Caelum

Ricordava di essere morto.

Ricordava la sua sepoltura nel bel monastero di Avila.

Sentiva uno strano sapore in bocca e con la lingua cercò di togliere la terra incastrata in mezzo ai denti. Voleva schiarirsi la voce ma venne colto da violenti colpi di tosse e iniziò a sputare dei grossi grumi marroni.

Si asciugò le labbra con una manica della tunica e diede un’occhiata ai suoi vestiti.

Che strano, rifletté, ho ancora indosso il mio saio. Quanto tempo è passato?

Il frate errante camminava in una fitta nebbia e venne colto da un profondo sconforto.

Non distingueva nessun punto di riferimento, una strada, un albero o una stella nel cielo.

Nulla.

Una grotta? No, non credo…Una foresta? Si, può essere, si diceva, mentre avanzava incerto.

“Tomàs?” Una voce suadente attirò la sua attenzione.

Vide un ragazzo dal viso radioso, i capelli d’oro e gli occhi azzurri. Alto come una statua e delicato nei lineamenti.

“Vieni, Tomàs.” Gli disse, tendendogli la mano.

“Un angelo…” Osservò il frate, sottovoce.

Avanzò, sconvolto da quella visione sublime e più si avvicinava, più la nebbia si diradava, lasciando intravedere praterie sconfinate e un cielo talmente azzurro da convincersi che l’arcobaleno stesse facendo volutamente un dispetto all’universo, tenendo nascosto quel colore perfetto.

La voce lo incitava a raggiungerlo e quando l’uomo strinse infine la sua mano, avvertì un trionfo di sensazioni impetuose: felicità, amore, commozione, attrazione. Voci acute cantavano in coro, mani invisibili gli sfioravano le membra e gli accarezzavano il viso, con morbido tocco. Da bianche nuvole sgorgavano cascate di acque pure e lucenti, sovrastate da meravigliosi arcangeli divini e potenti. Musici celestiali pizzicavano lire e arpe dorate, da cui scaturivano gloriose melodie.

È questa forse l’estasi? Si chiese il frate, ebbro di quell’improvviso turbine di aurore e di candidi suoni vibranti.

Sentì di poter volare, leggero come una farfalla.

Non avvertiva più la terra sotto i piedi.

Ah, se questa è la via per il regno dei cieli…

“Tomàs, finalmente sei arrivato.” Davanti ai suoi occhi, senza che se ne fosse reso conto, vide una figura, molto simile agli arcangeli che lo sorvolavano, tuttavia si distingueva per un aspetto ancora più meraviglioso e un’aleggiante aura millenaria.

“Ti stavo aspettando.” La sua voce riverberava nei cieli, in un’eco dilagante.

Il frate si gettò in ginocchio e giunse le mani in preghiera “Sei…Tu…”

L’essere sovrumano sorrise “figlio mio. Avvicinati.”

Una forza sconosciuta lo spinse più vicino. Un’energia sublime, vigorosa e irresistibile. Sensazioni contrastanti lo sconvolsero, un misto di timore e ammirazione per quel dolce volto che aveva dinanzi. Il gigante angelico spalancò le sue possenti braccia “ascoltate tutti,” disse, indicando il frate “accogliete Tomàs de Torquemada, il Grande Inquisitore e capo della Suprema Corte. Persecutore di marranos e moriscos. Giudice inflessibile in innumerevoli processi e dispensatore di condanne nel nome di Dio!” Al pronunciare quell’ultima parola, il cielo venne squarciato da un tuono.

Il frate era euforico, tremolante e pieno di felicità per quella scena.

Le lacrime gli rigavano il viso, al culmine della devozione e dell’appagamento.

Chiuse gli occhi e l’esaltazione irruppe come un fiume in piena “Sono pronto mio comandante! Si mio signore! Sono pronto ad ascendere!”

Il concerto di sacre armonie si interruppe bruscamente.

Seguì un grande silenzio che sembrava risuonare persino più forte. La natura divina che lo circondava si ammutolì e la figura colossale lo guardò con un’espressione che al frate parve stranamente sarcastica:

“Ascendere?” Gli domandò, inarcando un sopracciglio.

Tomàs ebbe l’impressione che quel viso immacolato stesse diventando sgradevole e torbido, rovinato da irriverenti espressioni sacrileghe.

Le fragorose risate penetrarono nei suoi timpani, prorompenti come un terremoto che nasce in lontananza e acquisisce sempre più forza e velocità.

Il frate alzò lo sguardo.

Intorno a lui, ridevano tutti.

Gli arcangeli e i musici stavano lentamente perdendo la loro grazia, abbandonandosi invece a comportamenti oltraggiosi. La candida pelle si riempiva di scaglie rosse come il fuoco ed estensioni ossee spuntavano ai lati delle teste. Denti aguzzi, da cui colava bile mefitica, fuoriuscivano dalle gonfie mandibole e artigli lordi di sangue fendevano l’aria, improvvisamente stantia. Succubi procaci apparvero alle loro spalle, saggiando avidamente ogni parte di quei corpi mastodontici e orripilanti. Iniziarono accoppiamenti selvaggi in preda ad una diabolica eccitazione, con gemiti di perverso piacere.

Il frate, sconvolto e sovrastato dal peccato, cadde sulla dura terra, schiacciato da una cacofonia di istinti primordiali. Provò scariche di terrore nell’udire il timbro stonato di nere campane, alte nel cielo vermiglio. Vide le nuvole farsi dense e grigie fino ad indurirsi e divenire roccia calcarea, mentre le acque si trasformavano in lava ribollente. Le praterie divennero terre incendiate, da cui fuoriuscivano gas asfissianti.

“Ingannatore…” Sussurrò mentre tentava di rialzarsi con gli occhi insanguinati. Ma le sue ossa si spezzarono come legna ardente di una pira fumante.

“Tecnicamente non ti ho ingannato” replicò il Caduto “a parte quella piccola farsa. Ma che gusto c’è se non ci divertiamo un po’, non credi?”

L’espressione sul volto demoniaco cambiò repentinamente da un sorriso canzonatorio e allegro a due bramosi occhi rossi e labbra roventi.

Un fumo acre scaturiva dalle sue narici “Vieni, Tomàs.” Ordinò con tono greve.

Con oscura forza avvolse e sollevò il frate straziato, trascinando il suo corpo, inebetito dal dolore e dalla tortura, verso di lui.

“Duemila anime, figlio mio. Sei una leggenda tra le mie schiere di demoni.”

Urla cavernose esplosero in orgasmi gorgoglianti.

“Hai corrotto la tua anima senza rendertene conto, facendo il mio gioco. Ti confesso che, mentre eri in punto di morte, avrei voluto estendere il tuo soggiorno terreno ancora per un po’ così da mietere altre vite. Ma non potevo più rinunciare a te ed è un piacere assoluto averti strappato a lui. Hai ingrossato le fila delle mie legioni per la fine dei tempi. Ti aspettano Tomàs, le tue vittime attendono impazienti di ricongiungersi a te, incatenate dal tuo peccato.” Il Diavolo posò un artiglio sulla spalla dell’inquisitore, penetrando la carne con le unghie ossute. Il frate avvertì un violento bruciore attraversagli la scapola e insinuarsi, rapido come una lama di coltello, nelle carni e nelle ossa. Gli avvinghiò il cuore, come un maglio enorme e lo incendiò.

Voleva urlare, ma non poteva.

Le labbra di Lucifero divamparono nel suo orecchio “Non sei qui per esprimerti, lo hai fatto tutta la vita. Ora ascolterai e obbedirai.”

Avvertì un composizione nauseante di suoni fastidiosi. Tessuti che si strappavano, urla di terrore e di dolore infinito, pianti supplicanti e sibili forzati.

I demoni intorno si agitavano all’unisono, in una macabra danza accompagnata dal suono di corni baritonali e percussioni vibranti.

Si aprì una voragine davanti ai piedi del frate, la sua pelle iniziò a squagliarsi mentre le fiamme si arrampicavano attraverso gli organi, lambendo le pareti interne della gola.

Lucifero lo trascinò davanti al buco da cui zampillavano lapilli magmatici e luminescenti.

“Lo senti? Avverti il dolore che hai provocato? Senti come si fa strada dentro di te senza remore. Il fuoco dei roghi, le corde strette attorno ai colli, i sassi che schiacciano i toraci.”

Il frate si contorceva devastato dal dolore. Le orbite degli occhi ruotavano senza sosta e avrebbe solo voluto smettere di esistere.

“I tuoi pensieri mi appagano, Inquisitore. Accogli il dolore, sarà tuo eterno compagno.”

Il gigantesco essere lo sollevò di nuovo “Benvenuto a casa, Tomàs” e senza ulteriori indugi lo gettò di sotto.

Il fuoco squarciò le sue carni.

Una torcia umana di agonia.

Una stella cadente che precipita nel baratro infuocato, verso infiniti abissi. Dove orde di orrori indicibili comandano creature spaventose.

Giù, sempre più giù.

Nelle profondità degli inferi.

Con un ultimo sguardo, prima dell’annientamento,

agli irraggiungibili cieli paradisiaci.  

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Discussioni

  1. Il viaggio tra personaggi storici continua. Mi è piaciuta molto questa interpretazione dell’Inquisizione e di come non sempre, quello che riteniamo giusto, o per meglio dire quello che c’è stato indottrinato come la retta via in realtà lo sia.

  2. Veramente bello, una scelta perfetta di vocaboli nelle descrizioni, sei riuscito a dipingere le scene in maniera vivida, mi sembrava di vedere i personaggi come se facessero parte in una pièce teatrale.

  3. ma le vittime dell’Inquisizione sono anch’esse all’inferno? Oppure ho mal compreso. In ogni caso, Torquemada, come Mastro Titta nell’altro racconto, prova solo dolore fisico ma nessun senso di colpa: il che è ben in sintonia, direi, con la realtà storica di questo personaggio.

    1. ciao Francesca! Grazie davvero! Come dicevo a Giuseppe mi sto appassionando a questi personaggi storici che nel bene e nel male hanno lasciato un segno nella loro vita. Hai compreso benissimo il discorso delle vittime, quando Lucifero dice a Tomàs che le sue vittime sono incatenate dal suo peccato, ho fantasticato sul fatto che le condanne che aveva inflitto avessero realmente identificato quelle vittime come streghe ed eretici. facendo quindi il gioco di Satana, strappandoli al regno dei cieli anche se innocenti. Una colpa ancora piu’ grave e in un certo senso anche la grande delusione che colui in cui lui aveva creduto tutta la vita non aveva in realta’ mosso un dito per quelle vittime. Questo almeno secondo la mia immaginazione 🙂 grazie mille!

  4. La figura del religioso spagnolo è quasi altrettanto grandiosa e mitica quanto quella del principe degli inferi. Sei riuscito a creare una atmosfera asfissiante e abbagliante dove estasi e dolore, bene e male si mescolano fino quasi ad annullarsi a vicenda. Il linguaggio che hai perfettamente padroneggiato fa da abito splendido alla scena che potrebbe essere raffigurata in un quadro del ‘600. Unica cosa, se posso, ma non vuole essere un appunto, bensì una risposta da parte del mio orecchio, quel’ tecnicamente’ messo in bocca a Lucifero, mi pare troppo moderno.

    1. Ciao Cristiana, grazie mille! Credo che l’intera frase sia come dire ‘stonata’. Nel mio immaginario volevo esaltare l’irriverenza di Lucifero, che in fondo e’ rimasto quel fanciullo amato prima e rinnegato poi, ma usando un linguaggio piu’ moderno dava una sorta di effetto ‘infinito’ e di non essere soggetto alle regole degli uomini diciamo. Una sorta di ‘colui che e’ sempre stato’, togliendo quindi una temporalita’ alle parole che dopo la coralita’ della fase precedente, e’ anche questo un suo dispetto. Almeno secondo me 🙂 grazie mille!

    2. Credo che questo testo di Daniele sia veramente un buon testo. Mi pare che generalmente sia piaciuto e soprattutto apprezzato. Non credo sia per nessuno una questione di consenso, semplicemente un racconto può piacere o meno e se piace è giusto sottolinearlo perché chi scrive impiega le sue energie e il suo tempo e merita attenzione. Inoltre, e qui mi scuso con Daniele perché so non essere opportuno, come già ti dicevo in veste di Giulia Sally Salemi (mi pare usassi questo pseudonimo) non usiamo lo spazio dell’autore per cose private. Grazie David

  5. Una fine dovuta, oserei direi.
    L’immagine degli angeli trasformarsi in demoni e del dio tramutarsi in Satana è incredibilmente evocativa. Sei stato molto bravo a pensare a questo tipo di sceneggiatura.
    Noto una certa affezione da parte tua a determinati personaggi storici (mi ricordo, ad esempio, del racconto sul boia di Roma) o a particolari ambientazioni. Mi piacciono molto questi racconti.

    1. Grazie Giuseppe, si negli ultimi tempi sto ricercando molto imbattendomi in personaggi che hanno da sempre generato una forte curiosità e che grazie alla nostra passione e a EO posso azzardare a scriverne qualcosina. Grazie mille 🙂