Cominciai ad ucciderlo 

L’ho ammazzato con un coltellino svizzero, di quelli che piacevano tanto a mio padre, lui ne era pieno, per me questo è il primo, di un classico colore bordeaux, pratico e maneggevole, sta nelle tasche come un pacchetto di cicche.

Quando l’ho comprato potevo sembrare uno dei tanti uomini affetti dalla sindrome del bricolage perenne e senza speranza, quanti incompetenti a questo mondo, soprattutto nella vita privata.

La commessa mi guardava divertita ed era per me altrettanto divertente fingermi qualcuno che non sono, le piacevo, eccome, non faceva che guardarmi gli occhi e le mani, ogni tanto puntava alla cintura di cuoio stretta sui miei jeans, anni fa l’avrei portata a letto con facilità, adesso anche guardarle nella scollatura non mi fa effetto e lo capisce, si spegne il sorriso sul volto e imposta la voce su una modalità acida.

“Insomma per cosa le serve esattamente?”

Fatti miei, ma ovviamente non è quello che le ho risposto.

“Un po’ di tutto.”

Lei ha aperto svogliata un ripiano impolverato e mi ha gettato quattro modelli davanti, uguali nella forma ma in colori diversi.

“Questi sono i più versatili che abbiamo.”

“Va bene quello.”

Così ho preso quello bordeaux, ideale nel suo cliché e mentre lei batteva la cifra sulla cassa, giusto per prenderla un po’ in giro, su un vecchio scontrino ha scritto un numero di cellulare e gliel’ho lasciato scivolare nella camicetta aperta.

“Chiamami.”

Le ho dato i contanti e il suo sorriso si era come riacceso, la voce modellabile come creta non sapendo che quel numero non era il mio, forse non era nemmeno di nessuno, l’avevo inventato in quel momento, questo era il bello di non essere me stesso, non avere conseguenze delle proprie azioni.

Mi era spiaciuto ammazzarlo con quel coltello nuovo, intatto, ne avrei voluto uno di mio padre o uno usato, sporco di altro sangue, incrostato di ruggine, magari che non tagliasse bene per fargli ancora più male e invece avevo dovuto farmi bastare quello che avevo nella tasca dei pantaloni, tanto poi l’avrei fatto annegare in qualche fogna di città e non l’avrei più rivisto, l’elementare disfacimento dell’arma del delitto.

Per ammazzarlo con quel piccolo aggeggio dovevo essere molto bravo nei momenti, fare piccole incisioni nelle vene principali e mentre lo vedevo morire dissanguato, bucarlo un po’ ovunque, il più possibile, fino a quando il sangue sarebbe bastato a ricoprirlo di un rosso morto e denso.

E così avevo fatto, ma prima l’avevo seguito tutto il giorno, avevo riso di fronte alle sue inutili abitudini e gustavo il fatto di sapere che le avrebbe vissute per l’ultima volta.

Andava all’Hard Rock a prendersi un cappuccino macchiato, abitudini di lusso per un agente immobiliare del suo tipo, trattava proprietà esclusive con i magnati russi, i pochi al mondo ormai a far girare cifre esorbitanti di denaro con la facilità di un batter di ciglia, ero sorpreso di come la povertà così estrema di un popolo avesse portato adesso ad una ricchezza arrogante, erano loro i nuovi padroni nel mondo e noi italiani eravamo costretti a riconoscerglielo.

Finiva il suo cappuccino e per un’ora abbondante si rintanava nel suo ufficio, un attico aperto su Piazza Della Repubblica, da lì tutta Firenze brillava di un antico e maestoso splendore, a nessuno al mondo poteva mancare ispirazione e concentrazione avendo la possibilità di una vista del genere, era il mondo che veniva da te e non viceversa, e lui lo poteva ammirare nella comodità della sua poltrona in pelle.

Sposato da vent’anni con la stessa donna, amava battezzare le dimore che trattava creando un giro di primi appuntamenti con donne che avevo una sola caratteristica in comune; giovani e già ricchissime.

A volte non se le portava nemmeno a letto, nel senso che se le scopava prima, sui solarium, sulle terrazze, sui marmi delle cucine o nelle Jacuzzi, prestazioni veloci per poi annodarsi di nuovo la cravatta e accogliere gli eventuali possibili proprietari in un tour guidato che lui avevo già memorizzato tra un gemito e l’altro.

Poi tornava a casa, dalla moglie, come si niente fosse, e mangiavano assieme, come qualsiasi coppia monotona formata da due cinquantenni.

Figli non ne aveva, altrimenti forse non lo avrei ammazzato.

Delle sue scappatelle, perché chiamarle amanti era già un gran cosa, avevo pensato di avvertire la moglie, ma l’avrei fatta soffrire e lei mi faceva solo pena, era lui che volevo vedere soccombere davanti al dolore.

Così inamidato dal pranzo famigliare, ho aspettato che svoltasse in un vicolo stretto e appartato e gli ho tirato un gomito dritto nello stomaco per poi, con un pugno serrato, spaccargli la mascella, ero abituato a farlo, non avevo problemi a gestire un uomo floscio come quello che avevo davanti.

Intorno a noi solo case disabitate, nessuna telecamera e l’ombra puzzolente di umido ad eliminare il sole, solo io e lui, finalmente.

Faceva fatica a parlare, ma ci provò ugualmente.

“Cosa? Chi? Sei?’”

“Pezzo di merda, manco mi riconosci eh, eppure il mio viso dovresti averlo stampato bene nella tua mente.”

Con il sangue a invadergli la bocca, ansimò per poi sputare e guardarmi negli occhi, il suo terrore puro mi indirizzò verso una scarica di adrenalina limpida.

“Tu?”

“Già, io.”

“Cosa vuoi?”

“Prova a indovinare.”

La disperazione lo invadeva in ogni angolo di pelle, io invece ero quasi eccitato.

“Lasciami stare.”

“Sai che giorno è oggi? Il giorno in cui muori.”

“Tu non puoi farlo.”

“Perché no?”

“Perché hai già scelto di stare dalla parte giusta.”

Niente di più sbagliato se voleva attaccarsi a questa speranza.

Lo stivaletto di pelle nera si conficcò fra la sua testa e il muretto di cemento, poi più lento che potevo cominciai ad ucciderlo.

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Mi ero sempre chiesto come facessero gli assassini a ripulirsi dal sangue delle proprie vittime, niente di più facile pensai, dopo che avevo abbandonato il suo corpo entro quel vicolo, bastava sapere come indirizzare i colpi con gli schizzi di sangue, tenere le mani in tasca e trovare un bar così pieno di gente da passare inosservati.

Con l’acqua fredda il sangue si sgretola dalla pelle, una ravvivata veloce dei capelli e uscire nuovamente tra la gente, questa volta facendosi notare, ridere, scherzare, forse perché allegro lo ero davvero.

Il mio mezzo giorno di pausa stava finendo, riaccesi il cellulare, un minuto dopo stava già squillando.

“Arrivi? Abbiamo bisogno di te.”

“Sono qui dietro, bevo il caffè e ci vediamo lì.”

Il portone di legno si apre al mio arrivo, tutti mi salutano riverenti, io butto la mano sulla spalla di qualcuno.

“Ispettore, allora come andiamo, già finita la pausa?”

“Eh Contini, che ci vuoi fare senza la mia squadra non ci sto stare. Birra domani sera dopo il turno?”

“Andata.”

Mi dirigo verso il mio ufficio, rimetto il distintivo ed estraggo la pistola dal cassetto per riportarla nella fondina, sono di nuovo io.

Adesso una mano sulla spalla tocca a me, mi giro composto.

“Capitano, che succede?”

“Ti ho cercato tutto il giorno, ti devo parlare.”

“Ero in pausa, lo sa.”

“Tua moglie, si è svegliata.”

“Quando?”

“Stamattina, alle 6. Sta bene, ma ha chiesto di te.”

Nina era stata due lunghi mesi in coma, nessuno aveva più speranze, nessuno a parte me.

L’agente immobiliare l’aveva travolta nel parcheggio del supermercato, quello dove andava apposta a comprarmi i miei cerali preferiti per la colazione, lo stronzo se l’era cavata con una condanna da poco, mentre lei sembrava non avere più vita davanti a sé, una condanna irreversibile.

Per questo l’avevo ammazzato, pensavo che lei non sarebbe mai sopravvissuta e mi ero chiesto perché invece lui avesse potuto farlo, là fuori, con la sua vita, sua moglie, le amanti e i soldi dei russi, quegli stessi soldi che gli avevano permesso di vedere la galera solo di striscio.

Adesso che sto per entrare nella sua stanza, non sono pronto a incontrarla, il sangue di poco prima mi sembra tornato a segnarmi le mani, lei che se mi vedesse così, se sapesse la verità, non vorrebbe rivedermi mai più.

“Nina!”

“Amore.”

Comincio ad ucciderla nell’istante successivo, quello in cui scoppio a piangere, per lei, per l’agente immobiliare, per il distintivo che porto addosso, per tutto quel mondo fuori da noi che non potrò vivere come prima.

Comincio ad ucciderla raccontandole tutto, ogni istante, ogni attimo in cui la lama del coltello hai incontrato il sangue.

“Fai finta che sono ancora in coma, che non mi hai detto niente. Esci di qui e vai costruirti, subito.”

Sapevo che non avrei rivisto Nina, ma pensavo che sarebbe successo perché lei non avrebbe vissuto abbastanza per restarmi accanto, era questo che sapevo della mia vita.

Invece fuori all’ospedale cominciai ad uccidermi, piano, come avevo fatto con l’agente immobiliare.

Il sangue che perdevo mi toglieva lucidità, i colpi sempre più flebili mi impedirono di andare avanti.

Le sirene in sottofondo erano acute, non riuscivo più a capire se mi stavano salvando o se erano già venuti per arrestarmi, ricordai mio padre, avrei tanto voluto che mi regalasse uno dei suoi coltelli, mentre mi accorsi che nelle mie mani stavo stringendo l’arma di due delitti. 

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Discussioni

  1. Complimenti Marta, un bel racconto.
    La storia, la scrittura fluida, i personaggi, insomma ottimo lavoro!
    Anche se, per deformazione professionale, ho immaginato che alla fine lui riuscisse ad andare avanti come se nulla fosse, ma non sarebbe rientrato nel carattere del personaggio, che hai saputo descrivere perfettamente con pochissime righe! Di nuovo complimenti!

    1. @darkdan questo era sopratutto un esperimento per capire quanto riuscivo a spingermi oltre nel descrivere sensazioni di lati umani così estreme, sono veramente felice se sono riuscita a farti arrivare una trama ben sviluppata, che ora avendo detto per deformazione professionale, immagino possa essere davvero ben “giudicata” da te.
      Solitamente i miei racconti scorrono su una morale molto forte, l’atto del protagonista è qualcosa di insolito nelle mie storie, ma proprio per questo la sua scelta si rivela essenziale, ci sono sentimenti umani lontani da noi che vanno comunque descritti e contestualizzati, come tu stesso hai detto, la psicologia del personaggio mi ha impedito una scelta diversa.
      GRAZIE MILLE PER AVERMI LETTA!

  2. Racconto piacevole. La scrittura scorre veloce. Ho apprezzato come hai espresso, partendo da un classico regolamento di conti, il concetto di uccidere in senso figurato la moglie, confessandole il delitto, e poi se stesso perché già morto senza di lei. Insomma la vena romantica c’è sempre sebbene in questo caso noir e non rossa 😉 Ecco, questa parte lo rende, nel suo genere, originale. Bella pensata!

    1. Ciao @massimotivoli!
      Sì, il senso di uccidere la moglie in senso figurato nasceva dal presupposto di morale che non avrebbe mai sopportato sapendo la verità.
      Felice che tu abbia colto tutto questo, tengo sempre al tuo parere 😀

  3. Ben scritto, dialoghi veloci ed efficaci, personaggi ben delineati. Mi è piaciuto il modo in cui sveli identità e situazioni senza fretta, a ritroso, rendendo il lettore curioso e partecipe. Mi sembri molto disinvolta anche nel genere giallo-noir! Brava 🙂

    1. @isabella diciamo che molto della mia svolta giallo-noir la devo a @edizioniopen, qui sto veramente cercando di esercitarmi sfidando un pò i miei limiti e toccando i generi che non sempre mi sono totalmente affini.
      Il noir permette di rappresentare molto a fondo la psicologica umana e in questi aspetti mi ritrovo particolarmente, lieta quindi che questo provare regali qualcosa di bello al lettore 😀

  4. C’è qualche errore di battitura ma niente di grave. So che è un racconto breve ma ho trovato l’incedere della seconda parte un po’ troppo netto e veloce che non ti concede tempo per capire cosa provi il protagonista. La prima parte, invece, è ben descritta e procede in modo fluido senza particolari intoppi.

    1. @shadowriter intanto per avermi letta!
      Eh, purtroppo a volte è una lotta con la limitazione delle parole, anche se in questo caso volevo che fosse tutto molto veloce sul finale perchè il protagonista è messo alle strette dalla sua stessa morale.
      Grazie per i consigli e per le sviste che andrò a rivedere… io sto seguendo la tua serie, appena riesco ti commento 😀