Il fine settimana italiano

Serie: Cavalieri Teutonici

L’avvocato Werner Müller aveva avuto una settimana di lavoro molto intensa ed estenuante; ogni anno si riprometteva di mettersi in ferie per il periodo di maggiore importanza, dal punto di vista culturale e ludico della sua città, ma puntualmente, per un motivo o un altro, veniva sempre sopraffatto dagli impegni. Tuttavia, l’avvocato riusciva comunque a godersi almeno un fine settimana presso il Theresienwiese, amplio spazio, contenente un ampio e verde parco, al cui ingresso stanzia, imperiosa, la statua della Baviera, nonché luogo ospitante il celeberrimo Oktoberfest.

La famiglia dell’avvocato Müller aveva forti e solide radici bavaresi, egli stesso era fiero, come d’altronde ogni abitante di quella regione, della sua appartenenza. Partecipava attivamente alle iniziative, alla vita mondana e si occupava anche di politica: era membro della CSU, partito democristiano presente solo in Baviera, fratello della ben più nota CDU.

Per l’avvocato la tradizione era tutto, a tal proposito voleva, anzi lo trovava proprio doveroso, partecipare a quell’evento, nato in ricordo del matrimonio tra Ludwig I principe ereditario di Baviera e la principessa Teresa di Sassonia-Hildburghausen.

A causa di un processo durato più del dovuto, prolungatosi appunto pure per tutta la settimana, l’avvocato non riuscì a partecipare al primo fine settimana della manifestazione, quello inaugurale, ma il secondo, conosciuto anche come il fine settimana italiano, per la letterale invasione di uomini e donne provenienti dall’Italia in cerca di due giorni dediti al relax, al divertimento e all’esagerato consumo di birra, non se lo sarebbe perso per nulla al mondo.

A essere sincero con se stesso, l’avvocato, sapeva che in fondo non sarebbe riuscito a godersi l’atmosfera per come avrebbe desiderato, intento come sarebbe stato a scansare ubriaconi incapaci di parlare qualsiasi lingua intellegibile. Tuttavia era bavarese e quella era la sua festa.

La mattina aveva portato con sé in ufficio tutto il necessario, si chiuse nel bagno con una borsa di plastica e iniziò a cambiarsi: indossò per primo la sua camicia a quadri bianco-azzurri, i colori della Baviera, poi s’infilò dentro i raffinati lederhosen fino a sopra il ginocchio con rifiniture color oro, proseguì con le bianche calze di lana, le haferlschuhe, e alla fine indossò la sua adorata trachtenjanker grigia con bottoni dorati. Si diede uno sguardo allo specchio e pensò: “Sono pronto.”

L’ufficio dell’avvocato Müller non era molto distante dal Theresienwiese, lo raggiunse a piedi, abbastanza agilmente. Il sole ormai era tramontato e l’arrivo, prossimo, dell’autunno aveva ormai notevolmente accorciato le giornate. Superato il blando controllo dell’ingresso principale s’indirizzò, facendosi largo a fatica tra la folla, verso il suo padiglione preferito. Facendo parte della München che conta non fu necessario fare la fila, entrò da un ingresso riservato agli abbonati o agli aventi diritto a un posto riservato all’interno dell’immenso capannone, previa una prenotazione vecchia di un anno, e raggiunse il suo posto dove trovò numerosi conoscenti, tutti facenti parte dell’alta società.

«Maledetti Ausländer.» Disse l’avvocato in direzione del suo vicino di posto.

«Hai proprio ragione, guardali,» rispose l’altro «ubriachi fradici a cantare le loro volgari canzoni da stadio, o chissà quale altra scemenza.»

«Colpa della globalizzazione.»

«No, colpa del nostro strapotere, la nostra economia ha bisogno di braccia e noi siamo impegnati a lavorare, dimenticandoci, spesso, di mettere su famiglia. I posti di lavoro vanno riempiti, caro amico mio.»

«Sarà, fatto sta’ che li trovo intollerabili.»

«Bevi, e goditi la nostra festa.» Disse il suo interlocutore indicando la Maß che gli era appena arrivata.

L’avvocato si alzò, guardò negli occhi tutte le persone sedute al suo stesso tavolo, circa una ventina, e gridò: «Prosit der Gemütlichkeit!»

«Prosit!» Urlò il resto all’unisono.

Dopo il quarto litro di birra, l’avvocato Müller sentì l’impellente bisogno di recarsi alla toilette; lì non si poteva saltare la fila, attese il suo turno, espletò il suo bisogno nella parete metallica, con scarico dell’acqua continuo, adibita per l’occasione e riprese la strada del ritorno. Davanti la porta fu attirato da un paio d’occhi verdi, capelli biondi, il seno piatto stonava con la scollatura del dirndl, nel complesso non era sgradevole se non per un semplice particolare: l’affascinante ragazza salutò l’avvocato con un marcato accento dell’est. Gli occhi dell’uomo, interessati e bramosi, cambiarono espressione, schifati e sprezzanti. La ragazza provò ad afferrarlo per un braccio ma l’avvocato si divincolò energicamente facendola sbattere contro un uomo, che accortosi della situazione, imprecando in una delle lingue balcaniche, afferrò Müller per la spalla impedendogli di rientrare.

«Qualche problema, fratello?» Chiese l’uomo rasato, dentro il suo stretto giubbotto di pelle con una collana, forse un rosario, dalle grosse sfere in legno.

«Non sono tuo fratello, fammi passare.»

«Dove credi di andare?» L’uomo gli diede un leggero spintone alla spalla.

L’avvocato, che non ci stava a farsi comandare da uno straniero, in casa sua, e alla festa più importante per di più, senza nessun preambolo, colpì il suo avversario con una testata dritta sul naso. Altri due compari videro l’accaduto e si avventarono su quello, che adesso, non era più l’avvocato Müller, bensì Werner, il giovane che picchiava duro ai tempi del Gymnasium; l’uomo non parò nessun colpo, anzi contrattaccò con un preciso dritto sul mento di uno dei due, che si trascinò dietro il compagno.

Werner fece un respiro profondo, si rifugiò dietro le mentite spoglie di normale e calmo avvocato, e tornò alla porta. I due uomini della sicurezza avevano assistito alla scena e gli impedirono di rientrare nel locale, non vollero saperne nulla. Sconfortato, l’avvocato guardò truce gli uomini dei Balcani e si diresse verso l’acciottolato. Per sua fortuna, stavolta facendo la fila però, riuscì a entrare e trovare posto in un altro padiglione. Ordinò e si scolò altri tre litri di birra accompagnati da mezzo pollo arrosto e insalata di patate. Guardò l’orario, non si era accorto di quanto tempo avesse passato lì dentro, chiese il conto, pagò e si diresse verso la fermata della metropolitana. Alle sue spalle sentiva parlare, non era tedesco, un’altra lingua, si voltò e vide i tre di prima accompagnati da un manipolo di balordi, tatuati, con piercing e orecchini in qualsiasi parte del volto.

Werner si abbassò sul ginocchio, legò per bene le sue scarpe tirolesi, fece un sospiro e s’incammino in direzione dei suoi avversari; a mezzo metro dal gruppo di malintenzionati, Werner scartò a destra e con uno scatto iniziò a correre in direzione di una delle uscite secondarie, raggiunse la parte del Theresienwiese adibita a parcheggio, con una serpentina cercò di seminare gli inseguitori, ogni tanto si voltava, con la speranza che avessero lasciato perdere, ma quelli non demordevano, nonostante non riuscissero a recuperare metri. Werner era molto veloce e agile, guadagnò un angolo, adesso era tra le vie della città, diede un ulteriore affondo, attraversò la piccola via noncurante di un’auto che procedeva spedita, saltò sul marciapiede, svoltò a sinistra e colpì in pieno un altro uomo, che come lui, stava scappando da qualcosa.

Werner vide luccicare qualcosa di lungo e affilato sotto la luce arancione del lampione, l’uomo, indossava una tunica, doveva essere maledettamente leggera, come diavolo faceva a non crepare di freddo, pensò Werner, non rendendosi conto di ciò che stava accadendo intorno a lui: un fruscio, una lama appartenente a una lunga spada dall’elsa a due mani si stava abbattendo sull’avvocato. Werner istintivamente alzò l’avambraccio, udì un calpestio di piedi alle sue spalle, delle urla confuse e gente che fuggiva via, uno stridore di lame.

Tolse il braccio da sopra il capo e alzò leggermente gli occhi azzurri, che per poco non uscirono fuori dalle orbite per la surreale immagine presentatasi: uno sconosciuto, vestito in maglia ferrata, fermò, con la sua spada, la lama dell’aggressore in tunica; entrambi erano in posizione di guardia, con le spade sguainate, speranzosi di non venir visti da occhi indiscreti.

La maglia ferrata fece un accenno di attacco, l’altro indietreggiò, lanciò una daga in direzione di Werner, che venne intercettata dal difensore. L’uomo, che sembrava essere uscito direttamente dal medioevo, imprecò mentre vide il suo contendente allontanarsi a gambe levate.

Serie: Cavalieri Teutonici
  • Episodio 1: Prologo
  • Episodio 2: Il fine settimana italiano
  • Episodio 3: Il pellegrinaggio
  • Episodio 4: Deutschordenstaat
  • Episodio 5: Sabbie tempestose
  • Episodio 6: Macchina della verità
  • Episodio 7: Ahmet, il turco
  • Episodio 8: Rivelazioni
  • Episodio 9: Epilogo
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    Discussioni

    1. Una scrittura molto scorrevole.
      Ho immaginato la faccia dell’avvocato quando ha visto i due uomini vestiti con abiti medioevali pronti allo scontro nella moderna città di Monaco.
      Al prossimo episodio: sono curioso.

    2. Molto bello e appassionante, mi piace la commistione tra era, si vede la tua grande competenze in materia.
      Seguirò di sicuro la serie per saperne di più.

      1. Non avrei immaginato che potesse appassionare così tanto, molto contento.
        Leggi e continua a suggerirmi, sono molto preziose le tue parole.
        Buona giornata 🙂

      1. Ciao Kenji! Domani carico gli ultimi 3 episodi, ho voluto provare a scrivere una serie storica, spero che ti appassioni fino alla fine. A presto