Domenica Pomeriggio

E’ ancora quasi estate, all’uscita neanche me la metto la felpa.

Roma è strana. Non funziona niente. Strade rotte, autobus sgangherati strapieni di gente di ogni tipo che non paga il biglietto. Turisti ovunque che fotografano cose sbagliate, felici.

Un sole pieno, luminoso, che sembra non gli importi di nulla. E l’aria che insensatamente profuma anche se è pieno di bus turistici che non si dovrebbe respirare più.

A un tratto tutto è brutto e sporco e deprimente. Palazzo nobiliare, immenso portone rinascimentale, batacchi colossali impolverati, pesanti, finestre accese su soffitti pazzeschi. Un sacco abbandonato di spazzatura, martoriato dagli uccelli, bottiglie di birra vuote accanto.

Crudeli alcuni, nei loro vestiti firmati; disperati altri, agli angoli delle strade con un pezzo di cartone. E nessuno che è più capace di parlare con nessun altro. Retorica questa cosa. Però mi viene in mente, non so. Ipocrita io stessa, con i jeans tutti rotti ma comprati rotti. Difficile tenere sempre il cuore pulito. Ci provo almeno, dai.

Sole maledetto. E cielo di un azzurro assurdo sul ponte Vittorio o come si chiama, che da lì arrivi un attimo in via Giulia.

Scuola ricominciata, giornate più brevi, fresco la mattina. Ancora abbronzata, carina un po’. Tornerà presto il mio colorito pallido, l’aria smunta. Ci mancavano gli occhiali. Che dietro le lenti se mi trucco neanche si vede. Tanto non mi guarda. Non si accorgerà neanche di questo. Che poi non mi trucco mai alla fine.

Oggi con Chicca a fare il terzo buco all’orecchio sinistro, nella parte alta della cartilagine. Mio padre non voleva ma tanto ho i capelli lunghi e stasera se rientro lo copro con quelli. Mi avevano detto che faceva gran male, ma non ho sentito niente. Forse sono più tosta di quello che penso. In che cosa però. Continuo a camminare.

Scuola ricominciata da pochi giorni. Sono arrivati i nuovi primini. Sconvolta da quanto sono piccoli, i maschi soprattutto. Bambini. Ci guardano come se fossimo persone famose. Tenerezza. Qualche anno fa eravamo così?

Lui no, ne sono sicura. O almeno non con quell’aria ingenua, curata, le guance rosse, i baffetti lunghi e radi sul labbro superiore.

Lo vedo da lontano. Già sono tutti davanti al bar. Domenica pomeriggio. La versione la copio dopo da qualcuno, magari da Adri che lei la fa sempre.

Oggi proprio studiare non ce la facevo, con quel sole maledetto e quel cielo e tutti quei pensieri nella testa che non entrava nient’altro. Mi chiedo se a qualcun altro capita questa cosa. Questa cosa delle emozioni, dico, che non ti fa studiare. E dire che una volta ho anche preso nove in latino. Però questa testa va per conto suo. Speravo mi fosse passata quest’estate. Speravo.

Mi avvicino, eccolo là. Lo riconosco da lontano, da come sta in piedi. Le mani sprofondate nelle tasche della giacca, i capelli scompigliati di fianco, sempre come se si fosse appena alzato dal letto, o come se avesse a lungo pensato e sofferto e valutato cose dense e importanti. Con le mani nei capelli.

Mi sforzo di guardare altrove. Saluto.

– Adri hai fatto greco?

– Si, solo non mi viene una frase.

– Vabbè.

Mi giro verso di lui. Mi sta guardando. Forse no.

Riunione. Roba seria, parlano del tetto crollato, agitati, agguerriti. Mi sforzo di ascoltare. Quello che dicono è giusto.

A casa da sola a volte mi va di cantare, scrivo delle cose. Mi vergogno quando c’è qualcuno, soprattutto mio fratello. Stanza vuota, senza mobili ancora. Solo una vecchia tastiera, piccola, che la dovrei buttare in realtà. Canto piano, nella stanza che rimbomba.

Mia madre dice che ho la voce di un angelo. Ma a me non piacciono gli angeli e forse io non piacerei a loro. Ascolto i Cranberries o i Guns o roba simile. Quando canto ho paura che quelli di sotto mi sentano, se li incontro faccio finta di niente.

Mi piacerebbe che un giorno lui mi sentisse cantare, le cose che scrivo. In inglese, perché mi riesce meglio. A volte anche pensare in inglese mi riesce meglio. Un po’ quello, un po’ che scrivo parole sfumate, vaghe, non si capisce bene di cosa parlano le mie canzoni. Forse giusto Chicca, che mi conosce, se le sentisse capirebbe.

Però no, mi vergogno. E poi che cosa assurda farle sentire a lui. Come se mi vedesse nuda, uguale. Peggio anzi. Banalità, pensieri, meandri della mia mente strana.

A lui importa della politica, delle ingiustizie sociali, della mancata presenza capillare sul territorio delle istituzioni, dei centri di aggregazione nelle periferie, della consapevolezza di classe e altre cose che dice sempre.

Legge molto. Cose complicate. Ma non va benissimo a scuola. Perché se non è d’accordo su qualcosa con i prof glielo dice in faccia. Con educazione ma glielo dice. E poi magari legge tutta la notte ma non ha fatto i compiti. Amore. Ti amo in un modo così irrisolvibile, così forte, che forse ne morirò.

Mi sforzo di stare attenta a quello che dicono.

Parlano di classi privilegiate, di edilizia pubblica, di sicurezza nelle scuole, di diritto allo studio. Gabo fuma e non dice niente. Giorgia come sempre è bellissima, gli occhi azzurri come i miei ma non ha mai le occhiaie e sembra più grande. Che cavolo ci sarà in quella classe che rende tutti così speciali. Sì, è in classe con lui. Tutte le mattine beata lei lo vede arrivare. I libri sbagliati, i capelli in disordine, la maglietta sgualcita in cui ha dormito. Io posso vederlo solo quando suona la campanella, se faccio in tempo ad arrivare al cortile e non c’è troppa ressa.

Lui parla, gli occhi lucidi, sembra che abbia la febbre. Gesticola, dice che i più forti devono avere cura dei più deboli in una società dove tutti se ne fregano di tutto. Dove nascere in un quartiere, in una casa piuttosto che in un’altra, importa. Dove siamo noi, i ragazzi, che dobbiamo fare la differenza.

Penso ai miei genitori, brava gente. Infelice. Onesti lavoratori un po’ indifferenti. Ufficio pulito, lavoro importante. Segretarie da pagare. Appuntamenti da rispettare. L’abito in tintoria. L’aperitivo che ci devi andare anche se non ti va. La faccia di mia madre quando ho detto che volevo farmi i mobili della stanza da sola, con i pallet che mi ha promesso quello del magazzino, in fondo al vicolo della palestra.

Come al solito mi hanno detto sì. Mi dicono sempre assurdamente sì. Dicono che mi devo esprimere. Ma si vede che fanno fatica. Esprimere cosa?

Penso a quanto poco parlo con loro. Forse anche loro sono chiusi in una gabbia. Quanto preferirei se fossero meno buoni con me. Qualcuno o qualcosa contro cui lottare, lavorare come cameriera, scappare di casa, lontano, non so.

Penso che sono piccola, poco interessante.

Ma lui no. E’ vivo, è sempre in pericolo. Genitori separati, casa vuota, a volte dorme fuori, si fa in quattro per tutti. Lo guardo di nascosto, con la maglietta leggera, inizia a fare freddo, ma lui non ha mai freddo.

Stanno prendendo una decisione, discussione animata, poteri forti, pericoli per la nostra scuola. Resistere, farsi sentire. Rischio, scuola pubblica, la nostra scuola, c’è nell’aria, vogliono portarci via la nostra scuola.

Pugnalata al cuore. Questa mi è arrivata forte. Il resto non è che ci capisco tanto, proprio tutto, no. Ma questo no, vi prego. Nessuno tocchi quel posto.

Voi, in giacca e cravatta, voi che dovete pagare le segretarie, non ho niente contro di voi, brava gente forse, magari non tutti. Alcuni come i miei genitori, sì, che ci permettono di essere, di fare, anche se non è che proprio ci capiscano.

L’unico posto dove mi sento adatta. Posto non perfetto, non rifinito, non risolto. I muri scrostati, le porte rotte, c’è qualche scritta che dice una cosa, qualche altra che dice il contrario. C’è tanta gente, tanti ragazzi, tanto di tutto.

Non c’è niente che mi faccia star male come i muri perfetti, le vite perfette delle persone perfette. Vi prego quel posto no. Potrei persino cantare là, forse, un giorno.

Farsi sentire, resistere, esistere. I grandi hanno deciso. Non si torna più indietro. Faremo dei forum, chiameremo i giornalisti. Voglio capire, partecipare.

Ora ho paura. Hanno rotto le serrature, sono con loro, siamo dentro.

Penso ai miei genitori. Non lo meritate. Perdonatemi. Ma non so se riuscirò mai ad avere un ufficio perfetto con muri perfetti. Però vi voglio bene.

Ma dicono i grandi, quelli del quinto, che c’è gente cattiva. Quelli sempre in giacca e cravatta, quelli degli aperitivi. Ma non quelli come i miei, che pagano tutte le tasse, che fanno fatica poi a pagare le segretarie.

Gente ricca, che vuole la scuola. La nostra scuola. Il nostro posto. Il nostro angolo. Con tanti posti, proprio il nostro. Mi metto in disparte a telefonare.

-Mamma, stasera non torno. Non ti arrabbiare, ti prego, abbiamo occupato.

Mi sento sfiorare una spalla, prendere per mano.

-Vieni, arrivano tutti, inizia la riunione. I capelli in disordine, gli occhi lucidi. Sembra che abbia la febbre.

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Discussioni

  1. Riesci a creare immagini con queste parole e sei bravissima nel farlo, nei crei tante suddivise e insieme in un piccola grande città che diventa il tuo racconto.
    Di occupazioni non ne ho mai fatte, posso immaginare le sensazioni e credo che tu le abbia rese bene.
    Roma purtroppo invece l’ho vista poco, sempre da turista, con occhi così incantanti da farmi ricordare Parigi, ma parola di amici romani, viverla è difficile, mi piace quindi come incastri queste due dinamiche di città. Brava!

    1. Grazie Marta del tuo apprezzamento che mi rende molto felice! È sempre bellissimo essere letti con interesse e ricevere attenzione e sensibilità! Grazie di cuore 🙂

  2. Grazie Tiziano della tua attenzione e dei tuoi commenti che sono sempre molto carini e in sintonia con quello che vorrei esprimere. Per me la magia è poter scrivere quello che sento e condividere qui in questo piccolo paradiso, insieme a tanti autori davvero molto molto bravi. Grazie davvero 🙂

  3. Spesso c’è una storia in primo piano e una che le fa da sfondo, come in questo caso. Sono due linee che vanno avanti senza sovrapporsi e quando si toccacono (come è accaduto nel finale di questo librick) si verifica una piccola magia.