso al negozio.

Mio padre aveva un negozio, un negozio vero, nel centro di una piccola città. Un negozio di ferramenta. Il negozio era pieno di odori, anche perché si trovava in un edificio il cui primo nucleo risaliva probabilmente al 1400/1500; quindi i muri erano spessi, di mattoni, ed era pieno di nicchie. Una specie di galleria nel retrobottega conduceva all’ingresso posteriore che serviva solo per le merci: sbucava in un vicolo che mi sembrava bellissimo. All’ingresso del cunicolo c’era un vano che credo fosse ricavato nello spessore dei mattoni: in questo vano erano murate sei putrelle che  formavano tre scaffali, e sostenevano i tubi, di tre metalli diversi, grigio il ferro, giallo l’ottone, rosso il rame. I tubi odoravano d’olio ed erano sempre lucidi.

Dietro uno scaffale quasi in fondo al negozio c’era una porticina che sbucava in un lungo sottoscala, dove si svolgeva il rito settimanale più misterioso a cui mio padre mi conduceva: la messa in sicurezza dell’incasso del sabato. Con grande solennità mi faceva vedere come si apriva la piccola cassettina incassata nel muro, mi diceva “non dire a nessuno dove sta la cassaforte”, sistemava con cura il pacchetto con il denaro dietro altre carte, e infine richiudeva con una grossa chiave complicata. La bambina che ero si sentiva improvvisamente adulta, consapevole. Era un segreto importante, e io lo conoscevo. Uscivo dal sottoscala cautamente, come in uno dei romanzi che mi piacevano tanto. Stranamente, il negozio vuoto e silenzioso mi sembrava più buio del sottoscala.

Fu in quel sottoscala (non so quanti anni avessi ma ricordo il grembiule bianco col fiocco rosa) che gli dissi esitante che da grande non avrei voluto lavorare in bottega, perché il mio sogno era un altro, ed era un sogno grande. Mi disse poche parole che non ricordo. Mi ricordo solo il suo abbraccio, forte e tenero.

Poi uscimmo insieme.

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Commenti

  1. faby fabiana

    Un bel racconto, dettagliato e descrittivo. L’attenzione al particolare ne è il tratto distintivo. Potrebbe essere un buon incipit. Sulla scia di stile come”la luce nella casa degli altri”. Passato e presente si intrecciano creando immagini uniche. Con ritmo cadenzato. Ma da metà testo, il testo diventa più veloce, meno accurato e più confuso. Perché sottolineare che non ricordi le parole che disse..potresti concludere con l’abbraccio. Rivedrei la seconda parte perché l’inizio è fantastico

  2. Lorenzo Diana

    Ciao Nicoletta,
    voglio partire dalla critica perché ciò che mi ha più colpito è stato lo sfibrarsi sul finale.
    Molto repentinamente la magia totalizzante che hai creato nella descrizione dell’incipit e che si spargeva anche più avanti nell’elaborato si è dissolta.
    Complimenti, sei stata davvero molto in gamba nel comunicare i ricordi visivi e le sensazioni. Meno, a mio parere, quando è entrata in gioco la descrizione delle azioni, soprattutto quelle altrui, di tuo padre.
    Tuttavia, questa breve lettura è stata di una piacevolezza inattesa. Sono appena entrato in questo portale e sono già molto felice di esservi approdato.

    1. Nicoletta Degli Innocenti Post author

      Ciao,
      grazie, davvero. Grazie perché hai proprio ragione. La parte debole sono le descrizioni delle azioni. Sono consapevole di questo ma i mezzi sono quelli che sono 🙂 Ci provo, so che è il mio punto debole. E’ stato molto utile leggere questa critica e mi sprona ad analizzarmi e migliorare.

  3. Tiziano Pitisci

    Sono rimasto colpito dal modo in cui hai descritto i ricordi di una bambina perchè sono esattamente come dovrebbero essere: rarefatti, parziali e talvolta anche ricostruiti. Hai restiruio al lettore delle immagini autentiche e toccanti. Complimenti.

  4. Lara Coraglia

    Un librick che racconta i sogni di una bambina e la devozione verso quella figura paterna che, dall’abbraccio finale, lascia intendere che sarà sempre al suo fianco. Un bel racconto!