Il coltello nel sangue ed io dall’altra parte 

Vedo le lame premere sulla pelle, un solco pesante tra l’osso e il polso, la barriera fragile del sangue che sta per spezzarsi, e infatti esce, una goccia lentissima e decisa sporca il tappeto bianco, il rosso denso si infila fra la trame delle frange, qualcuno, fra noi due, ora vorrebbe piangere e non può.

Respiro la sua angoscia, la ingoio con bruciore, come fosse quella lama del coltello che ora sale, slitta sull’avambraccio, una zona erogena solleticata di male, la pelle che prude, il piacere sconvolto dal suo volto livido e il tempo fra noi ormai inesistente, fuori la gente sorride e dalla nostra mansarda le persone non possono che vedere tende panna e l’ombra di un uomo distratta da quella di una donna seduta, il coltello e il sangue attraverso quel vetro sono invisibili, mentre i miei occhi nitidi sono ormai flebili di sudore e stanchezza, mi gira la testa, vorrei fermarlo, non posso, forse non ci riesco, forse non voglio, non ora, ho troppa paura.

La punta del coltello sale, si conficca nella spalla tenera, uno strato di pelle si fa leggera e viene via, le frange del tappeto ora vengono calpestate dai suoi passi sanguinanti mentre mi sto chiedendo fino a che punto io e lui abbiamo saputo odiarci.

“Perché lo fai?”

“Non lo so.”

Sembra sincero ma non ho abbastanza resistenza per credergli.

“Hai mai fatto tutto questo?”

“Cos’è, vuoi farmi perdere tempo, psicanalizzarmi?”

La sua faccia è un mutamento continuo, in lui non riesco a identificare nessun uomo che io abbia mai conosciuto, ho paura, ancora, mentre il coltello viene passato nell’altra mano, quella ancora bianca e candida e dalla spalla sale sull’orecchio, un lobo grosso è pronto per essere fatto a pezzi, non voglio vedere, non voglio sentire, ma accade, ancora sangue, schizzi, calore, un sforzo continuo in agitazione mentre le ferite sembrano aver già fatto infezione.

Un tram si è appena bloccato alla fermata sotto casa, mi sembra di sentire un gatto urtare i secchi della spazzatura, qualcuno ascolta musica house, percepisco ancora più caos, più volume nelle orecchie più tensione sotto la pelle.

Come è possibile che io sento loro e loro non sentano noi?

Dove sono i vicini impiccioni, le persone senza scopo pronte a raccogliere scandali e pettegolezzi, dove sono i buoni dei film che chiamano la polizia al momento giusto?

“Sapevi che l’avrei fatto.”

“Cosa dici?”

“L’hai sempre saputo, magari pure questo ti è piaciuto di me. Sei malsana anche tu.”

“Sarebbe più facile se ti dicessi di sì?”

“Sì.”

“Allora è così.”

Una ciocca riccia e ruvida di capelli finisce sul pavimento di marmo lucido, dentro il suo specchio lucente il sangue si schianta dritto dalle tempie, sembra uno di cui rubinetti otturati di calcare, gocce senza pressione sono la visione rossa di me e lui davanti al televisore, un regalo suo che avrei voluto spaccare dal primo giorno insieme, ma forse questo non mi conviene dirglielo ora.

“Basta, fermati. Non ne posso più.”

“Credi davvero che tutto questo riguardi te?”

“Se non è così perché sono qui? Perché mi fai questo?”

“Non posso fare altrimenti, devo fare del male. Devo. Capisci?”

“No.”

“Infatti. Altrimenti non saremmo a questo punto.”

Mi lascia da sola, io respiro più a fondo, le mani bloccate con dello shock banale ed io che non ho nemmeno la forza di spaccare quel pezzo viscido e colloso addosso a me, lui è in cucina, prende qualcosa, sento odore di vino ed ora che mi è di nuovo vicino me ne offre un goccio, mi apre le labbra e mi preme la bottiglia in bocca con forza, come fossi un imbuto che deve rispondere ai suoi comandi, il vino scende dentro me senza sapore, mi urta lo stomaco e mi blocco, esausta, smetto di respirare.

Mi ha vista nuda e anche questa cosa mi fa paura, sa dove colpire, sa benissimo come annientarmi, sa che se volesse non avrei più nessuna possibilità di difesa, mi conosce troppo bene mentre io pur sapendo della sua natura non ho arginato nulla del suo male, ho lasciato che scorresse come un vanto contrapposto al mio bene, alla mia perfezione, quell’idillio così puro che ora costretta contro al muro non sento più appartenere a nessuno, tanto meno a me stessa.

Lui rimane in silenzio, io schiaccio le pareti della testa alla ricerca di tutto quello che avrei dovuto dirgli prima di quel sangue e di quel momento, ma il mio intento rimane fermo al niente crudele del mio presente.

“Stai pensando a cosa dirmi, vero?”

“Sì.”

Mi sorride, di nuovo la lama luccicante nell’aria, il coltello nel sangue ed io dall’altra parte, girata verso quell’ondata di male che stiamo entrambi per attraversare, il sapore della ruggine ad invaderci i corpi, oggetti coperti di rosso che mai più avrei potuto toccare.

Mi viene da vomitare, cerco di non farlo, troppo tardi per consolarlo, quasi impossibile fermarlo.

“Ti posso chiedere una cosa?”

“Cosa?”

“Non qui.”

“Mi sembra un bel posto per morire.”

“Fino a poco tempo fa dicevi che era un bel posto per vivere.”

“Mentivo.”

“Perché?”

“Per farti piacere, immagino.”

“Cosa non ti piace di questo posto?”

“I centrini, e i cuscini, perché hai bisogno di così tanti cuscini e la luce, c’è luce ovunque, avevo scelto una mansarda apposta, la pensavo buia e umida.”

Qualcuno bussa alla porta ma è non la nostra, lui con il dito mi zittisce come se aspettassimo qualcuno e non volessimo farci trovare, guardandomi negli occhi capisce che è tempo di fare un’altra mossa, la lama scende lungo il ventre, una mossa veloce, un taglio pulito, io tremo pensando a quando volevamo un figlio.

Adesso il sangue è tanto, esce dalla maglietta come il ketchup nelle buste dei fast food, ha una spinta continua verso l’esterno e l’odore della morte diventa concreto, abbasso gli occhi e non vedo nulla che possa bloccare quella zampilla scura così sicura di uscire e far fluire via vita dalla carne.

“Non ti sforzare a trovare una soluzione. È così che deve finire.”

Un altro taglio, ora la lama è sul polpaccio ed io taccio, non posso fare altro, mi trattengo dal lamento che ho dentro, non sento più nulla e svengo, il pavimento mi accoglie gelido e so che sarà quella, tra non molto, la temperatura di un corpo morto.

Sotto la sferza dei suoi schiaffi riapro gli occhi, il volto ormai pallido e provato, la consapevolezza che nessuno ne uscirà salvato.

Mi bacia, la sua saliva è acida e invasiva, gli sputo sulle labbra, lo allontano con l’ultima forza che ho.

“Il gran finale.”

Sui solchi irregolari del collo, trecce seghettate di rughe e la lama liscia e compatta che procede fluida il suo tragitto.

Poco sotto la mascella si apre un varco dilatato di spazio, la punta tagliente sembra non sentire niente, neppure la minima resistenza, la mano ferma è il comandante di un mandante assiduo e pericoloso, solo un attimo di incertezza ferma quel gesto spavaldo, poi la gola è completamente recisa e il sangue si apre lungo il divano, la poltrona, le mura e la finestra come una fontana aperta e rigogliosa dei suoi schizzi.

“No.”

Non so più se è un sussurro muto o una richiesta d’ aiuto che vibra forte fra le pareti o è solo il triste epilogo di noi due morti e inquieti.

“La finestra, come l’ha aperta?”

La coperta avvolge il mio corpo mentre un carabiniere in borghese mi chiede una spiegazione e gli occhi gli cadono tra la scollatura e le macchie di sangue.

“Con le mani.”

È così ovvio.

“Capisco. Legittima difesa?”

“No, suicidio. Volontario e ben studiato.”

“E la vittima era?”

“Mio marito.”

“Sta arrivando qualcuno a visitarla.”

“Il sangue non è mio, è il suo. Non mi ha fatto nulla, esternamente dico.”

Le mie parole sono rivolte verso un’ombra, il carabiniere è andato incontro ai soccorritori e nel corridoio delle mia camera da letto sono solo voci e rumori e sirene e quegli impiccioni, quelli che cercavo prima, che buttano occhi e disgusto verso quella mansarda tutt’altro che buia e umida.

Me l’aveva detto tante volte che si sarebbe ammazzato ed io non gli avevo mai creduto, come non lo avevo creduto in tante altre cose.

Mi avvicino al salotto, vedo di nuovo il coltello nel sangue ed io dall’altra parte, inerme e fragile, con le mani più libere di prima apro una nuova finestra, mi sporgo verso il viale sottostante, le fronde delle piante sembrano voler raggiungere le mie braccia, il vento caldo sulla faccia e più nessuna speranza.

Qualcuno di getto mi urla addosso.

“Ferma!”

Ma io, ormai sfinita di quella giornata, dalla finestra della mia luminosa mansarda voglio solo buttare a terra la mia maglietta sporca di sangue, qualcuno me la sequestra in un sacchetto di plastica trasparente mentre il corpo di lui, in salotto, ormai non mi dice più niente. 

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Commenti

    1. Marta Borroni Post author

      Ciao Luca 😀
      Ti ringrazio davvero molto per avermi letta!
      Il racconto sì, è abbastanza particolare, un pò lontano dal mio genere abituale e proprio per questo volevo addentrarmi in queste sfumature di sangue… i dialoghi sono da sempre il mio punto focale, per imparare a svilupparli bene, o almeno decentemente, serve davvero tanto esercizio, in questo caso la difficoltà era tenerli reali pur avendo la tensione del momento, sono contenta quindi di sapere di aver reso bene l’intensità.

  1. Raffaele Sesti

    Mi è piaciuta questa storia.. c’è della spietata crudezza, di quella nuda e talmente pura da essere quasi trasparente tanto che è vivida.. poi ci sono i colori che colpiscono come pugni allo stomaco e c’è la lentezza di un gesto che invece dovrebbe essere fatto rapidamente.. posso sentire il dolore concreto di un coltello che entra lentamente nelle carni…
    Brava..

    1. Marta Borroni Post author

      Ciao Raffaele!
      Un genere un pò nuovo per me, solitamente viro verso altre tematiche, ma qui volevo trasmettere esattamente quello che mi dici, una crudezza nuda e forte, disperata e ostinata insieme.
      I colori erano essenziali come immagine diretta e la lentezza come funzione di attesa in cui c’è sempre la speranza che il finale possa essere diverso.
      Il coltello nelle carne sarebbe meglio non sentirlo, ma il dolore in questa vita è imprescindibile a tutto, volevo trasmettere questo disagio.
      GRAZIE PER AVERMI LETTA!

    1. Marta Borroni Post author

      Grazie Isabella che mi segui sempre, decisamente non è il mio genere, soprattutto come scrittura, come lettura già un pò di più, ma proprio per questo volevo andare oltre me, e se ha un pubblico come te, lontana dal genere, è comunque piaciuto, non posso che esserne soddisfatta! 😀

    1. Marta Borroni Post author

      Bene, e sono alla doppietta! Ora mi monto la testa e punto al tris 😉
      Scherzi a parte, grazie davvero!!!

    1. Marta Borroni Post author

      Sono contenta che possa essere arrivato come agghiacciante, volevo che ci fosse la forza traumatica dell’atto fisico ma anche di quello psicologico.
      Sublime, lo prendo con piacere ma un pò dissento, ho ancora tantissima strada da fare, soprattutto su queste genere, però mi piace che la femminilità del mio stile sia vestita di ambiguità, almeno per questa volta. Il finale era la parte che avevo più in mente, da quale parte del coltello sta lei realmente lo si capisce solo alla fine, era quello che volevo.