Il boss, il vecchio, e l’ingannevole toro

Serie: Helena Everblue


La sera successiva alla festa di fidanzamento, Hector Everblue si presentò nelle stanze private di Helena. La fanciulla fu costretta ad assistere allo spettacolo di un vecchio in vestaglia. La pelle rugosa e le sopracciglia cascanti. I dottori di corte dovevano averlo imbottito con ogni sorta di pozione e pastiglie, ma il bastone della fertilità faticava a rizzarsi.

Helena si rannicchiò tra le coperte. «Vi prego, padre, non sono pronta!».

«Non devi preoccuparti, figlia mia, starò attento».

Erano l’immagine dell’orco e della bambina, ancestrale memoria eterna narrata nelle fiabe.

«Padre, voi non capite!».

La giovane sentì il decrepito corpo cascante che si strusciava sulle sue curve acerbe, percepì il risveglio del bastone e spinse l’orrido orco lontano da sé.

«Helena!» si lamentò questi, come la stesse rimproverando per una marachella. «Ne abbiamo già parlato. Dobbiamo prenderci le nostre responsabilità, qualunque esse siano».

«Non posso darvi un erede! Non posso».

Il tono di voce del sovrano si fece aspro. «Dovrai farlo!» ribatté. «Proveremo ogni notte finché non avremo successo. Per il popolo, contro l’oscurità».

A quel punto, Helena sputò un segreto che fino a quel momento aveva condiviso solo con Jade, la donna che l’aveva cresciuta in seguito alla morte della madre.

«Guardate il mio aspetto, padre! Sono una bambina, non una donna; i giorni del sangue non hanno ancora intaccato la mia purezza».

Il viso del re s’accartocciò nello stupore. «Ma che stai dicendo? Hai diciotto anni!».

«Mi dispiace, padre. C’è qualcosa in me che non funziona».

Simile a un vecchio serpente stanco, il re scivolò via dal letto.

«Voglio sperare che tu non mi stia raccontando menzogne! In caso diverso, ricorda che non stai facendo un dispetto a me: stai ingannando il nostro popolo, lo stai condannando a una notte senza fine!».

«Non vi sto ingannando!».

Prima di abbandonare la stanza, Hector Everblue le promise che avrebbe verificato la veridicità delle sue affermazioni.

Quando la porta si richiuse con un tonfo, Helena lasciò che il pianto si sfogasse; almeno quella parte di sé voleva fosse libera.

***

La dama nera confermò ogni singola parola della giovane, e il re non aveva motivo per dubitare di lei.

Ordinò che tutti i medici e i luminari dell’intero New Mondo si occupassero del problema di Helena. La giovane sopportò visite su visite, esperimenti su esperimenti. La sera si accasciava esausta tra le braccia di Jade. Le mani ruvide della dama guerriera le accarezzavano i capelli e si addormentava al suono delle storie dell’antica stirpe di cui lei e l’Osservatore Geremia erano gli ultimi eredi. Mostri ed eroi, dame senza macchia. Non le importava se fossero reali o inventate, in esse trovava rifugio, una scappatoia dal fato.

«Ricordate il racconto di Leia e il re pallido?» le chiese Jade durante una sera non diversa da altre.

«Certo che ricordo!» confermò. «Il re aveva una bellissima figlia, splendida oltre ogni dire. La rinchiuse nella torre più alta del castello in modo che nessuno al di fuori di lui potesse godere della sua bellezza».

«Ricordate anche come riuscì a fuggire da quella prigione?».

«Certo! Aggrappandosi a una piuma di colomba che una volta sfiorata la supeficie del mare si trasformò in una piccola barca».

La dama nera annuì sorridendo. «Purtroppo abbiamo scoperto che il vostro problema di fertilità potrebbe non essere curabile».

«Non m’importa».

«Non potrete avere figli, principessa Helena! Lo capite?».

«L’avete già detto a mio padre?».

«Non ancora, ma prima o poi qualcuno lo farà».

La fanciulla era combattuta tra emozioni in contrasto, si sentì sollevata e triste al contempo.

Jade la costrinse a guardarla dritto negli occhi: iridi nere e iridi blu.

«Non credo che vostra maestà la prenderà bene».

«Dimmi, Jade, cosa dovrei fare?».

«Dovrete fare quel che fece Leia! Fuggire dalla torre». 

***

Quando le ombre di Cho fecero scorrere il chiavistello che teneva imprigionato Jonathan Bull, il sole si limitò a sputacchiare i suoi raggi senza troppa convinzione.

Jonathan inaugurò  la ritrovata libertà con un grumo di catarro carico di sdegno, quindi prese a ciondolare senza una meta. Le nuvole dense che attraversavano il cielo erano lo specchio del suo stato d’animo. Si sfregò gli occhi e sbuffò. Quando un vecchio ebbe la malaugurata sorte di sfiorarlo con una mano, lo spintonò con tanta violenza da farlo finire gambe all’aria tra un mucchio di rifiuti. Un grosso topo squittì infilandosi in un tombino.

«Ma che ca…» Forse il vecchio avrebbe voluto aggiungere qualche altra parola, ma di fronte alla mole bovina che lo sovrastava preferì cucirsi le labbra.

Lasciatosi alle spalle quel piccolo contrattempo, Jonathan riprese a camminare. Teneva lo sguardo fisso a terra, sugli scarponi che disegnavano solchi nella polvere.

«Ehi, tu!» Il suono sgarbato di una voce alle sue spalle.

«Togliti dalle scatole, amico» ribatté preparandosi ad affrontare quell’ennesimo scocciatore. Le unghie sprofondarono nella carne tra i palmi. I pochi denti superstiti stridettero nella bocca maleodorante.

«Se chiederai scusa al mio socio» lo minacciò lo scocciatore, «fingerò che non sia successo niente».

Jonathan Bull spalancò gli occhi. Davanti a lui troneggiava il ruba fanciulle in persona. Il maledetto merluzzaro. Ed era grosso, dannatamente grosso. In uno scontro diretto non avrebbe mai avuto la meglio.

Il vecchio che pochi minuti prima aveva gettato tra la spazzatura, fece capolino da un angolo.

«Lascia perdere capo» disse togliendosi una lisca di pesce che gli si era appiccicata alle brache. «Non ci faccio niente con le scuse! Mettiamoci al lavoro piuttosto».

«Parole sante, Markus» annuì Hugo. «Adesso che Lhara non c’è più siamo nuovamente da soli, io e te».

«Quella marmocchia?! Ci rallentava quella, altro che storie!».

La consapevolezza colmò il cuore nero di Jonathan facendolo sussultare. La sua Lhara ridotta a merce. La preziosissima merce di Cho.

«Allora! Hai intenzione di scusarti o dobbiamo sistemare la questione da uomini?».

Non temere, gigante. La sistemeremo la questione, la sistemeremo eccome.

«Perdonatemi, signore!» Jonathan il toro si prostrò a terra; riusciva quasi a vedere la frenesia degli insetti che zampettavano nel minuscolo mondo sotto le suole. «In verità volevo solo attirare la vostra attenzione».

«Strano modo per attirare l’attenzione» mugugnò Markus tutt’altro che convinto.

Hugo soffiò il principio di una risatina monca. «Bene!» esclamò. «Hai la mia attenzione. Parla!».

«Ho bisogno di un lavoro, signore» rivelò Jonathan tenendo il volto incollato a terra per celare il ghigno che stava nascendo sulle labbra. «Sono volenteroso e non mi stanco mai».

«Potrebbe essere una buona idea» rifletté il vecchio Markus. «Guarda capo, tiene due spalle che sembrano fatte per trasportare casse belle piene, altro che la marmocchia!».

«Usa un’altra volta quella parola e sarò io stesso a buttarti tra la spazzatura, ma con le braccia spezzate».

Alle orecchie di Jonathan giunsero mugugni di protesta; immaginò il vecchio che accartocciava le labbra in un’espressione in bilico tra la rabbia e l’offesa. «Io non so niente di quella Lhara» mentì. «Ma lavoro sodo!».

I mugugni lasciarono il posto allo scalpiccio di passi che si allontanavano. Jonathan Bull sollevò la testa.

«Hai intenzione di muovere il culo o preferisci continuare a leccare la terra?» gli chiese Hugo. «Abbiamo un sacco di lavoro…come cazzo ti chiami?».

«Jonathan! Jonathan Bull».

«Proprio così» fece eco Markus. «Un sacco di lavoro, Jonathan Bull, e pochi gialli in cambio».

Mentre si allontanava con i suoi nuovi soci, l’uomo senza maschera pensava che la vendetta lo avrebbe ripagato di ogni singola ora trascorsa tra la puzza di pesce marcio.

***

Lavorare alle dipendenze di Hugo non era poi così male; Jonathan non si lamentava mai per le casse di pesce che era costretto a trasportare un giorno sì e un altro anche, lo aiutavano a ingannare i pensieri. E l’inganno fu talmente efficace che pian piano il desiderio di vendetta si trasformò in un brusio nascosto, una vibrazione in profondità. Il sudore, le spalle doloranti e le fitte alla schiena aveva preso il suo posto. Ma è raro che l’oscurità riposi a lungo, quindi non tramontarono troppi soli prima che quella celata nel cuore di Jonathan tornasse a rosicchiargli il cervello. Fu una fanciulla a risvegliarla: una fanciulla rannicchiata in un angolo polveroso.

Serie: Helena Everblue


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Horror, Narrativa

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Discussioni

  1. “l’inganno fu talmente efficace che pian piano il desiderio di vendetta si trasformò in un brusio nascosto, una vibrazione in profondità. Il sudore, le spalle doloranti e le fitte alla schiena aveva preso il suo posto”
    In questo passaggio scorgo il disegno di una trama ragionata e immaginata, prima che scritta. I nodi seminato lungo il percorso trovano una loro ragione di esistere. Grande Dario 👏

    1. Ciao @sergiosimioni, rispondo qui a tutti i tuoi graditissimi commenti.😊 Mi auguro che il proseguo non ti deluda. Come ho già detto ad altri, non mancheranno le sorprese…e la soluzione dei misteri non tarderà ad arrivare.😁

  2. Ciao Dario, piacevole escursus su Jonathan Bull che ci tornerà di certo utile in futuro?, ma la cosa che più mi incuriosisce è ovviamente il frammento finale, un buon gancio per il seguito, e non vedo l’ora?

    1. Ciao Tonino, chissà che non sia proprio Jonathan Bull il vero protagonista di questa serie…chissà.?

  3. Ciao Dario, è sempre un piacere leggerti e questa serie sta diventando il tuo fiore all’occhiello (il pesce, nell’occhiello, non ci stava ;D ) Mi piace molto la tua prosa senza tanti giri di parole, arriva direttamente come una stilettata ed è questo che rende particolare il tuo stile. Quanto alla storia, come ho detto in uno dei commenti/frasi qui sotto il ciclo riprende da dove era iniziato. Ora, sono curiosissima

    1. Carissima Micol, non serve che ribadisca il fatto che la stima è assolutamente reciproca. Ormai per me sei Micol la Narratrice.?
      A volte temo di essermi imbarcato in un’avventura più grande di me con la storia di Helena Everblue, ma grazie al tuo supporto (e degli altri amici) arriverò a togliere il velo che cela i misteri. Helena, bambina e donna allo stesso tempo…???

  4. Ciao Dario. Gran episodio, forte di un ambient e di uno stile assolutamente coerenti. Qui ti sei soffermato maggiormente su Jonathan Bull… mi chiedevo dove volessi andare a parare con questo “accento su di lui”, ma ecco che arriva la risposta in questo delizioso finale: “Fu una fanciulla a risvegliarla: una fanciulla rannicchiata in un angolo polveroso.”
    Curiosità a mille, attendo il prossimo episodio con impazienza. Alla grande!

    1. Amico, grazie! Come sai, vengo da un periodo di blocco della scrittura quindi questo episodio è una sorta di ripartenza. Ho strutturato questa serie dedicando la prima stagione a Helena e la seconda a Jonathan, i personaggi cardine. Nella terza stagione…ehhh, mica posso anticipare le sorprese!?

  5. Aspettavo con impazienza che la serie continuasse, sono molto curioso di scoprire di più sul Toro anche se nessuno potrà piacermi di più del buon vecchio Hugo, veramente un personaggio azzeccato.
    Lo stile mi piace molto, anche nell’uso di figure ricercate, che arricchiscono la prosa senza appesantirla

    1. Ciao Alessandro, Jonathan riserverà sorprese, te lo assicuro. In questa lungo flashback ritroveremo ancora Hugo, consci del destino infame che lo attende…