Garibaldi in Trivena

Serie: L'eredità di Giacomo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Marta decide di prolungare la sua permanenza fino al lunedì mattina

Ero impaziente di far conoscere a Marta i miei nuovi amici così proposi di scendere al ristorante a bere qualcosa.

Il bar era quasi vuoto, solo qualche turista, contento di contemplare i monti senza affrontarne le asperità, era seduto ai tavolini nel giardino. Ci sistemammo anche noi all’aperto, a un tavolo che un alto abete, con la sua ombra, proteggeva dal sole. Poco dopo, finito di riordinare, ci raggiunsero Piero, con caffè e grappe, e Marisa con un vassoio di dolci. Marta e Marisa, come si conoscessero da sempre, si persero in un fitto chiacchiericcio, interrotto solo per comunicarci che l’indomani avremmo cenato assieme.

Per il pranzo della domenica proposi a Marta e Jűrgen di salire in Trivena e Marisa mi stupì, dicendo che era da troppo tempo che non ci andava e che le sarebbe piaciuto unirsi a noi. Piero se la sarebbe cavata benissimo con l’aiuto di Laura, una loro giovane nipote. Fissammo la partenza alle 10:30, un’ora da turisti padani, così da arrivare al rifugio giusto in tempo per sederci a tavola. Salutandoci Piero mi ringraziò: «Marisa non si muove mai, Marta deve esserle molto simpatica per unirsi a voi. Non immagini quanto mi faccia piacere.»

«A me spiace solo che non ci sia anche tu, ma confido che almeno saprai confezionare un’ottima cena.» scherzai.

«Ho ancora del cervo, ucciso da me, col dovuto rispetto, e i primi funghi della valle raccolti da amici, la polenta è una mia specialità, ma domani la mangerai “concia” e rimarrai stupito da quanto è buona e così tornerai.» strizzò l’occhio.

Quando cominciammo la salita ero preoccupato per Jűrgen, vista l’età, ma anche per le ragazze, poiché il tragitto, seppur breve, era abbastanza impegnativo. Mi indispettii rendendomi conto che tutti erano più baldanzosi di me. Anche il dottore, quasi ottantenne, saliva con passo spedito, senza ansare come facevo io. Le ragazze, poi, sembravano farfalle che volavano di fiore in fiore, perse nel loro chiacchierare, interrotto spesso da argentine risate che si confondevano con l’allegro gorgoglio del torrente. 

Ero felice? Si, ero felice.

Arrivammo al rifugio prima di mezzogiorno. Marta era entusiasta di ciò che la circondava: il cielo limpido, le rocce impervie, il verde dei prati e dei boschi e il rifugio! Non era mai entrata in un rifugio di montagna e l’accoglienza dei gestori e la socialità dei clienti la conquistarono. Jűrgen era raggiante: «Devo ringraziarti Thomas. Giacomo mi aveva trascinato qui circa vent’anni fa e non avrei mai pensato che ci sarei tornato. È un posto meraviglioso e, guardando Marta, rivedo l’emozione provata tanti anni fa.»

Gabriele, quando vide Marisa, si mise a urlare.

«Davide, Davide! C’è la tua maestra vieni a salutarla.»

Il fratello più giovane uscì dalla cucina, visibilmente raggiante, ma quasi confuso: era evidente che la cotta per la sua maestra non gli era ancora passata.

«Davidino, ma quanto sei cresciuto? Ora si puoi invitarmi a ballare!» esordì Marisa. Il ragazzo arrossì, meritandosi tutta la nostra simpatia, e, dopo che ci liberò un tavolo, fu irremovibile nel volerci offrire l’aperitivo.

Nel locale, pieno di gente vociante, si riusciva a capirsi solo parlando ad alta voce, ne conseguiva che tutti urlassero. Dal tavolo vicino al nostro due uomini dialogavano a distanza con altri nei pressi del bancone, Marisa li zittì scherzosamente: «Garibaldi, sempre voi a fare casino! Quando restate a valle questo è un posto tranquillo.»

«Giusto Marisa! Gabriele, porta una birra alla maestra che dopo canta con noi.» le rispose uno dei due.

«Dai Umberto, lo sai che sono astemia!»

«Si astemia!» esclamò, l’altro «Mi ricordo ancora Piero che ti trascinava via dopo la messa di Natale mentre tu volevi un altro bicchiere di brulè.»

«Ma che c’entra, Fausto! Faceva un freddo cane, serviva solo per scaldarmi.» si difese Marisa, fingendosi indignata.

Tutti ridevano, gestori compresi.

«Ma Garibaldi è il cognome?» chiesi incuriosito.

«No, è un soprannome che distingue la loro famiglia da quando un antenato fece da guida ai garibaldini nel 1866. Sono in sei, tra fratelli e sorelle, ma, se le ragazze sono a modo, i maschi sono piuttosto vivaci. Qua sono in due, ti lascio immaginare quando sono in quattro. Però sono simpatici e con loro non c’è tristezza che tenga.» mi spiegò Marisa.

«Un’altra birra alla maestra, per meriti didattici, e una per il giovanotto e i suoi amici che non conoscevano la storia.» Urlò Fausto, che aveva ascoltato con attenzione.

Da quel momento fraternizzare con tutti fu facile: i “Garibaldi” si sedettero al nostro tavolo e birre e prosecchi affluirono in quantità esagerata, anche per me, ex principe di un bancone di birreria.

Con la scusa di uscire a fumare, presi la mano di Marta e la portai con me all’esterno. Le indicai il Cop di Breguzzo, la mia prima cima.

«Sei salito lassù da solo? È tutta roccia, come hai fatto?»

«Non è difficile come sembra da qua, c’è una traccia ben segnata e con un po’ di attenzione si arriva in vetta. Ci andremo assieme, quando tornerai.»

Restò pensosa, solo un attimo.

«Dovrò farmi aiutare da Marisa a scegliere un buon equipaggiamento, le cose che mi ha prestato oggi sono ottime: sia gli scarponi che l’abbigliamento.»

Quelle poche parole confermavano la sua volontà di tornare, di dividere la vita con me, nella valle che, ne ero sicuro, avrebbe visto crescere i nostri figli. La abbracciai e lei mi strinse forte.

Il pranzo fu ottimo, come sempre. Anche Marisa, cuoca esperta, lo confermò: «Sono piatti semplici, tradizionali, ma, preparati con la dovuta cura lasciano sempre soddisfatti.» Marta e Jűrgen approvarono: lei aveva particolarmente gradito i canederli, lui, che già li conosceva col nome di knödel disse di essersi innamorato della polenta carbonera.

Intravidi Jűrgen che si avviava al bancone e, compreso il suo intento, scambiai un cenno di intesa con Gabriele che alla richiesta del conto, fingendo di non aver capito, gli servì un grappino rispondendo alle sue richieste con un «Ich verstehe nicht» che fece ridere tutti, anche il dottore, che accettò con un’imprecazione in tedesco la leggera presa in giro.

Dopo aver gustato la proverbiale grappa al mugo, offerta dai gestori al momento dei saluti, ci avviammo a valle.

Continua...

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Discussioni

  1. Bella questa escursione in montagna, coronata da un pranzo con i prodotti tipici del luogo 😋(buoni soprattutto il vin brulé e la polenta): un momento di felicità dato dal calore dell’amicizia. Bravo, Giuseppe!🙂

  2. Mi piace come la storia stia scivolando verso una sorta di lieto fine, a meno che l’autore non ci stia riservando un colpo di scena 🙂
    Nel precedente episodio abbiamo scoperto, noi insieme al protagonista, di essere diventati improvvisamente facoltosi e possessori di case!
    In questo episodio, invece, gustiamo tutto quello che è il buon sapore delle tue montagne e ci sentiamo felici insieme a Thomas.

  3. “Le ragazze, poi, sembravano farfalle che volavano di fiore in fiore, perse nel loro chiacchierare, interrotto spesso da argentine risate che si confondevano con l’allegro gorgoglio del torrente. Ero felice? Si, ero felice.”
    Spesso ci chiediamo cosa sia la felicità. Eccola❤️

  4. I rifugi in montagna mi fanno sognare, evadere, per viaggiare verso paradisi verdi, che sembrano ancora poco contaminati. Mi hai riportato ad Acatú, il rifugio (a Monzuno), dove, tra settembre e ottobre 2025, abbiamo trascorso alcuni giorni indimenticabili.
    Grazie Giuseppe.