
Coraggio da Leone
NdA: questa avventura è ambientata nell’unverso di Orion. Se vi siete persi la serie, la potete trovare QUI
«..E fu così che iniziò la mia carriera di avventuriero», chiuse Orion.
Tamugno appoggiò il boccale ormai vuoto sul tavolo con un sonoro “toc” e disse: «Però, chi l’avrebbe mai detto! Che storia interessante! E tu, Nergatt? Quand’è che hai deciso di diventare un avventuriero?»
Nergatt osservò per un attimo il fondo del suo boccale, prima di svuotarlo a sua volta. Alzò la testa lentamente e nei suoi occhi gialli balenò per un istante il riflesso del fuoco che ardeva nel grosso camino della locanda.
«Dobbiamo tornare a quando ero piccolo…»
«Quando eri un gattino?» lo interruppe Tamugno.
«Idiota, i piccoli della mia specie si chiamano — »
«Ecco le birre, signori!» irruppe l’oste, piazzando tre boccali colmi sul tavolo.
«Avanti, Nergatt, racconta, son curioso», riprese Orion mettendo del tabacco nel fornello della sua pipa.
«Quando ero piccolo,» riprese Nergatt, sottolineando l’ultima parola, «vivevo in un villaggio piuttosto isolato. Non eravamo in molti, e tutti della mia gente. Mio padre era un artigiano, fabbricava attrezzi da lavoro; mia madre invece tesseva e tingeva i tessuti. Io e i miei fratelli passavamo le giornate andando a pesca o a caccia di piccole prede, come fanno tutti…»
«I gattini!» l’interruppe nuovamente il nano. «Tamugno, per gli dei… fallo proseguire!» Nergatt sollevò per un momento gli occhi al cielo, in segno di rassegnata sopportazione, poi riprese: «I più intraprendenti diventavano mercanti – e sapete come siamo bravi in questo – e quando ogni tanto tornavano al villaggio ci portavano oggetti e cibi insoliti, e notizie di un mondo completamente diverso dal nostro. E noi giovani stavamo lì ad ascoltare, curiosi…»
«…come dei gatti!»
«Tamugno, e che diamine!» sbottò Orion. Ma stavolta Nergatt rise: «Già, come dei gatti, testa di pietra che non sei altro!» Il nano incassò con una risata ed un sorso di birra, imitato dai due compari.
«Insomma, il classico villaggio di gente tranquilla, dove non succedeva nulla di rilevante e non c’erano particolari preoccupazioni. Finchè un giorno non arrivarono loro.»
«Loro chi?» chiese Tamugno, questa volta con tono sinceramente interessato.
«”Loro”, umani. Vennero a cavallo, indossavano cotte di maglia e bluse di cuoio, uno aveva un’armatura scintillante che rifletteva la luce del sole come uno specchio. Arrivarono senza preavviso, e ad un segnale di quest’ultimo gli altri che erano con lui si lanciarono coi cavalli tra le capanne, mulinando le spade e roteando le mazze. La mia gente cercò di mettersi in salvo, ma fummo colti alla sprovvista. Qualcuno degli adulti cercò di prendere bastoni e forche per provare a difendersi, ma quegli uomini erano meglio organizzati: appiccarono il fuoco a diverse capanne, colpirono con le loro armi chiunque gli capitasse davanti. Vidi morire così, con la testa spaccata, uno dei miei fratelli. Una scorribanda senza motivo: non rubarono nulla, perchè nulla avevamo. Fu solo un atto di crudeltà gratuita ed immotivata. Ma non era finita lì: quando finalmente se ne andarono, portarono con sé alcuni dei più giovani dei nostri.»
«E che cosa successe loro?» chiese Tamugno, sempre meno incline alla battuta, e sempre più serio. Orion ascoltava in silenzio, tirando lente boccate alla sua pipa, le mani strette al punto che le nocche erano diventate bianche.
«Alcuni tornarono il giorno dopo. A qualcuno avevano tagliato la coda, o le orecchie. Ad altri avevano bruciato i baffi, strappato gli artigli. E…»
«Non serve che tu ricordi tutti i dettagli, amico mio.» Intervenne Orion.
«Ma io voglio ricordarli. Io devo ricordarli. Non posso dimenticare, capite?»
Orion e Tamugno annuirono.
«Per farla breve, quasi nessuno di loro sopravvisse alle sevizie. E da quel giorno iniziammo a vivere nel terrore. E infatti nemmeno dieci giorni dopo tornarono. Questa volta eravamo pronti, qualcuno dei più coraggiosi aveva anche recuperato un’arma, e riuscimmo ad ammazzarne un paio. Ma le cose non andarono meglio di prima. Distrussero i nostri orti, uccisero e mutilarono ancora. Non erano più di noi, ma erano più forti di noi. Erano meglio armati, con le loro lance e spade affilate. Ed erano mossi da un odio feroce ed incomprensibile.Improvvisamente, ci sentivamo impotenti. Vittime. E la cosa peggiore era che non c’era un motivo per ciò che ci stava succedendo. Sembrava che massacrarci fosse semplicemente un passatempo per quegli uomini.»
Nergatt si fermò per un istante. Fissò il camino, come se volesse guardare attraverso le fiamme per riaccendere i suoi ricordi, bevve un sorso di birra, e riprese: «Poi, un giorno, accadde l’inaspettato. Erano passati solo tre giorni dalla scorribanda precedente, quando quei maledetti tornarono al nostro villaggio. Eravamo già pronti al peggio, feriti e ridotti di numero, quando stavolta accadde qualcosa che ci ridiede speranza: improvvisamente, urlando, soffiando, cantando, un nuovo gruppo di combattenti uscì dal bosco ad ovest del villaggio, e si scagliò contro quei maledetti. E la cosa più sorprendente era che quel gruppo era composto sia da uomini che da khajiiti come noi.»
«Ah! È così che si chiama la tua razza, quindi!»
«Dai, Tamugno» intervenne Orion, «eri l’unico a non saperlo.» Quindi, rivolto a Nergatt: «E poi? cosa successe?»
«Dunque…»
***
Erano cinque o sei, mentre gli aggressori una dozzina. Ma combattevano, letteralmente, con le unghie e coi denti. Un arciere, fermo in mezzo alla battaglia, scoccava le sue frecce con precisione impeccabile. Un guerriero con un’ascia a due mani avanzava con l’impeto di un uragano. Un altro con due spade corte che si muoveva agilissimo, colpendo come un’ape e schivando ogni colpo. Davanti a tutti avanzava il loro leader: un khajiit dal manto bianco e arancione. Spada in una mano, scudo nell’altra, affrontava quegli assassini senza paura, a testa alta, con gli occhi che ardevano di una furia incontenibile. Guidava l’attacco, e gli altri, khajiiti ed uomini, lo seguivano come un faro. Fu il primo a buttarsi nella mischia, a frapporsi tra quei maledetti e gli abitanti del villaggio. Puntava diretto all’uomo con l’armatura scintillante. Quando questo se ne rese conto, voltò il cavallo per scappare, ma lui fu più rapido, e con un balzo gli fu addosso, prendendolo per il collo e disarcionandolo. Quando furono a terra, arretrò di un passo, recuperando la spada, e rimase in attesa, dando modo all’avversario di fare lo stesso, per combattere ad armi pari.
Ma l’altro, invece, si mise in ginocchio e lo supplicò di risparmiargli la vita. Lui lo fissò con occhi privi di pietà, annusò l’aria e disse: «Tutti uguali, voi codardi. Abusate dei più deboli, ma se vi trovate davanti qualcuno al pari vostro, ve la fate sotto. Letteralmente.» Senza scomporsi, gli appoggiò la punta della spada sulla gola, invitandolo nuovamente ad alzarsi ed a combattere. L’uomo dunque si alzò lentamente. Un breve ghigno gli comparve sul viso mentre per una frazione di secondo spostò il suo sguardo dal volto del khajiit a qualcosa alle sue spalle. Questo però capì immediatamente: si voltò rapidamente, anticipando l’affondo con la sua spada, e trafiggendo sotto lo sterno un avversario che cercava di prenderlo alle spalle. L’uomo in armatura ne aveva approfittato per recuperare l’arma e cercare di coglierlo alla sprovvista, ma non aveva fatto i conti con i suoi riflessi felini: il khajiit parò il primo fendente, rintuzzò il secondo, e passò al contrattacco. Il suo polso si muoveva rapidissimo, la lama sfiorava l’armatura del rivale cercando un varco, mentre questo pensava solo a difendersi. Finalmente un affondo trovò un varco all’altezza del gomito destro, causando una profonda ferita che fece cadere l’arma al nemico. Disarmato e stremato, l’uomo divenne facile bersaglio per l’abile spadaccino: un altro colpo andò a segno sotto l’ascella, ed un terzo dietro al ginocchio. L’uomo cadde a terra.
«Pietà… ti prego, lasceremo in pace questo villaggio, perdonaci…»
«Non ci può essere perdono per chi causa sofferenza per puro divertimento. Tu non sei pentito, sei solo spaventato. Ed è così, col terrore negli occhi, che è giusto che tu muoia.»
La mano fu rapidissima. La lama saettò come un lampo, conficcandosi tra gorgiera ed elmo. Quando la ritrasse, dalla gola dell’uomo zampillò un fiotto di sangue carminio, e questo cadde a terra, annaspando.

***
«Nel frattempo» proseguì Nergatt, «i suoi soci avevano avuto la meglio sugli altri, non lasciandone nessuno vivo. Come potete immaginare, noi eravamo increduli, e non sapevamo come ringraziarli. Ma questi ci chiesero solo un sorso di acqua fresca, dopo essersi sincerati che non ci fossero feriti tra noi. Dopodiché il loro leader si fece avanti, e disse: “Non siete soli, ricordatelo. E non abbiate paura: per quanto male ci possa essere in questo mondo, ci sarà sempre chi si opporrà ad esso. La crudeltà non resterà impunita. La combatteremo giorno dopo giorno, fin quando non la estirperemo del tutto”. Si tolse la corazza e mostrò il corpo coperto di cicatrici. Ma il suo sguardo brillava ancora di speranza, vi si leggeva la determinazione a battersi per creare un mondo migliore. Fu allora che decisi che avrei seguito le sue orme.»
Nergatt fece una breve pausa, ed una singola lucente lacrima apparve nell’angolo del suo occhio. Riprese:
«Il suo nome era Leone.»
Questo racconto è dedicato al piccolo Leone, il gattino barbaramente ucciso dalla crudeltà umana.
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Episodio tremendo di cronaca, impossibile da giustificare. Il simbolismo di questo tuo racconto rende omaggio al povero Leone. Ma a parte il messaggio, stilisticamente il racconto è scorrevole e in alcuni tratti anche ironico. Orion ha davvero creato una galassia di personaggi da cui poter attingere.
Grazie per questo commento, Tiziano! Mi piace l’idea di aver creato questo “piccolo mondo a parte” di Orion, e di poter giocare con degli “spin off” della storia principale incentrati suoi coprotagonisti!
“«…come dei gatti!»”
Molto divertente l’ossessione per i gatti di Tamugno in questo dialogo 😂
D’altronde Tamugno non brilla per saggezza, per lui Nergatt è… un gatto! 😀
C’è tanto da imparare leggendoti, scoprendo come affronti con scioltezza i diversi generi, da vero esploratore e sperimentatore. Questa volta mi sono immersa nell’atmosfera fantasy gustandomi da bere una birra o magari una burrobirra (così faccio contenta mia figlia) di fronte al camino mentre ascolto la storia che ci viene raccontata. Pensando al tuo Leone, penso a tutti i miei, cani, gatti o volatili che passano da casa. Chiamarli ospiti non si può, direi piuttosto abitanti, o meglio membri della nostra famiglia che è sempre incredibile ritrovare nel lettone al mattino nonostante tu abbia trascorso l’intera notte a cercare inutilmente di sfrattarli ricordando loro di avere lettini seminati per casa. Pazienza. Piuttosto, quanto mi mancano quando mi risveglio in un letto che non è mio e loro non ci sono. E’ stato bello leggerti e dovresti scrivere per noi più spesso. Un abbraccio
Ti ringrazio di cuore per questo bel messaggio, Cristiana. Innanzitutto perchè è evidente dalle tue parole l’amore ed il rispetto che anche tu hai per tutti gli animali (e sì, ho presente la sensazione di svegliarsi in posizioni da contorsionista perchè loro hanno deciso di dormire con te (o sopra di te).
E grazie anche per l’invito a scrivere di più! E’ un bellissimo complimento, per chi si diletta nella scrittura ben conscio dei propri limiti 😉
In effetti in passato ero più prolifico, ma ti anticipo che sto lavorando alla seconda stagione delle disavventure di Orion, spero di riuscire presto a pubblicarla!
Allora questa è l’occasione per me per leggermi assieme a mia figlia Carolina espertissima e super appassionata del genere, la prima stagione. Un abbraccio
Ottimo! Spero che la troverete divertente 😀
grazie ancora!
Ho iniziato il racconto ridendo, continuando sorridendo, finito piangendo ( sono seria). È bellissimo che tu abbia dedicato questo racconto, riga su riga, a Leone. Spero che ora corra felice nel Paradiso dei gatti ❤️🙏
Grazie, Micol. La sensibilità che traspare dal tuo commento è palese. Scalda il cuore sapere che Leone non è da solo, e siamo in tanti pronti a prendere spada e scudo, idealmente, per difendere ogni piccolo “Leone” del mondo.
Vedo una nutritissima schiera di commenti che mi impongo di non leggere e decido ciononostante di perseverare nel mio intento, pur andando incontro ad una sicura ripetizione di quanto già scritto da altri. Da lettore, un grazie per questo racconto scritto con cura senza mai affondare i piedi in stereotipi ritriti e mantenendo sempre una credibilità nella narrazione non facile da catturare. Da papà (seppure non genitore) di Moka e Pepe ti porto tutta la loro riconoscenza per aver trovato un modo davvero gentile di spostare la giusta attenzione su chi davvero valga la pena di ricordare, scaraventando nel burrone dell’oblio chi nemmeno merita il valore della suola che lì dentro lo ha fatto precipitare.
Grazie a te per questo commento, Roberto! “Papà seppure non genitore” rende benissimo l’idea! Io ho accanto a me Merry, Pipino e Shani, oltre ad alcuni randagi nel mio giardino che, a seconda delle loro necessità (e perchè no, capricci… in fondo son gatti!) vengono, vanno, tornano…
Sono contento che il racconto di sia piaciuto. Grazie di cuore!
“«I gattini!» l’interruppe nuovamente il nano. «”
😂 😂 😂
Grazie, Sergio per aver scritto questo racconto. La mancanza di empatia è il male di questo tempo pronta a degenerare in crudeltà. In memoria di Leone e in onore a tutti quelli che si occupano dei più deboli, compresi gli animali. Un saluto.
Ciao Bettina, grazie a te per essere passata a leggerlo e per questo commento. Grazie per la sensibilità che verso gli animali, tra le creature più indifese e con meno diritti, testimoniata dalle tue parole.
La miniatura nella foto, dove l’hai trovata?
Ciao Kenji, quella nella foto non è una vera miniatura, ma solo un rendering 3D. L’ho creata io (l’immagine) su un sito che si chiama “Hero Forge”, dove puoi customizzare le miniautre gratuitamente e volendo puoi acquistarle facendole stampare in diversi materiali.
Di solito non leggo fantasy, lo ammetto, mentre mi piace molto la fantascienza spaziale e quella distopica e cyberpunk. Tutto questo mi colloca, temo, ben fuori dai canoni attuali. Però questo racconto mi ha colpito e commosso. Un misto, nella mia mente fissata con paragoni, fra Robin Hood, il gatto con gli stivali e fiume Sand creek di De Andrè. Grazie, anche da parte di tutti i gatti vittime della cattiveria umana.
Grazie a te, Giancarlo, per aver dato un’opportunità a questo racconto, pur non essendo il fantasy tra i tuoi generi preferiti. Personalmente mi sono cimentato solo una volta nel distopico (un piccolo, modestissimo omaggio a Philp Dick), mentre qua su Open a mio avviso la migliore esponente di ucronia e distopia è @micol_fusca 🙂
Apprezzo i paragoni, e non posso che esserne lusingato! E soprattutto, grazie per la tua sensibilità verso gli animali vittime di crudeltà.
Un’ epopea epica e toccante che farei leggere nelle scuole alla pari di Gianni Rodari.
Se “la civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali” siamo messi male.
Cavoli, Hugo, grazie davvero per il paragone! Io son ben lontano dalle doti di Gianni Rodari, ma grazie davvero per aver apprezzato l’intento didattico ed il messaggio di questo semplice racconto fantasy. E per la tua citazione, ahimè, son d’accordo con te.
Beh, mi hai riportato ai tempi in cui giocavo con Elder Scrolls. E, seduto al tavolo vicino , ho ascoltato rapito il racconto di Nergatt. Mentre aspetto il prossimo boccale di birra, cerco di non pensare alla tua dedica finale, perché, da felice succube di numerosi “leoni”, ti posso garantire che chi riesce a fare del male ai gatti o ai cani o a qualsiasi altra creatura vivente perde il diritto di essere considerato umano, per quanto mi riguarda almeno.
Sergio, mi hai fatto venir voglia di scrivere un fantasy!
Ed ecco un compagno avventuriero che ha colto la citazione 😉 eh, il mondo di Elder Scrolls (nello specifico, Skyrim) è una delle mie fonti di ispirazione (assieme a D&D, Tolkien, Sapinski, Topolino, Paperinik… un bel mischione!). E sono contento che ti sia venuta voglia di scrivere fantasy, sono proprio curioso e non vedo l’ora di leggere un tuo scritto di questo genere!
Grazie anche per il commento, è bello vedere l’immedesimazione (tipica dei ruolatori) che ti ha portato a ritrovarti seduto al tavolo accanto. Infine, per la dedica, io ho tre gatti. E la penso esattamente come te. Ed è per questo che ho voluto regalare a Leone un finale alternativo.
Che bello vederti tornare qui su Edizioni Open, mi mancavano questi personaggi! Così come mi mancava il sapore fantasy tipico della tua serie con Orion – potrei anche recuperarmela prossimamente, ora che ci penso.
Tra l’altro, bello anche che tu abbia voluto estendere il librick con un messaggio collegato ad un episodio tristemente avvenuto per davvero: dona una specie di identità aggiuntiva al racconto.
Ciao Gabriele, grazie per il commento, e per essere passato subito a leggere questo racconto! Orion ora sta riposando, ma tra qualche mese – o tra qualche settimana, se riesco – tornerà anche lui bello carico! 😉
Tutti possiamo fare qualcosa per i gatti, i cani e tutti gli animali in difficoltà. Ci sono tantissime associazioni valide che si occupano di animali abbandonati, maltrattati e malati, vi invito a dare una mano a questi enti gestiti nella maggior parte dei casi da volontari. Personalmente da tempo seguo e sostengo Casa Speranza, che potete trovare su Instagram (col nick casa.speranza), seria ed affidabile.