Dall’altopiano Carsico alle Ande peruviane
La chiamano Stazione dei Carabinieri, però di treni neanche l’ombra, e nemmeno una biglietteria. È la prima cosa che pensai entrando, la seconda non me la ricordo, ma doveva essere ancora più stupida. All’interno dell’edificio un militare dell’Arma se ne stava comodamente seduto dietro un tavolo in una piccola guardiola dotata di finestra. Non era lì per caso, eseguiva semplicemente la consegna assegnatagli dall’ordine di servizio giornaliero: il portierato militare. Tale compito prevede il servizio di vigilanza armata, il controllo degli accessi e la ricezione della posta. In mano il cellulare, presumo d’ordinanza per il colore nero dello schermo e le strisce rosse sui due fianchi laterali. Ne ebbi certezza quando le note della Fanfara dei Carabinieri annunciavano una chiamata in arrivo. D’istinto scattò sull’attenti, doveva essere di primo pelo, pensai, appena uscito dal corso Sottufficiali. Mi notò e con un gesto inequivocabile, il braccio alzato, mi bloccò. Aspettai il tempo di quella breve telefonata che si concluse con queste parole: «Agli ordini Sig. Tenente».
Minchia! Pensai a Faletti e alla sua canzone per niente festivaliera, era il Sanremo del 1994. Ne sono passati di anni, però quel ricordo mi è rimasto bene impresso.
«Di cosa ha bisogno?» mi chiese con un accento meridionale, di certo non di questa terra rossa carsica, terra di frontiera famosa per il vino Terrone. Volevo dire Terrano (ecco un classico lapsus linguae e un errore di stompa).
«È per una denuncia, è scomparsa mia fi—»
«Terza stanza a destra» m’interruppe bruscamente, «Brigadiere Miccichè.»
«Non ho capito bene: Micci che?»
«Miccichè. Cazzo! Tutto attaccato.»
«Grazie, allora vado.»
«Vada! E vada!» rimarcò vedendomi esitare «E vada, non l’arrestiamo mica.»
Andai. Per evadere c’era tempo.
Percorsi quel lungo corridoio grigio con un po’ d’ansia, quella era pur sempre una caserma. Bussai alla porta, non troppo forte per non disturbare.
«AVANTI!» Qualcuno con voce risoluta mi invitò a entrare.
Entrai, titubante.
«È permesso? Brigadiere Miccichecca?»
«Agli ordini, Miccichè, solo Miccichè.»
Sbiancai per la figuraccia fatta.
«Si accomodi pure, lei è il Signor?»
«Gino Perù, Brigadiere, ma tutti mi chiamano Perù Gino per la mia inclinazione artistica.»
«Capisco, Sig. Perù Gino. Lei evidentemente ama dipingere.»
«Come lo sa?» Chiesi stupito.
«È una mia deduzione. Ma veniamo ai fatti, parli pure, l’ascolto.»
«Sono qui per mia figlia.»
«Bene, allora iniziamo dall’inizio, e come possiamo fare diversamente?» Il Brigadiere sfoderò un mezzo sorrisetto, era compiaciuto della battuta, una freddura buttata là per riscaldare l’ambiente freddo e minimalista della stanza. Pensava di essere divertente. Lui. Non commentai.
Vista la malaparata si ricompose, il suo viso ridiventò serio, come si addice al ruolo che ricopriva.
«Lei abita in via?»
«Abito in piazza Pietro di Cristoforo Vannucci.»
«Come l’ex Generale della Folgore» sottolineò il Brigadiere, «quello folgorato sulla via di Damasco, direzione Roma centro.»
«Ma che c’entra Vannacci! esclamai. «Come il Perugino, il famoso pittore del Rinascimento.»
«Vannucci, Vannacci, mi sono confuso sulla vocale.»
«Sì, ma quella vocale fa una grande differenza» chiosai.
«Touché. Bene, andiamo avanti. Sig. Perù Gino, cosa ha fatto sua figlia?»
«Non ha fatto niente, voglio solo denunciare la sua scomparsa.»
«Come si chiama sua figlia?»
«Gina, Brigadiere.»
«Gina Brigadiere! Casomai Gina Perù.»
«Ma è ovvio che si chiama Gina Perù! Non capisco allora perché me lo chiede.» Non rispose, forse si era accorto in ritardo di aver detto una cazzata.
«Anche sua figlia è residente in piazza Perugino?»
«No, lei vive e lavora da diversi anni in Perù.»
«In Perù! Però! Lontanuccio» esclamò stupito. Ha forse un grattacielo in Perù?»
«Vedo che conosce Fin che la barca va, la canzone di Orietta Berti. Non la pensavo così vecchio.»
«Porto bene gli anni, me lo dicono tutti, pensi che oggi è il mio ultimo giorno di lavoro.»
Nessuno aveva il coraggio di smentirlo, solo le tante rughe in fronte. Era meglio farselo amico.
«Mi racconti di Gina, Sig. Gino.»
«Gina è tornata a casa una settimana fa per una vacanza, sentiva tanto la mancanza de—»
«Della famiglia, immagino.»
«Dei cioccolatini Ferrero Rocher, ne è golosa.»
«Questo non lo verbalizziamo, non è pertinente.»
«Brigadiere, mi sono confuso, erano i baci Perugina.»
«Così va bene. Adesso tutto quadra.»
«Quadra cosa?»
«Niente, niente. Mi tolga una curiosità Sig. Perù, nessuno di voi, intendo della famiglia Perù, lavora alla Perugina?»
«Mio cugino perugino» risposi.
«Suo cugino è un suo omonimo?»
«Ma no! Mio cugino è nato a Perugia, lì ci vive con mio zio, suo papà.»
«I tre perugini, allora.»
«Mi spiace contraddirla, direi i due perugini.»
«Non è che per caso sua figlia è andata a trovare il cugino peruviano alla Perugina senza averla avvisata?»
«Come fa a sapere che mio nipote perugino viene soprannominato il peruviano?»
Forse è una premonizione, non lo so neanche io perché l’ho chiamato così. Comunque mi tolga una curiosità, perché il peruviano? Forse perché sua mamma è nata sulle Ande peruviane?»
«No, sono entrambi italianissimi, mio nipote si chiama Ottaviano, Ottaviano Perù, però, per brevità, lo chiamiamo il Perùviano. Adesso lo chiamo, è tanto tempo che non ci sentiamo. Che strano, non ce l’ho nella rubrica, lo chiamo sul posto di lavoro.» Trovata la Perugina nella rubrica sotto la voce cioccolatini feci partire la chiamata. Una voce femminile rispose dopo qualche squillo.
«Pronto, sono il Sig. Perù, parlo con lo stabilimento della Perugina? Bene, mi passi per cortesia la direzione, il Sig. Perù Ottaviano.» Dopo una lunga attesa la replica della Signorina.
«Mi dicono, Sig, Perù, che il Dott. Perù è andato in America Latina, guarda caso proprio in Perù per una importante missione. Coglieva l’occasione per fare anche una sorpresa a sua cugina che vive lí. Quella stessa cugina è passata qua stamattina dicendo di essere venuta dal Perù. Anche lei, ma guarda la combinazione, voleva fargli una sorpresa.»
«Si chiamava forse Perù Gina?»
«Proprio così.»
A quella notizia m’illuminai di gioia, Gina era viva.
«Brigadiere, caso risolto, ho trovato mia figlia, e tutto grazie al suo fiuto.»
«Bene, Sig. Perù, mistero risolto. Allora posso archiviare la denuncia nel cestino.»
«Faccia come crede, cestini pure. Voi Carabinieri siete le Forze dell’ordine. Giusto?»
Annuì.
«La pulizia la lasciamo alle Forze di Pulizia, concorda?» In quella battuta capii che della Polizia non avesse una grande stima.
«Adesso, Sig. Perù, mi aspetto quantomeno un bacio da parte sua.»
«Ma Brigadiere, questa avance da lei non me l’aspettavo proprio, anche voi Carabinieri siete… … siete… beh, mi ha capito.»
«Ma che ghei o gey! Volevo solo un bacio Perugina. La Benemerita se lo merita.»
«Un’intera scatola, Brigadiere.»
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco
Bello frizzante questo racconto. Surreale, ma non troppo, ironico, ma mai eccessivo. Mi hai fatto sorridere e anche ridere Fabius. 😂😂😂