
Blake
Serie: Ritorno alla Singolarità
- Episodio 1: Blake
- Episodio 2: Æsᵜera
- Episodio 3: Catastrofe
STAGIONE 1
La Città soffocava l’iridescenza degli astri in un pulviscolo giallo rossastro, sicché ormai la notte era divenuta una nebbia puzzolente, oscura e triste. Se avesse potuto l’Alieno se ne sarebbe già andato da secoli, il disincanto nel suo animo, ogni volta che s’affacciava dal balcone nelle appiccicose notti estive, l’affogava. «Un fetido suq, ecco cosa diventano i mondi quando lo Psicopatico ci piscia sopra.» Sbuffò torvo. Dalle sue labbra non uscivano i bei canti di un tempo, con i quali ricordava le stelle e le luci del più puro dei cieli, sul quale s’era disteso prima ancora che ogni cosa fosse in quell’angolo di cosmo. Erano passati forse cinque millenni quando raggiunse la Città, occultandosi nelle sembianze di un adolescente di rara bellezza. Di centuria in centuria aveva sempre protetto i ragazzini dei mondi sui quali si posava, dall’opera del Duca. Quella che intuii, con tutta probabilità sbagliandomi, come la sua missione, era un perenne fallimento. Non poteva fermare il Signore dei Cento Milioni di Anni, non era in suo potere ostacolare il sire degli eventi cosmici, e neppure lo avrebbe desiderato un simile potere; ma quella notte, immagino, che se avesse potuto, avrebbe voluto di certo scagliarsi come il più letale degli astri, contro il corpo cosmico del Duca, collassando nel suo ombelico, e, al modo di un Buco Nero, trascinare ogni sua molecola nel nulla. Dal suo volto fanciullesco si riverberava una bellezza rabbiosa, un desiderio di morte avvolto in una pelle ancora immacolata. L’Alieno doveva proteggermi e assieme a me, lo compresi molto tempo dopo, avrebbe dovuto tenere al sicuro tutto il resto dell’infanzia umana. Fallì pure quella volta -anche se non del tutto, perché riuscì a strappare almeno me, dall’opera del Duca- molte generazioni caddero prigioniere nella mente del Duca. Da sempre era un pirata solitario, senza stirpe e senza nazione, mentre il Duca era il centro di un impero di dei eterni e potenti. Su quel balcone lo vidi, era l’essere più solo che avessi potuto immaginare. È straniante per una mente umana pensare a una simile solitudine; per come è fatta la nostra natura di animali politici, siamo più vicini al Duca che all’Alieno. Attorniato da una moltitudine incommensurabile di spiriti il Duca va alla ricerca di mondi dove installare il suo regno, divenendone il centro assoluto. È un sovrano cosmico del quale destino e origini sono nitidi per chi sa leggere la luce stellare nei cieli, poiché a costoro appaiono scritti nel cuore delle galassie al momento stesso che queste emersero dal momento iniziale di ogni evento. L’Alieno al contrario, per gli scrutatori celesti, è un punto oscuro in mezzo a quelle moltitudini di storie lucenti, un vago apparire fra gli sterminati orditi di eventi, senza alcuna spiegazione che ne giustifichi l’esistenza. Un buco nelle trame galattiche fatte di spazio e tempo; da sempre i lettori di stelle vedono apparire talora quella singolarità infinitesima, senza alcun suscitamento causale, inaspettata, in un punto qualsiasi dei cieli.

Quella singolarità mi parlava, quand’ero un ragazzo e vedevo l’Alieno come un corsaro cosmico, simile a quei protagonisti che dietro a una bandiera di teschi e ossa celano intenzioni amichevoli verso chi viene perseguitato dai sistemi predatori legalmente riconosciuti di certi paesi. Non aveva bisogno di nascondersi in un corpo umano, poiché era potente al punto di crearsi da sé un corpo proprio, senza dover ricalcare il modello imposto da uno dei Demiurghi aspersi per le galassie, la specie particolare di Dominazioni cui il Duca faceva parte. Sulla Terra assunse l’abito di un adolescente. Un bellissimo ragazzo, o una ragazza, tanto delicati erano i suoi lineamenti, privi di peluria e di altri segni che ne marcassero in modo rozzo il genere. Presi a dargli un nome umano, ma non capii mai se ciò gli causasse fastidio o indifferenza. Scelsi di chiamarlo Blake, per due motivi. Il primo era a motivo dei suoi occhi scuri come il cielo notturno senza stelle, il secondo era nelle parole: «L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa» di William Blake, con le quali aprivo sempre i miei diari; archetipicamente fu il mantra che mi condusse lungo tutto il cammino dell’adolescenza. Amavo l’uomo Blake, sottovalutato in vita, fra i più potenti cantori dell’Oltremondo che ebbi modo di conoscere. Sono convinto che avesse una netta contezza riguardo alle cose del Duca e che l’immagine del sovrano stesso gli apparisse con un nitore estremo, quando cantava di Urizen nei suoi disegni.
Blacke era venuto a vivere nella mia palazzina, almeno io immaginai così, perché oggi tutto quel che ricordo di lui è come un sogno che, dopo la notte, va diradandosi nella memoria, mano, mano, procede il giorno. Sul tramonto mi capitava di udire suoni estranei alla fisica terreste, rumori impossibili da giustificare con le cose che conosciamo. Bagliori insensati, lampi di luce dove non ve n’era alcuna causa, preludevano a un apparire maligno di ombre furiose e queste, con squittii che montavano in ruggiti spasmodici, annunciavano una notte di combattimenti crudeli. Ma se dovessi raccontare cosa succedesse con precisione, non potrei, in quanto quelle ombre si manifestavano come scatti d’intuizione, saette che s’aprivano ovunque e in modo inaspettato, ora in un angolo del cielo, ora nella mia palazzina. Solo nell’Ora Terribile, quando la notte era matura, avveniva una trasformazione di codesto caos e allora prendeva la forma di un drappello di esseri umani grandi e grossi, ma dai fenotipi più vari. Potevo identificare figure bionde, robuste e coriacee, alte come i giganti delle leggende e allo stesso tempo vi scorgevo corpi dalla pelle più scura, rigata dal sole, con fluenti barbe brune. Quando avveniva una simile trasmutazione entrava in scena l’Alieno. La situazione era sempre più o meno questa: il manipolo s’arrestava innanzi a lui, confuso. Quello che sembrava esserne l’ufficiale in capo, emergeva dalla ressa, inveendo contro Blake affinché si togliesse dai loro piedi. La notte di cui racconto, non fu diversa.

«Lasciate questo posto, vermi. Non vi darò un altro avvertimento.»
L’Alieno era fermo sul mio pianerottolo. In apparenza nulla del suo corpo faceva presagire l’impeto del combattimento in cui si sarebbe lanciato a breve.
«Levati di mezzo, feccia! Non intralciare l’opera del mio Signore. Egli non ha voglia di sentirti squittire.»
La battaglia fu cruenta, anche quella notte il drappello di ombre tornò nel nulla da dove era comparso, eccetto l’Ufficiale, tenuto fermo da un piede dell’Alieno sulla sua schiena. Blake con un ghigno malevolo iniziò ad orinare sul suo corpo:
«Vai a dire al tuo sovrano quanto ho voglia io di sentire il suo fetore, stronzo. E porta i miei rispetti alla sua signora.»
Non rimasi colpito da quel finale di scena, Blake era fatto così e le sue crude esternazioni non mi sorprendevano più di tanto.
«Perché vengono qui?» gli chiesi una volta.
«Che cazzo, tu lo chiami con nomi importanti, ma non è che un vecchio pervertito! Non lo hai ancora capito cosa vuole da te?»
«Non sono io a chiamare il Duca con simili epiteti, Blake. Quell’entità è il cuore di una mitologia più vecchia della mia specie, ha accumulato quei nomi attraverso il corso di intere epoche e di innumerevoli civiltà.»
«Dici stronzate e stai attento a come le dici. Sento nelle tue parole la stessa eccitazione di uno schiavo sessuale che si da volentieri alla sua schiavitù. Un giorno lui potrebbe creare delle caramelle per te irresistibili e io non potrò più farci nulla. »
«Non è così, altrimenti non saresti qui.»
«Io lo combatto finché tu lo vuoi combattere. Ormai sei grande a sufficienza per capirmi.» Scocciato, rientrò nel suo appartamento.
Serie: Ritorno alla Singolarità
- Episodio 1: Blake
- Episodio 2: Æsᵜera
- Episodio 3: Catastrofe
Be’, epico, e poi il fatto di coniugare l’horror al cosmo come se fosse un racconto di Lovecraft. Ti piace leggere il Solitario di Providence?