Il Bramito

I. Luca

Luca, 32 anni, celibe, tecnico informatico con la passione per la fotografia naturalistica.

Non era la sua prima escursione, ma questa volta si era fatto sorprendere come un pollo. O meglio, era consapevole del rischio, lo considerava “un rischio calcolato”, ma in realtà aveva calcolato male. Come d’abitudine, il venerdì aveva controllato accuratamente le previsioni meteo. Ed aveva visto che nella zona delle Dolomiti dove aveva intenzione di recarsi c’era una probabilità di temporali del 30% nelle due giornate successive.

Gli sembrava una probabilità comunque bassa, e sapeva che quello era il periodo migliore per gli scatti che aveva in mente: la stagione degli amori dei cervi era nel suo apice, e non voleva perdere l’occasione di ritrarre il maestoso animale mentre faceva risuonare il suo bramito nelle valli. Quindi il sabato mattina si era messo in viaggio, raggiungendo il paesino che aveva scelto verso ora di pranzo. Prese una stanza nell’hotel dalla classica facciata rivestita di legno, e trascorse il pomeriggio a sistemare la sua attrezzatura, sia quella fotografica, che quella da escursionismo. Ripassò sulla mappa il percorso studiato per raggiungere la zona dove avrebbe scattato il tanto atteso “click perfetto”, poi verso le sette di sera fece uno spuntino veloce e si coricò presto, per essere pronto prima dell’alba. La sveglia suonò alle quattro e un quarto. Poco dopo era fuori dall’hotel, in direzione del bosco.

Dopo due ore di marcia nel buio, con la lampada frontale che illuminava il sentiero, raggiunse un punto che gli sembrava perfetto. Piazzato dietro ad un grosso tronco di abete sul limitare di un fitto bosco, aveva un’ottima visuale sulla spianata che gli si apriva davanti: un ondulato mare verde, ancora pallido nella luce tenue della luna, ma che di lì a poco avrebbe preso colore, non appena la Terra, nella sua rotazione, si sarebbe lentamente volta a favor del Sole.

Salendo, Luca aveva sentito già alcuni bramiti, e la loro frequenza ed intensità aumentava man mano che avanzava, segno che l’area (che aveva identificato dopo alcune telefonate alle Guardie Forestali locali, della cui disponibilità era stato davvero grato) era giusta. Ora non restava che aspettare.

Così come è vero che la fortuna aiuta gli audaci, si dovrebbe dire che allo stesso modo premia anche i pazienti: poco dopo l’alba, un magnifico esemplare di cervo maschio sbucò dal bosco a qualche centinaio di metri da dove Luca si era appostato, raggiunse un punto nella radura che sembrava essere di suo gradimento, sollevò la testa quel tanto che bastava, aprì la bocca e fece risuonare stentoreo e profondo il suo bramito.

Il suono gutturale, spaventoso ed affascinante allo stesso tempo, fece accapponare la pelle di Luca. Evocò in lui ricordi che non gli appartenevano, toccando con la sua natura ancestrale tasti assopiti nel DNA dell’uomo. Che tuttavia non perse l’occasione, premendo istintivamente il tasto dell’otturatore.

In breve, collezionò diversi scatti che avrebbe poi rivisto con calma una volta rientrato a casa per selezionare i migliori. Il posto si era mostrato davvero favorevole, quindi decise di fermarsi per qualche altra ora. Ed in effetti la mattinata si rivelò proficua: riuscì ad immortalare un altro cervo, seppur più distante, circa un’ora dopo. Ed anche se non erano gli obiettivi della sua “caccia”, ne approfittò per fotografare anche un corvo imperiale che dopo aver lanciato il suo richiamo solcò il cielo sopra la radura, e ad una coppia di lepri che guardinghe attraversarono il prato davanti a lui.

Stava decidendo se valesse la pena aspettare l’imbrunire, nella speranza di poter osservare anche quegli animali che escono dalle tane dopo il tramonto (volpi, faine e tassi) quando il cielo si fece sentire con un borbottio sommesso. In breve l’aria si fece elettrica, e sentì i peli del collo rizzarsi. Poco dopo balenò un lampo, seguito a brevissima distanza dal tuono. Luca si affrettò a riporre per bene la sua attrezzatura nello zaino, mentre già si sentiva il rumore dell’acqua sulle fronde degli alberi, sempre più vicino.

Il temporale lo raggiunse mentre già si era avviato lungo il sentiero. Sentì lo schianto di un fulmine che si era abbattuto su una vetta rocciosa, a distanza di sicurezza da dove si trovava, ma la cosa lo mise comunque in allerta. Sapeva che una foresta fitta era meglio di una radura aperta, dove la sua sagoma sarebbe spiccata in maniera “invitante” per i fulmini, e sapeva di doversi tenere lontano dagli alberi più alti. Il problema però è che buona parte del percorso costeggiava una seggiovia, e non era sicuramente una buona idea transitare vicino a quegli alti tralicci metallici. Decise quindi di allontanarsi dal sentiero, mentre la pioggia ormai si era fatta fitta, i fulmini si susseguivano ed i tuoni martellavano il cielo.

Si inoltrò quindi nel fitto del bosco, cercando di mantenere comunque la direzione. Ma ben presto la pioggia battente e gli alberi folti gli fecero perdere l’orientamento. Ricorse quindi alla bussola, ma si rese conto che era impossibile proseguire in linea retta per via della presenza di pendii ripidi, resi scivolosi dall’acqua, o di formazioni rocciose affioranti che lo costringevano a continue deviazioni.

Con le gocce che cascavano dall’orlo del cappuccio davanti ai suoi occhi, e l’oscurità portata dal temporale, divenne sempre più difficile vedere dove stava andando. E l’incessante suono della pioggia sui rami e sulla sua testa aumentavano il senso di disorientamento.

Improvvisamente sbucò davanti ad un burrone. Fece per fermarsi, ma il suo piede scivolò in avanti su un sasso coperto di muschio. In quel momento il cielo fu illuminato da un lampo più forte degli altri, e subito dopo da un tuono sordo. Luca istintivamente chiuse gli occhi, e quando li riaprì era fermo in piedi sull’orlo del precipizio, saldamente aggrappato ad un giovane carpino nero che era cresciuto in un punto davvero provvidenziale. Tornò quindi sui suoi passi per qualche centinaio di metri, e provò a seguire un altro percorso. Iniziò però a sentirsi molto stanco, le forze gli venivano meno, forse per la levataccia, forse per lo spavento avuto poc’anzi. Si appoggiò ad un albero, sentì le gambe molli e non potè far altro che lasciar scorrere lo zaino contro il fusto e sedersi ai piedi del grosso abete. Chiuse gli occhi per un istante, e si assopì.

Li riaprì al suono della sveglia, sudato, consapevole di aver avuto una specie di incubo, del quale però non ricordava assolutamente nulla. Spense la sveglia, si lavò la faccia con l’acqua fredda, scacciò il pensiero mentre si vestiva e si mise in viaggio. Raggiunse la radura, identica a quella del sogno – ma lui non lo ricordava – e poco dopo l’alba un cervo uscì dal fitto del bosco, per farsi immortalare mentre lanciava il suo canto d’amore. E venne il secondo cervo. E il corvo, e le lepri. E, soprattutto, venne il temporale.

Di nuovo (e per la prima volta) Luca lasciò il sentiero, si fermò sull’orlo del precipizio, tornò sui suoi passi e stremato chiuse gli occhi seduto sotto un albero.

Per riaprili poi in albergo, mentre il cellulare trillava per la sveglia. Di nuovo una strana sensazione, e di nuovo però il vuoto nei pensieri. Di nuovo la salita lungo il sentiero, illuminato (poco) dalla luna e (bene) dalla lampada frontale. Di nuovo il cervo, l’altro più giovane, il corvo, le lepri, il temporale. Di nuovo gli occhi che si chiudono per la stanchezza.

E la sveglia. Il sentiero. Il cervo. L’altro. Il corvo. Le lepri. Il temporale. La stanchezza.

E ancora.

Sveglia. Sentiero. Cervo. Altro cervo. Corvo. Lepri. Temporale. Sfuma a nero.

E di nuovo…

E di nuovo…

II. Anna

Anna, 46 anni, sposata, madre di due bambini. Da 22 anni infermiera presso la clinica riabilitativa dove si trova in questo momento. Ha appena cambiato la flebo all’uomo nel letto, e si ferma ad appuntare qualcosa sulla scheda. Lo osserva, le sembra di cogliere un fugace, impercettibile movimento. Ma nulla. L’uomo è così da cinque anni. Da quando…

Sotto le palpebre sempre chiuse, gli occhi di Luca si aprono per l’ennesima volta al suono della sveglia.

Prima di uscire dalla stanza per completare il giro dei degenti, Anna lancia un’occhiata veloce alla foto sul comodino: un bellissimo esemplare di cervo maschio ritratto mentre lancia il suo bramito, col vapore che si alza dalla sua pelliccia nel freddo dell’alba.

Le avevano detto che era nella scheda di memoria (fortunosamente intatta) contenuta nella macchina fotografica di Luca, andata distrutta quando lui, sorpreso da un temporale si era smarrito nel bosco, cadendo in un burrone. 

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Responses

  1. Ciao Sergio, hai scritto un bel LAB. Le descrizioni dell’ambiente, del cervo e così via, son ben fatte. Solo alla seconda ripetizione mi son chiesto: “E allora, che succede?” Poi il finale ha svelato la situazione. Beh, speriamo che Luca si svegli.

  2. Ciao Sergio, le descrizioni accurate mi hanno portata per un attimo nei boschi delle Dolomiti (ad un passo da casa mia). Come è accaduto ad altri, inizialmente la ripetitività della scena mi aveva forviata e avevo pensato al “giorno della marmotta”. Il finale ha sorpreso anche a me e fatto ricordare che i monti, per chi non li conosce bene, possono essere crudeli.

    1. Ciao Micol, grazie per il commento! sulle descrizioni, so di aver “rischiato” un po’ di andar lungo, di essermi dilungato troppo, ma l’intenzione era proprio quella di far vedere al lettore ciò che vedeva Luca, e di essere il più realistico possibile nella descrizione dell’ambiente circostante. Mentre scrivevo, avevo google immagini in continua ricerca accanto 🙂
      Per il finale, sono contento che sia riuscito a creare l’effetto sopresa, lo scopo era quello.
      E “Il Giorno della Marmotta” devo decidermi a guardarlo! lo conosco, so che il tema principale è la ciclicità degli eventi che si ripetono, ma… non l’ho mai visto! non so il perchè succeda! 🙂

  3. Molto bello questo Lab, le descrizioni sono talmente vivide che ha iniziato a piovere anche qua.
    Bello e imprevisto il finale che mi ha piacevolmente stupito, all’inizio avevo pensato a un giorno della marmotta 🙂

    1. Grazie Alessandro!
      in effetti sa un po’ di giorno della marmotta (credo, perchè – mea culpa – non l’ho mai visto! ma conosco a grandi linee la situaziona), però speravo nell’effetto sopresa finale.
      Per la descrizione, l’intenzione era quella di fornire più dettagli possibile di modo da portare (costringere?) il lettore a visualizzare il bosco, ed il protagonista. E’ un po’ un rischio, perchè a molti non piace quando la narrazione si dilunga troppo nei dettagli, però qua secondo me era un rischio calcolato. Spero calcolato meglio di quello del protagonista, ecco…

  4. Ciao Sergio, molto interessante questo Lab. Il lettore si smarrisce diverse volte nel bosco assieme al protagonista e nel sogno che ritorna. Poi il finale mi ha spiazzata, bravo!