Il Bianco

Serie: Il Vincolo


Balbano, 24 Dicembre 2019
Ore 20:41

Il corridoio Bianco della casa di cura, in prospettiva kubrickiana, incombeva granitico e impietoso sulla mia figura che si faceva sempre più piccola e inerme.
Un candore assordante e gravoso, sostenuto dal caldo malsano e spropositato di cui era intrisa l’aria polverosa sparata dai fancoil vecchi di quarant’anni di quel fatiscente istituto psichiatrico che si vantava oltraggiosamente, definendosi con appellativi iperbolici e mendaci quali: “villa”; “discreta”; “elegante”.
In fondo a quell’interminabile e angusto andito si aprivano una porta a destra e una a sinistra. Davanti, inchiodato al muro, un crocefisso orrendo e disadorno, senza Cristo; solo una croce anonima e verdastra. D’improvviso quell’arnese iniziò a vorticare su se stesso come un’elica, sempre più veloce, sempre più ipnotico, rendendo tutto quel Bianco intorno a me vivo e opprimente; le pareti iniziarono a gonfiare come schiuma poliuretanica, ad assorbire spazio e ossigeno. 
La
mia testa sembrava riempirsi altrettanto.
Avevo appena lasciato la stanza di mia madre senza proferire parola, sconfitto. Dietro di me, in quella camera, lasciavo qualcosa che non riuscivo ad accettare; davanti a me, nel corridoio, prendeva forma qualcosa che non riuscivo a comprendere.
Mi sentivo esplodere, pressato da quelle forme che da muri si facevano soffocante ovatta.
Quando il Bianco mi raggiunse, ne venni sopraffatto.
Entrò nella mia bocca, impedendomi di respirare, penetrò i miei occhi, rendendomi cieco, filtrò da ogni poro della pelle, assorbendomi; il Bianco mi strinse, mi annientò, mi ghermì.
Infine, divenne parte di me.
Riuscivo solo a visualizzare il crocefisso roteante che, vorticando su se stesso, cambiava forma e assumeva le sembianze di un cerchio, ancora sugli stessi toni di verde smunto, sul quale si stagliava come in un bassorilievo una figura stilizzata e primitiva, così semplice e terrificante, immobile e lapidaria ma viva e potentissima, fredda e magnetica, pulsante d’odio nella sua staticità.
Ero invaso dal Bianco eppure vedevo.
E tutto l’orrore che quell’immagine antichissima e immonda scatenava in me si tramutava in crudeltà feroce, una discesa nell’universo della sofferenza.
Venni divorato, spogliato di ogni ricordo, di ogni memoria; lentamente dimenticato.  
La caduta nell’oblio fu interminabile. La mia coscienza sospesa e nondimeno il tempo, che si dimostrò quell’inutile convenzione umana atta a cercare disperatamente di misurare, conservare, forse raccogliere qualcosa che fugge tra le mani come sabbia; qualcosa che non si può trattenere, che va inesorabilmente nella sua direzione e una volta passato non torna mai più, lasciandoci soli e impotenti dinnanzi al nostro beffardo e ingeneroso destino, che pone tutti nella stessa condizione: siamo passeggeri.
Ma
per me quella non era la fine: era molto peggio.

Perso tra i meandri di una nuova dimensione al di fuori da ogni contesto razionale, ritenni che fosse sopraggiunta la morte, che mi avesse colto un malore o che una crisi di nervi avesse innescato il blackout del mio cervello, precipitandomi in questo bizzarro caleidoscopio di sensazioni impronunciabili.
No, era tutto reale; se per reale vogliamo includere ciò che ancora della nostra percezione non è esplorato.
Iniziai a sentire un canto, che da eco lontana si tramutò in una litania tribale sempre più vicina; mi sembrò di ricordare qualche sonorità, finanche qualche parola, riconoscendola, man mano che si faceva più nitida come lingua irochese. Non ero certo di niente in quel momento, ma potevo giurare di aver già udito qualcosa di quella pronuncia. 
Ma era così sinistra, un nefasto canto di morte, un’impietosa condanna rituale; non avevo mai sentito tanto risentimento, tanto disprezzo, tanta malvagità, in un canto tribale irochese; in nessun canto nativo americano.
Quando divenne assordante, il simbolo si fermò: rivelò una bizzarra figura umanoide con le labbra enormi e lo sguardo severo, la testa sproporzionata al confronto del corpicino esile, accovacciata, inscritta nel cerchio decorato da due figure, forse dei relitti, alati, a bocca aperta e con artigli selvaggi.
Lo stile, anch’esso, irochese.

Cosa significava? C’erano davvero tutti gli elementi per dire che si trattava di una crisi psicotica: ricordi del mio lavoro, retaggi religiosi che confluiscono nell’incubo, tutto quel Bianco a simboleggiare l’ansia e l’angoscia, le certezze e il tempo che vanno in frantumi.
Eppure, come detto, questa ovvia tesi fu smentita da ciò che stava per avvenire.

Riuscivo a percepire il sonno, come se fosse mattina presto, qualche istante prima di alzarsi, mentre ci si gode la beatitudine degli ultimi attimi avvolti tra le coperte, posticipando l’appuntamento con la quotidianità. 
D’un tratto sentii un freddo sempre più pungente che batteva insistentemente sul mio viso; quindi presi coscienza, in un lento risveglio del mio corpo: ero fradicio. 
La mia schiena non era poggiata su di un materasso, ma su qualcosa di viscido e congelato, come se mi fossi addormentato in una vasca piena di fango.
Ero dolorante, le mie gambe parevano bruciare da quanto erano fredde. Piedi e mani nemmeno li sentivo.
Aprii gli occhi e vidi buio, mi cadde un fiocco di neve sulla faccia, poi due, cento, mille.
Sentivo rumore d’acqua, alzai il collo e compresi: ero sdraiato in un fosso, sul ciglio di una strada, di notte, sotto una nevicata fitta, stordito più di quando, fatto sempre più frequente, mi rovinavo per tutta la sera con whiskey e benzodiazepine.
Mal di testa lancinante e quel simbolo che rimaneva impresso e doloroso, come un marchio a fuoco nel cervello. Lo continuavo a vedere, battendo le palpebre, come quando si rimane qualche secondo a guardare una lampadina o si passano troppe ore ai videogames.
Non c’erano lampioni, non c’era la luna: così che il buio era sovrano di quello spazio a me sconosciuto dove avevo appena ripreso conoscenza. Mi tirai su, seduto, intorpidito dalle acque limacciose e gelide di quel canale pieno di erbacce. 
Non prestai molta attenzione alla mia ipotermia poiché l’assurdità della situazione prevaricava la mia capacità di razionalizzare. 
Come facevo ad essere finito in quel fosso? Dove era quel fosso? Da quanto tempo ero lì? Che cosa era successo nel corridoio? Stavo ancora sognando? Ho guidato o camminato mentre vedevo quel simbolo? Troppe domande assieme confluivano nella mia testa confusa e dolorante. 
Era troppo per me, tanto che vomitai. 
Stavo morendo congelato ma non me ne fregava più niente. Avrei voluto soltanto chiudere di nuovo gli occhi e che tutto finisse. Tutta quella neve, quell’aria intensa e congelata, quell’umido dentro le ossa. 
Gli interrogativi cessarono di tormentarmi non appena da una curva vidi avanzare la luce di due fari, accompagnata da un suono che riconobbi subito: il rumore di un V8. Ho sempre adorato quella melodia meccanica – rappresenta un classico – quel fascino che subisce chi è soggetto ad una certa passione per l’America come tutti quelli della mia generazione figlia dell’A-Team. 
Ebbene, che curioso sentire un vero otto cilindri ruggire da queste parti, una rarità! 
Sbucò dalla curva un pick-up enorme, vecchio, con un muso squadrato e una forma abbastanza anonima, semplicemente bellissimo. Non appena i fari puntarono verso di me, sopra al tettino si avviarono lampeggianti blu e rossi: mi chiesi se era uno scherzo, se il padrone di quel cassone fosse un goliardico appassionato di ingialliti polizieschi come me. 
Il pick-up si fermò e sulla fiancata riuscii a scorgere la livrea beige e bianca, la decalcomania con un logo istituzionale e la scritta Arden County Sheriff, NY, e un numero di telefono oltre al più noto 911. 
Un momento, ma che roba è? 
Questo tizio era pazzo, altro che appassionato. Oppure andava ad un raduno, non lo so. La testa mi scoppiava e mi veniva perfino da ridere, ero quasi divertito. 
Sportello cigolante, scende uno stivale camperos, poi l’altro. Dai, non è possibile, a che ridicola scena stavo assistendo? 
Questa figura fa il giro della macchina e mi si palesa davanti con una torcia puntata in faccia. 
Vidi a malapena la sagoma ed era piuttosto massiccia, alta, vestita pesante, si direbbe avesse un cappello in testa, una specie di colbacco. 
Mi parlò in inglese.

“Rispondi, amico. Chi diavolo sei? Perchè mi fissi così? Sei ubriaco? Ti sei drogato? Hai avuto un incidente? Guarda che non ho molta pazienza e non ho nemmeno tempo da perdere. Stammi a sentire, se ti senti male almeno fammi un cenno. Intanto chiamo un’ambulanza? Ascolta, con quella faccia del cazzo peggiori le cose, dammi una mano anche tu, che nevica. Non ho tempo. Nessuno ha tempo la vigilia di Natale. E tu che fai lì nel fosso? Sei solo? Sei di qua?”

I lampeggianti volteggiavano e ben presto mi ricordarono il simbolo irochese roteante, così che il divertimento finì drasticamente. Iniziai come a comprendere che c’era qualcosa che non andava, che quell’uomo davanti a me, al margine della strada, probabilmente non stava scherzando. 
La situazione girava male. 
Questo era un delinquente? Un maniaco? No, era diverso. Era tutto troppo diverso. 
Quel tizio era un poliziotto davvero? Allora dove diavolo ero? 
Ma era nell’aria la vera differenza: era in ciò che mi circondava, c’era qualcosa di terribile, una plumbea atmosfera, una sensazione di sospensione, una disperazione tangibile, come muffa nera che si propaga in un sottoscala. E quel cazzo di sottoscala era la realtà. 

Serie: Il Vincolo


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Horror, Sci-Fi

Discussioni

  1. Non mi ero sbagliato né su questa serie né, soprattutto, su di te. Intanto un plauso va fatto alla “pulizia” del testo: descrizioni (interne ed esterne) molto fluide e punteggiatura deliziosa. Faccio questa premessa perché sono elementi a cui tengo particolarmente, specie se padroneggiate in questo modo.
    L’episodio è parecchio suggestivo e mi ha ricordato lo stile del mio “Awakening” (perdona l’associazione). Questi intrecci introspettivi vissuti dal protagonista, questo perdersi nella sua mente, nei suoi pensieri, non hanno fatto altro che “vincolarmi” ancor più alla vicenda narrata. C’è un nonsoché di Lovecraftiano in alcune parti, ma c’è anche una certa conoscenza psicoanalitica.
    La frase “Era invaso dal bianco eppure vedevo” è davvero significativa: non il nero, ma il bianco… forse un’oscurità ben peggiore. Bravo, al prossimo episodio!

  2. Ciao Michele, sono curiosa di scoprire se i fatti descritti nell’intera serie si svolgeranno il 24 Dicembre… Il giorno più lungo dell’anno, per il tuo povero protagonista. Hai gestito bene il filo del rasoio: follia, allucinazione, sogno, realtà… Lovecraftiano…

  3. Lo smarrimento del protagonista, uomo disorientato e confuso, è il centro di una storia onirica e surreale, in cui l’ambientazione è il vero enigma da risolvere. Chissà come è arrivato li e chissà come se ne andrà. Lo scopriremo nella prossima puntata?