FIGLIO DELL’INCUBO

Non ho più fiato. Sento il cuore battermi all’impazzata nel petto. L’aria sembra sempre più rarefatta. Le gambe si irrigidiscono di più ad ogni falcata. La vista si sta annebbiando. Corro, corro, corro, non so più neanche da quanto tempo, ma mi sembra di rimanere fermo. L’altro me mi ha quasi raggiunto. Non toccarmi! Non farmi del male! Aiut-

– Signor Wolf, sia chiaro che non l’abbiamo convocata per avere la Sua consulenza. Il caso per noi è chiuso. Riteniamo, dopotutto, che esaudire un innocente desiderio del nostro paziente possa aiutarlo a… elaborare il trauma. Abbiamo già avuto casi simili e alcuni di loro sono migliorati, seppur non in maniera decisiva, dopo aver visto realizzata una delle loro… ossessioni –

– Non si preoccupi, signorina…? –

– Mackenzie –

– Signorina Mackenzie. E di nome? – domandò l’investigatore Wolf, ammiccante.

– Per lei solo signorina Mackenzie – rispose l’infermiera tagliando corto.

– D’accordo. Ad ogni modo non si deve preoccupare. La mia consulenza non è gratuita –

L’infermiera Mackenzie accompagnò il detective Wolf nella camera del paziente. Il signor Andrew Foster era ricoverato nella clinica Lennox da ormai una settimana, ma il suo stato d’animo non sembrava migliorare. Questo era l’unico motivo di preoccupazione dei medici, poiché la sua storia clinica era impeccabile e, allo stesso modo, i valori risultati dai numerosi esami cui era stato sottoposto negli ultimi giorni, non riportavano anomalie. Era stato riscontrato solamente un aumento della pressione, probabilmente causa della condizione di ansia del paziente che, rinunciando a dormire, era poi stato vittima di forti allucinazioni. Ma tutto questo l’investigatore Dylan Wolf non lo sapeva. Aveva accettato l’invito a visitare il signor Foster, solamente perché recentemente non aveva avuto molto lavoro a cui dedicarsi ed era terribilmente annoiato.

– Signor Foster, sono Wolf. Dylan Wolf – si era annunciato entrando nella camera del paziente.

Il signor Foster aprì gli occhi lentamente e poi, con uno scatto, si voltò a fissare Wolf. Lo sguardo spiritato preannunciava le parole di un pazzo. Ma poiché il detective non era uso a giudizi avventati e non condivideva l’utilizzo comune della parola “pazzo”, si sedette e ascoltò il signor Foster come avrebbe fatto con un amico al bar.

– Dylan. Dylan Dog. Finalmente… – sussurrò il paziente a fatica, obnubilato dai farmaci che venivano continuamente stillati nelle sue vene tramite flebo. Wolf rimase interdetto.

– Non temere, con me il tuo segreto è al sicuro – continuò debolmente.

– Ci conosciamo? Nessuno mi chiama più così da… da quando ho lasciato Londra. Da… da quando l’ispettore Bloch… -. Ora era Wolf, pardon, Dog a non trovare le parole.

– Da quando l’ispettore Bloch è morto. So tutto, Dylan. Ero…sono un tuo grande ammiratore. Lo sono sempre stato. Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo –

– Preferirei essere chiamato Wolf, se non Le dispiace – lo interruppe bruscamente. – Come posso esserLe utile? –

– Dylan, nessuno qui mi crede. Solo tu puoi salvarmi! Sono intrappolato in un incubo… devi farmi uscire! –

Dylan sussultò di fronte a quella richiesta.

– Io n-non mi occupo più di questi casi -, tentò di giustificarsi.

– Lo farai dopo che avrai ascoltato la mia storia. Io e mia sorella, Giselle, abbiamo sempre avuto un dono. Lei vedeva nelle tenebre, riconosceva gli incubi e riusciva a farli sparire. Io invece… li creo. Ogni volta che mi addormento i miei sogni prendono vita, entrano nel mondo reale e gettano scompiglio. Lei è sempre stata lì per riacchiapparli e rigettarli nel luogo da cui sono venuti. Convieni anche tu, Dylan, che quando due mondi così diversi entrano in contatto non può scaturirne nulla di buono. Sogni e realtà devono restare separati. Questo era il compito di Giselle, che la sua anima riposi in pace. Ma da quando è morta i miei sogni sono a piede libero su questa terra. L’orrore ha preso forma e sta distruggendo tutto. Tu devi aiutarmi, Dylan! –

L’investigatore non rispose immediatamente, come per darsi il tempo di pensare. Ad occhi chiusi e con le mani giunte davanti al viso, sollevò una gamba e la appoggiò sul bracciolo della sedia su cui sedeva.

– Signor Foster, anche se i suoi sogni prendessero vita… in che modo potrebbero distruggere tutto? – domandò Dylan assecondando l’uomo che aveva davanti.

– Oh, Dylan… proprio tu, tra tutti, pensavo avresti compreso. Quando un sogno entra nel nostro mondo, vuole rimanerci e, per farlo, deve prendere il posto di quello che già ci vive. È una questione di equilibrio. Mettiamo caso che io sogni la signorina Mackenzie. Naturalmente non si tratterebbe della vera signorina Mackenzie, ma di una sua proiezione. Non possono esistere, però, due versioni della stessa persona nello stesso mondo, così alla sua copia, scaturita dal mio sogno, non resterebbe altro da fare che uccidere l’originale, in modo da continuare ad esistere. Mi segui, Dylan? – spiegò Foster accuratamente.

-Una sorta di autoaffermazione…- rimuginò Dylan sottovoce. – Che ne direbbe se per questa notte rimanessi qui con Lei, signor Foster? La proteggerò io dai Suoi incubi – propose Dylan.

– Dylan, sarebbe fantastico! Grazie…grazie… – sussurrò emozionato il paziente.

I medici della clinica accettarono la trovata proposta da Wolf e diedero le disposizioni per la notte: Wolf avrebbe dormito sulla poltroncina nella stanza del signor Foster.

Erano solo le 21 quando il signor Foster si addormentò, cullato dolcemente dai sonniferi, senza i quali non avrebbe potuto prendere sonno. Dylan rimase sveglio a vegliare sul paziente fino a mezzanotte, ma non accadde nulla: il signor Foster dormiva beato. Fu solamente poco dopo le due che qualcosa catturò l’attenzione di Dylan. Dei passi nel corridoio lo incuriosirono, perciò si alzò dalla poltrona e andò a verificare di chi si trattasse. Non vedendo nessuno, rientrò nella stanza, ma con sua grande sorpresa trovò la poltrona già occupata da… se stesso! Dylan Dog, Wolf o comunque si chiamasse, stava in piedi e guardava in faccia se stesso.

Com’è possibile? Dunque, il signor Foster diceva la verità?

L’uomo in poltrona sfilò lentamente qualcosa dalla tasca della giacca e sparò al Dylan in piedi. Quest’ultimo riuscì a evitare il proiettile appena in tempo e corse fuori dalla stanza. Dylan era inseguito da Dylan.

Non può essere! Non è possibile! Io sono io. Ma allora quello chi è?

Chiunque fosse era molto veloce ed era armato. Mentre lui non aveva altro che un taccuino nella tasca della giacca. Uscì dalla clinica e corse per strada senza incontrare nessuno per quelli che a lui sembrarono diversi chilometri. Due, tre o cento, chi poteva dirlo? Presto si ritrovò in un tunnel che diventava sempre più stretto e sempre più buio, fino a che dovette fermarsi, poiché non si vedeva a un palmo di naso. Una mano lo toccò sulla spalla, facendolo trasalire e quando si voltò, improvvisamente tornò a vedere. Chi altri poteva essere se non il suo inseguitore, ovvero se stesso?

– Non puoi scappare. Io sono te, ti troverò sempre –

– Ma che diavolo vuoi? –

– Ucciderti, ovviamente –

– N-no… Non farlo, non è necessario. Possiamo convivere. Alla fine, che sarà mai? Due facce della stessa medaglia – Dylan, l’originale, stava cercando di distrarre quell’altro e ci riuscì, sottraendogli la pistola con agilità. – Adesso non ridi più, eh, impostore? –

– Puoi credere quello che vuoi, Dylan Wolf. Puoi anche uccidermi adesso, se ti va. Ma io sono te, dentro di te e fuori di te –

– Io non sono mai fuori di me –

– Tutti lo sono un po’. In ogni caso, uccidimi, ma non ti disferai di me. Tu sei e sempre sarai Dylan Dog. Non importa in quale tempo e universo ti trovi, o quanto forte corri. Io sono te. Tu sei tu. Noi siamo… –

Dylan sparò e gettò la pistola ai piedi dell’altro Dylan, esanime. Percorse il tunnel a ritroso, scoprendo che in realtà non era così lungo come gli era sembrato prima. Fuori cominciava ad albeggiare. Una volta rientrato alla clinica, si lasciò vincere dal sonno.

La mattina dopo fu svegliato dal vociare delle infermiere e, ancora non del tutto sveglio, apprese della morte del signor Foster, l’ultimo a ricordare le gesta e il nome dell’indagatore dell’incubo. Non avrebbe più dovuto proteggerlo dagli incubi. Con lui se ne andavano i sogni, l’orrore e anche Dylan Dog, mentre rimaneva Dylan Wolf.

Già, ma chi proteggerà me dai miei? 



[Dedicato, nonché liberamente ispirato al mio mito: “l’indagatore dell’incubo”, Dylan Dog.]

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Commenti

  1. Micol Fusca

    Ciao Erica, quella di scegliere un mito per protagonista è stata una scelta coraggiosa. Trovo che tu abbia costruito il racconto attorno al personaggio rendendolo credibile: complimenti

    1. Erica Conti Post author

      Ciao Micol e grazie del commento! Sono davvero felice che il racconto ti sia piaciuto. Questo Lab è stato un po’ una sfida, ma la voglia di dedicare una storia a Dylan Dog era troppa 🙂

  2. Cristina Biolcati

    Il sogno, l’incubo, il doppio di un personaggio, sono tematiche che intrigano. Tu sei riuscita a creare un’atmosfera di suspense praticamente solo coi dialoghi. O meglio, prevalentemente coi dialoghi. E non è scontato, riuscire ad entrare così bene nella scena. Sebbene sia ispirato al tuo mito, come dici in calce, e quindi abbia una certa impronta, il racconto denota fantasia e abilità di organizzazione. Brava! Un saluto.

    1. Erica Conti Post author

      Ciao Cristina,
      grazie mille! Il tuo commento mi fa infinitamente piacere. Usare Dylan Dog come protagonista di questo Lab è stato sicuramente un rischio, sono contenta che il riscontro sia positivo 🙂